Dire, non ne posso più

Non lo puoi dire, non ne posso più.

Perché se lo dici sei un verme.

Dire la verità, pensare la verità ti fa sentire un verme.

Se dici, non ne posso più, mi pare una farsa, no peggio, se dici è la modalità in cui ci tengono prigionieri, ma guardatevi attorno, chi sono le persone che dirigono la giostra? Tutti avranno qualcosa da ridire. Ma che dici? Diranno, io ci vado per me stessa.

Ti senti un verme se dici, non ne posso più.

Ti senti un verme perché loro ti daranno della snob o dell’insopportabile, della e della.. ma non è così.

Essere zittita.

La verità fa troppo male.

Troppo.

Meglio passare il resto della vita a fare finta di essere troppo sani, troppo democratici e lucidi, troppo e troppo.

Non ne posso più di essere zittita. Tutta la vita sono stata zittita da questi sapientoni che ci comandano e che hanno distrutto tutto, territorio, vite, coscienze….

Quei due, erano due che non stavano zitti per questo sono stati uccisi, erano due fuoddi, due che non tacevano e ridevano e ridevano perché se la vita la prendi, se la giochi la vita e sai il pericolo che corri, ridi e ridi… perché la vita, quella vera, quella fatta di coraggio delle tue azioni è di per sé pericolo se vivi in un inferno come questo, dove la finta democrazia ti tarpa le ali appena dici a. Un modo di tarpare leali che appare non violento ma che ti zittisce per sempre.

Non ne posso più di questi balletti, non ne posso più di questa finta pietà, non ne posso più d queste parole al vento quando da ventitré anni ci hanno intrappolato.

Animali in trappola che girano in tondo, questo siamo.

La nostra vita è stata distrutta.

Le nostre speranze sono state distrutte e noi, tutti noi, siamo diventati i polli del loro pollaio, a combatterci tra di noi, a divorarci a vicenda, mai ad allungare il naso, mai a spezzare le catene

Mai

Io dico , non ne posso più.

Se vi risulto antipatica non leggetemi ,ma io lo scrivo .

Non ne posso più perché io so sulla mia pelle cosa ha significato la loro vittoria, cosa ha ucciso ogni giorno, non loro, i martiri, che tutti tanto amiamo ma noi siamo stati uccisi, lì sull’autostrada, lì in via d’Amelio, siamo noi insieme a loro a essere stati uccisi.

Pezzi di carne in pasto ai cannibali.

Finiti tutti appassionatamente nella grande buca che si è aperta  il 23 maggio del 1992, lì sepolti con le nostre piccole gioie d’un mondo migliore. Terra e terra ci ha coperti. Amen

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io guardo la città

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Esco di casa con il carrello della spesa, vivo a Palermo in centro, in una zona considerata elegante. Per andare al negozio bio debbo attraversare il sottopasso di Villa Trabia. Una meravigliosa villa settecentesca;molti anni fa abbiamo fatto una battaglia per restituirla ai cittadini.
È stato un tempo magico in cui le cose accadevano e potevamo pensare di migliorare. Fu realizzata una bellissima biblioteca da un assessore illuminato.
Tanto tempo fa.
Ora sono pronta per scendere nel sottopasso,se lo attraverso, in dieci minuti arrivo al negozio bio, altrimenti debbo allungare parecchio, curvare intorno alla villa, ridiscendere.
Supero il primo semaforo, il secondo e mi fermo a guardare giù, allungo il collo, guardo con attenzione.
Cerco di vedere se laggiù, nel sottopasso ci sia per caso un uomo nascosto, un guardone, un esibizionista, un ladro, un tossico.
Attorno a me lo sguardo si allunga sulla piante in fiore, quelli che noi chiamiamo l’albero di Giuda, perché proprio nei giorni intorno alla Pasqua si ricoprono di fiori rosso sangue ; l’acanto è in pieno rigoglio, le lunghe foglie lanceolate escono dalla griglia della Villa e ricadono sulla strada coprendo con la loro bellezza due bidè abbandonati, un televisore scassato.
Allungo ancora lo sguardo, sperando di incrociare quello di qualche ragazzo che fa il mio stesso cammino, così da potergli dire, mi scusi, mi metto dietro lei, ho un po’ paura.I ragazzi della zona sono abituati a fare da badanti alle donne che vogliono avventurarsi in quel tratto di strada cosi pericoloso.
Oggi sono fortunata e incrocio un bel ragazzo con orecchini e l’aria sveglia, mi segua, stia tranquilla, mi dice. Ogni tanto mi gira e mi sorride. La mia libertà è limitata, lo so.
Comunque il mio sguardo vaga e anche l’olfatto comincia a riconoscere il profumo delle fresie fiorite, il piscio e la cacca , perfino alcuni gelsomini sono già lì a profumare sui sacchetti d’immondizia appoggiati nel sottopasso, alla fontana rotta in mille pezzi da cui cola un filo d’acqua, rendendo il tutto un bel pantano in cui galleggiano alcune cacche, alcune siringhe.
Guardo, anche se non volessi guardare, vedo.
Vedo gli alberi fioriti, vedo i miei passi frettolosi per uscire da quel tunnel,vedo poi che uscendo dal tunnel è eguale, ora l’immondizia è in cumuli ben posizionati, un fetore compatto, qualcuno ieri ha mangiato pesce ed ecco le lische che scivolano fuori dai sacchetti, gatti e qualche topolino e anche qualche zoccola ben grassa, ben in carne.
Guardo anche se con vorrei vedere.
Cammino in fretta, non perché abbia fretta ma perché non voglio stare per strada , proprio oggi in cui invece Palermo, la bella, si rinnova di fiori, di sole , di un cielo intenso.
Non voglio vedere, voglio rintanarmi nella mia casa, non esserci, dimenticare il fuori, non guardare, non scendere più per le strade.
Mi fa troppo male, troppo.
Non posso più sopportarlo .
Sono spezzata dal dolore.

