Rosalia,bambina pellegrina (piccola storia laica)

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Piccolo racconto laico  in onore della bambina pellegrina

per cui oggi a Palermo di notte si sale a piedi (l’acchianata) sul Monte sacro della città: il Monte Pellegrino- Questa piccola storia laica  fa parte di un progetto più complesso a cui sto lavorando e che spero di potere terminare.. ..diciamo entro Natale..

Rosalia la bambina pellegrina

Il no! le salì dal cuore e allora lei strinse le gambe. Aveva voglia sua madre a trattarla come una bambina. Di nuovo strinse le gambe. No! Si disse. Non se ne parla, si disse, lei quel vecchio bavoso certo che no, non lo sposava e poi sapeva bene da quando era piccina di dovere fare ben altre cose con la sua vita.

La strada l’avrebbe trovata da sola. Senza dire una parola a nessuno. Muta. Quante streghe aveva visto a cui avevano strappato la lingua, gorgogliare mentre strabuzzavano gli occhi nel disperato tentativo di, capiscimi, per favore, capiscimi. Mute.

No! se lo disse da muta. E strinse le gambe. Doveva andare pena la vita.

Fu una grande fuga. Ne parlarono per secoli. Ancora ne parlano.

Allora fu possibile perché in quel tempo le fanciulle erano diventate fate, se ne stavano sospese a grappoli, a mezz’aria, le vesti bianche e ballavano e ballavano colme di gioia, sicure di potere cambiare l’ordine delle cose. Non essere più soggette e costrette. Da dove veniva loro questa sicurezza? Non lo so. Ma proprio per questa sicurezza, erano molto ammirate e anche, perché no? temute. Tant’è che qualcuno compose il canto delle verginelle che ballano in cielo:

Bella festa si fa ‘n’celu cu li vìrgini e li santi

con amuri e tantu zelu

li vìrgini abballanu tutti quuuuaaaaantiiii. 

E ancora poi

balla Fravia e Pritunilla Brigida e Giulia…..e poi…

Ora nesci Ursula santa cu la cara cumpagnia.. balla Barbara e Lucia…

Rosa Ciccia e Pittinina

e così via e così via…

Niente ne sapevano del futuro che le attendeva. Tutte, come dicevo, erano fate e non c’erano fate madri o matrigne a dire loro cosa dovevano fare o non fare. Erano le ragazze stesse a decidere come e dove andare, sicure del cammino.

Le madri? Stavano alla finestra. Alcune urlavano: rientra! Rientra! Statti a casa, svergognata! Ma le più stavano alla finestra. Non osavano intervenire. Anche loro avrebbero voluto ballare ma non ne avevano il coraggio. La loro vita ormai era quella: accettazione e noia.

Così erano le cose quando Rosalia lasciò casa- la madre non aveva saputo difenderla dalla prepotenza paterna- e si perse per i boschi tra rovi, fantasmi, streghe e folletti, senza paura. Prese, come se la conoscesse da sempre, una strada magica e dimenticata da troppo tempo e la rinominò. Ogni ciuriddu. Ogni alberello. Ogni ciuriddu. Ogni alberello prese nome.

Ecco come andarono le cose mentre ancora era nel castello:

“Le foreste non le hai mai viste, neanche immagini come possono essere buie.”

Disse la madre per farla spaventare.

“Ci voglio andare lo stesso, l’interruppe la bambina, perché loro me ne hanno parlato, ci hanno abitato.”

“Chi loro?”

Chiese la madre accarezzando, già piena di nostalgia, la bella fronte della bimba.

“Loro.” E tacque.

Erano state le fate. La madre capì e tacque pur ‘essa.

“Le radici escono dalla terra! “Aggiunse estatica Rosalia.

“Hanno occhi, fauci spaventose. Scaglie. Denti di fuoco, sommersi, infrattati, ricoperti di terra.”

Un lampo di terrore o gioia l’attraversò. Ripeté fino quasi a consolarsi: ricoperti di terra, nella terra addormentati. Non poteva sapere di parlare del proprio destino.

“Nell’orto mi parlano e poi spariscono attorcigliati nelle loro stesse ali colorate.” Sussurrava.

“E’ tempo d’andare.”

Aggiunse guardando la madre adesso con lo sguardo severo di un’adulta responsabile. E la madre s’impressionò, in un angolo vide il fagotto con proprio due cose inseparabili che la figlia si era preparata di nascosto. Allora pianse ma non per quello che voi pensate, cioè cuore di mamma e non rivedere più la figlia che certo le spaccava il cuore, ma le lacrime amare furono per altro, per il destino di solitudine che la figlia stava prendendo sulle proprie spalle con quella leggerezza che si può avere solo da fanciulli.

Così, pian pianino la bambina s’incammina.

La cometa è nel cielo.

La madre è rimasta alla finestra, un dito oscuro attraversa, infrange la perfezione dell’universo, sconvolge le leggi dell’ordine, i sacri principi delle galassie. La luce pallida, perfida, pericolosa illumina le cime degli alberi. Un dito scagliato nell’universo, pallida stella, coda trasparente di fantasma.

Cose terribili aspettano la sua bambina.

E’ destino, si dice la madre e chiude la finestra, tanto a guardare fuori non ci guadagna niente. Forse potrebbe seguirla ma non le pare opportuno. E lei a queste cose ci tiene. Non si smette mai di educare una figlia. Ora la bambina deve camminare da sola, senza sostegno, senza pensieri. Compiere i passi certi verso il proprio destino, anche se questo spacca il cuore della madre