Se la meditazione apre una possibilità di essere liberi

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Domani 28 marzo a Milano si svolgerà un flash mob davvero speciale
Un evento di Urbanzen, una meditazione collettiva in piazza Duomo
L’evento è organizzato dal Monastero Zen, il Cerchio
Ricevo e pubblico con piacere un intervento scritto da
Antonio Dalle Rive
Amico carissimo e come lui si definisce, Comunicatore esperto in newmedia e nuovi linguaggi
Pubblico questo suo intervento perché mi pare che rientri proprio nella logica dei pensieri divergenti

A chi mi ha domandato:
Cui prodest?
è difficile dare una risposta a questa domanda dal momento che non si sa chi sono i nemici, i guerrafondai o come definire a chi giova questa azione.
Partirei con una separazione netta tra il gesto simbolico del Monastero Zen e le motivazioni di ognuno di noi, io posso solo descriverti la mia.
Ritengo, da Laico e Ateo, che la pratica della meditazione sia utile a tutti per raggiungere la consapevolezza dell’essere qui e ora e, da quando medito, mi rendo conto dell’importanza di questa pratica che, a differenza di quello che pensavo, non è fine a se stessa. Il silenzio e la meditazione portano ad una grande presenza mentale e a una serenità del tutto nuova. La meditazione, come il silenzio, non tolgono i problemi personali o salvano il mondo ma possono diventare strumenti per aprire le porte ad una visione diversa delle cose, sicuramente pacifica e senza derive di fanatismo o prevaricazioni.
Non ultimo le grandi forme di lotta pacifica hanno dimostrato il valore sia simbolico che fattivo dell’azione stessa!
Tornando alla domanda, in un momento storico come quello attuale, dove viviamo circondati dalla guerra, scendiamo in piazza al grido di Je suis Charlie e in contemporanea dimentichiamo delle migliaia di morti in Nigeria, contro chi gridiamo? Isis, le super Potenze? Io non ho capito bene cos’è Isis e a che pro i suoi attentati, ho invece ben presente che per squilibri economici, giochi di potere, cartelli economici il mondo è sul un filo di rasoio, border line tra guerra e miseria. Ogni giorno muoiono 30.000 bambini e la colpa la dobbiamo ricercare dove? Nei 20 grammi di pasta in più che mangio la sera o nella mia totale inconsapevolezza del sistema e dei miei doveri? Oggi il controllo dell’acqua, ieri del petrolio, del carbone, degli spazi per allevare mucche da macello, dei farmaceutici, del mercato delle armi e andiamo all’infinito, ci gestiscono e gestiscono l’uomo e i suoi credo. Nel piccolo di questa città, oggi al centro dei riflettori mondiali grazie ad Expo, troviamo tante di queste problematiche alle quali una presenza silenziosa, un sit-in di pace e consapevolezza, possono dare risposte oltre ad essere sotto gli stessi riflettori.
Non neghiamoci la stranezza dell’abbandono di Pisapia, non neghiamoci l’assurdità delle azioni politiche suicide di una sinistra, lo scollamento di una destra. Una Città che rappresenta il mondo e che parlerà di come sfamarlo, sponsorizzati da Coca-cola e McDonald. Non ci siamo, non è questa la strada non è questo il tavolo!
Forme di presenza, non di simbolici gesti di protesta, secondo me sono oggi importanti, molto importanti!
Ancor di più se nell’aura di un movimento religioso, o meglio filosofico, che fa sentire la sua forza davanti al Duomo, simbolo di una delle potenze religiose e di un potere che da sempre ci ha gestiti e ingabbiati in dinamiche trasversali che copulavano con i poteri forti.
Moriamo per attacchi terroristici in nome di Santi e di Dio, o meglio per forze che utilizzano e manipolano il credo e la superstizione per destabilizzare il mondo, verso la loro personale stabilità!
Non so che altro aggiungere, se scendiamo in piazza con la società civile ci chiediamo chi c’è dietro, se scendiamo con un area politica non siamo ‘d’accordo o lo vediamo come una speculazione, se lo facciamo coi centri sociali siamo tutti tossici, se ci leghiamo alle marce di Pace Cattoliche entriamo in un ambito religioso che fa la morale ai cattivi e poi li assolve!
Ecco perché ho trovato entusiasmante sedersi e meditare, non sui cattivi, non sulla pace tout court, ma su chi siamo noi e come possiamo essere pace.
Chiudo con una frase che avevo scritto quando, insieme ad amici dello spettacolo, avevamo fondato “Liberi Tutti” una onlus per contrastare l’adolescenza negata:
Se ognuno di noi potesse, per un solo giorno, entrare in un mondo con regole diverse e sperimentare le possibilità creative di se stesso, si aprirebbe la grande possibilità di essere libero

Corpi paura contagio amicizia

Libreria Foto - 240

Corpi spaventati.

Stiamo morendo tutti di Ebola, morte atroce, la nuova peste somiglia all’altra peste, sintomi rapidi, analoghi.

Ecco Don Rodrigo con gli schifosi bubboni. Siamo noi, niente è cambiato.

Corpi spaventati d’essere malati si stringono, escludono, fanno fuori l’altro, mettono maschere, restringono la loro vita, si armano di scudi: basta che la mia vita sia salva.

Stammi lontano, hai la peste anzi peggio, tu sei la peste, sei diverso, guarda che pelle hai, non venire da me, non ti voglio parlare. Fuori di qui!

Non ti voglio, non sono interessato né alla tua vita, né alla tua morte.

Corpi terrorizzati.

Quelli sono alle porte e ci uccidono tutti.

Niente è cambiato è la Guerra Santa, Lepanto, bisogna armarsi fino ai denti, cacciare il nemico,escluderne il pensiero, impedire che possa sussurrare parole diverse da quelle che conosciamo e che ci proteggono.

Sono alle porte (ed è vero, come vera è l’Ebola) uccidono a Tunisi, un tratto di mare, si percorre in barca. Potevo esserci io in quel museo, quante volte sono andata.

Sono arrivati, sprangate le porte, teneteli fuori, non uscite di casa, riconosceteli per le vie.

Sprangate i corpi, sprangate i cuori, non permettete a nessuna parte di voi di uscire, di andarsene a spasso:

il rischio del contagio è alto.

Sprangare, chiudere, rinserrare.

Evitare il contagio.

Se evito il contagio, se mi sprango, mi salvo.

 

Corpi felici.

Sono tutti gli altri corpi, quelli che vedono e non fanno finta di non vedere, perciò vedono, sì l’orrore delle nuove malattie sbucate dal nulla e che nel nulla si sono lasciate finché sembravano circoscritte agli africani, tanto chissene.

Corpi felici sono quelli che vedono e piangono e hanno pietà dei fratelli assassinati a Tunisi oggi, ieri a Parigi ma pure in Nigeria, in Siria e ovunque nel mondo.

I corpi felici riconoscono il pericolo grande anzi grandissimo in ogni angolo della terra, riconoscono il terrorismo, la malattia, le bombe e la morte.

I corpi felici non stanno muti paralizzati dal terrore, si chiedono le ragioni di questo inferno speciale che ci hanno apparecchiato.

I corpi felici non stanno in attesa che succeda e succeda ancora finché i cosiddetti grandi della terra (che vorremmo chiamare i miserabili e potenti assassini che dominano la terra) non vorranno cambiare gioco.

Corpi felici sanno ma si pongono delle domande, impediscono a loro stessi di venire zittiti dalla paura.

Si chiedono chi mi fa vivere in questo orrore? Non si fanno imboccare dai luoghi comuni, dal razzismo veloce veloce.

No, vivono come gli altri l’angoscia e l’orrore ma continuano a pensare con la propria testa

Corpi d’amore e d’amicizia

sono i corpi che si aprono e non si chiudono

sono i corpi che invece di scudi mettono cervello, amore e amicizia.

fragilità! fanciulle maschie,fragilità!

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Nella mia famiglia d’origine eravamo una maggioranza schiacciante di donne. La tavola di pranzo era una tavola di non meno di cinque, sei, sette donne. Mio padre, unico maschio, era quasi sempre assente e quando c’era, stava zitto, si alzava presto da tavola per chiudersi nel suo studio dove la mamma gli portava il caffè.
Noi ragazze di varie età, andavamo nelle nostre stanze, divise per gruppi, a studiare, a scambiarci confidenze, spesso con compagnucce di scuola che si aggiungevano a questa comunità femminile di bambine, ragazze, donne che litigavano, che si sostenevano, che si nascondevano le une alle altre e che, soprattutto, giocavano un gioco pericoloso: essere sempre in piedi perchè cedere, dichiarare di non stare bene, di avere dei problemi ci rendeva a nostro avviso fragili e poco maschie
Noi senza maschi, rubavamo loro un presunto ruolo di forza, che immaginavamo avessero, e ce ne rivestivamo
La famiglia era diretta da mia madre, donna bellissima e maschia, da mia nonna,sua madre, donna bellissima e maschia
In questo mondo senza maschi in cui ci eravamo trovate a nascere e a vivere (così come la mamma che aveva si un adorato marito ma assente, così come nonna rimasta giovane vedova perchè aveva sposato un uomo di trent’anni piu grande), noi dovevamo imparare a essere moderne
e la modernità non poteva che essere maschia
l’autonomia non poteva che essere maschia
lavorare tutte senza dubbio, non pensare al matrimonio ma al primo posto mettere il lavoro e questo era pure maschio
Tutto questo ci ha portato un sacco di bene.
Queste due donne che ci hanno cresciuto, ci hanno fatto senza dubbio un gran regalo perchè tutte siamo diventate delle donne capaci di amministrare noi stesse,ma nel regalo c’è pure qualcosa che non funziona
Questa autonomia che ci hanno regalato, contiene anche l’aspetto maschio che non vorrei avere e che so, e per questo scrivo, che tante donne si ritrovano:
non riconoscere e dire della propria fragilità.
Argomento in cui sarebbe bello che anche i maschi (non solo le fanciulle maschie) si confrontassero.
Quest’idea malsana che autonomia, capacità di fare le cose in modo libero e senza star troppo a lagnare, diventa poi che tu (e gli altri pure), ti vedi come una che non chiede mai niente, che non ha bisogno di niente, che ha una sensibilità da cavallo, che le si può passare sopra con rullo compressore perché tanto la fanciulla maschia non dirà mai, scusa tanto mi faccio male, per favore,non sto bene.La fanciulla maschia si vergogna delle proprie debolezze, non le sa accettare e se le sbriga in modo “maschio”, in solitudine, come un brutto fastidio.
No, la fanciulla maschia non dimostrerà mai le proprie debolezze, non chiederà mai aiuto, perché se lo dovesse fare si sentirebbe in colpa, un’inetta, una che è diventata una femminuccia e anche perché sa che adesso lei, che è una fanciulla maschia, non potrà che essere rifiutata dagli altri che da lei si aspettano forza, coraggio e silenzio
Ecco tanto per dire un pensiero divergente…..la divergenza consiste nel permettere alle fanciulle maschie di accettare le loro fragilità e, nel caso, di accudirle e loro di parlarne.

Scrivere donna, la violenza su di noi

Niente ci fu, edizioni la meridiana è stato per me un libro necessario.

Non ne ho potuto fare a meno.

Era da tempo che ragionavo intorno al tema della violenza su di noi donne ( ci tengo in modo particolare a scrivere: la violenza su di noi donne e non la solita frase, la violenza sulle donne. Come se queste, le violentate, fossero lontano da noi, chissà dove, una tipologia umana che non ci appartiene; e non parte carne e corpo e sangue di noi medesime.

Come se nel dire, la violenza sulle donne, si mettesse il problema al di là di noi e non, come invece è, dentro di noi. Come se si volesse dichiarare: eh no, guarda, io no, quando invece non è vero)

I fatti erano andati nella mia vita che a un certo punto, per potere andare avanti, avevo dovuto prendere per mano me stessa e guardare a quel groviglio di dolore che è la violenza su di noi donne.

Avevo deciso, messo al primo punto, che io di questo volevo scrivere.

Così è il primo libro: Elegia per le donne morte,edizioni Navarra.

Narra dieci storie di donne, che, in forma diversa, si sono confrontate con il dolore del corpo e della mente, insomma sono divenute, preda.

Storie raccolte in giro, ascoltate in gruppi di condivisione. Storie scritte in fretta e con grande amore. Storie di carne e sangue, molto dolore, poca riflessione.

Lo vedo così quel periodo della mia vita.

E di questo parlo, perché per me scrivere è ficcarsi in un ‘avventura, non posso scrivere senza anima. Ogni volta bisogna che la scrittura mi serva a fare un passo avanti, a com-prendere.

A questo punto arriva Monica Lanfranco, direttrice della rivista Marea, femminista storica e soprattutto un cuore a fior di pelle, lei sa e mette in ordine, dà senso alle cose e perciò solo lei poteva ascoltare dalla sua lontana (per me lontana che abito in un’isola) Genova, il mio bisogno.

Ci vieni a raccontare la storia di Franca Viola?

Emozione perché mi sento onorata di essere scelta per raccontare la storia delle storie, la storia di una donna che ci ha cambiate, che ci ha regalato il futuro.

Emozionata perché so che Monica mi sta regalando la possibilità di guardare a quel pezzo di storia così poco raccontata che si chiama violenza raccontata dalle stesse donne che la subiscono.

Così comincio la mia ricerca. Ero piccolissima quando ci furono i fatti di Franca Viola. Di lei so quello che sanno tutti: il suo no che sconvolse il perbenismo malato italiano. Ora, invece, si tratta di capire. Come narrare, infatti, se non capisco?

Vado in emeroteca e studio e studio e leggo e leggo e così, presto, intuisco che la storia di questa ragazza degli anni ‘60 è ben diversa da quella agiografica che ci siamo tramandate o che ci hanno fatto tramandare.

Io, con i miei occhietti di siciliana che ha passato gli anni delle stragi, che è stata amica di Peppino Impastato e di Mauro Rostagno, che ha partecipato al Comitato dei lenzuoli, che ha agito nel grande cambiamento di quegli anni, non posso pensare che le cose narrate in quel modo siano quelle vere.

Così la prima parte del lavoro, un mettere a punto, un cercare di capire.

Il racconto a Genova è il primo giro di boa, capire. Seguono piazze e teatri.

Poi la proposta da parte di Elvira, l’editrice La meridiana: scrivi, fanne un libro.

Cos’è un libro, se non la possibilità di mettere i propri pensieri uno dietro l’altro? Renderli chiari per te prima di tutto e poi per i lettori.

Due erano i pensieri che non andavano a posto ,ambedue pensieri divergenti rispetto al ben pensare.

Uno, Franca, una ragazzina di diciassette anni, viene rapita dicono, no attenzione, viene violata per otto giorni.

E questo è un punto di cui non si narra mai, piuttosto la si raffigura come un’eroina immobile, la bella statuina d’oro e d’argento, ricordate?

Raccontare il suo dolore, sedermi accanto a lei, e ascoltarla è il primo ribaltamento.

Poi c’è la storia siciliana, ma che ci raccontano ? che negli anni sessanta in un paese come Alcamo, allora capitale indiscussa di mafia, il nipote di Vincenzo Rimi, boss dei boss, rapisce una ragazza e qualcuno (il padre di Franca) si oppone? certo così andarono le cose, ma cosa celano le cose? Noi siciliani abbiamo imparato a svelare in tutti questi anni. Noi siamo maestri dello svelamento. Noi abbiamo bisogno di ribaltare una storia che ci è stata raccontata all’incontrario.

Ecco di questo e altro narro, accanto a Franca ci sono vicende di altre ragazze anche esse vittime del grande silenzio. Di silenzi parlo infatti e chiamo il libro Niente ci fu, formula che noi siciliane conosciamo bene.

Niente ci fu, fai finta, cioè, che non c’è stato niente perché se tu dovessi parlare, e dire la verità il mondo ci cadrebbe addosso.

Sopporta in silenzio violenza e poi violenza.

Niente ci fu.

Se il primo libro si chiamava, Elegia delle donne morte, ed io ero lì in mezzo al gorgo senza speranza con Niente ci fu, ho potuto capire e sono volata altrove.

Grazie a tutte le donne che, tenendomi per mano, mi hanno aiutato in questa impresa.

Se desiderate rispondermi con le vostre esperienze sono qui.

Se desiderate saperne di più

Potete ordinare

Elegia delle donne morte entrando nel negozio on line della Navarra editore

http://www.navarraeditore.it/catalogo.html?page=shop.product_details&flypage=flypage-ask.tpl&product_id=89&category_id=2

Per Niente ci fu, se volete la copia in cartaceo potete entrare nella casa editrice La meridiana:

www.lameridana.it

oppure scaricarlo via Ebook al

https://www.bookrepublic.it/book/9788861532786-niente-ci-fu/

elegia delle donne morteimage

La Norma e il normale ma di chi?

Si diceva partire da sé.
Fu una forza, un modo di stare al mondo.
Partire da sé significa sentire su se stessi quello di cui si parla, non dimenticare il proprio vissuto.
Fummo noi giovani donne a immettere l’idea nella politica che ci era lontana, estranea e dimentica dei nostri corpi e delle nostre esigenze. Fummo noi a dire che era necessario partire da sé. Dal proprio corpo di genere.
Poi a poco a poco, questo partire da sé, l’abbiamo dimenticato.
I motivi per cui l’abbiamo dimenticato sono tanti.
Ma innanzitutto per il fatto che a un certo punto parve che la nostra rivoluzione fosse solo roba marcia.
Tanto ce lo dissero e tanto ce la cantarono che finimmo per crederci anche noi, di essere marci, non distinguemmo più chi era come noi, chi altra cosa e violenta e chi , perdendo la speranza, mostrava le vene all’eroina.
Così quegli anni che hanno rappresentato un punto altissimo non solo di speranza di un mondo migliore ma anche di costruzione di un nuovo pensiero, furono ben benino nascosti e il nuovo pensiero fu fatto a polpette.
I pochi originali che invece quel modo di essere,di pensare con la propria testa lo vollero mantenere, furono condannati al silenzio e all’esclusione.

Era bella la nostra rivoluzione.
Io sono fiera di avervi partecipato, nessuno mi ci potrà mai fare sentire in colpa.
Era piena di gente, giovane e anche non giovane che si poneva il problema: ma questa caspita di Norma in cui ci hanno fatto vivere, che senso ha? La Norma e il normale furono scoperti: non erano altro che quello che i padroni, volevano che fosse e che noi fossimo.
Allora sta benedetta Norma, vogliamo provare a ragionarci sopra?
No, niente affatto non sono una nostalgica, vi sbagliate ma, guarda un po’ , non ho neanche voglia di fare passare i miei sogni e le mie scelte come una follia o ancor peggio fatti criminali.
Invece adesso va molto di moda, escono bei romanzi che ci ripropongono i fatti di quei decenni, bravi scrittori ci spiegano e raccontano la favola rassicurante che allora fu un inferno, per colpa nostra.
Ma le cose non andarono affatto come questi romanzi raccontano, questa si chiama revisione della storia. D’altronde la storia la scrivono sempre i vincitori che non siamo noi, perché noi, i liberi pensatori, abbiamo perso e siamo stati zittiti e non abbiano strumenti per raccontare la nostra versione dei fatti .
Ora io dico, mettiamo un punto?
Apriamo ‘sta discussione?
Ma riusciamo ad aprirla senza luoghi comuni?
Ritorno al punto di partenza, partiamo da noi.
È quello il punto, partiamo da noi, dalle nostre vite, insomma vivere come abbiano dovuto vivere a Loro immagine e somiglianza ci è piaciuto e ci piace?
A me no.
Ecco l’ho detto.
La Norma ci sta uccidendo, costringendoci a stare e vedere e appoggiare un mondo di pensieri e azioni che non ci appartengono e che scatena guerre,conflitti di ogni forma e tipo.
La Norma divora la terra.Smettiamola.
Partiamo da noi,ma per davvero.Smettiamola di lagnare perché loro sono cattivi e certo che sono cattivi, voglio comandare loro, rendiamocene conto. Basta lagne,partiamo da noi.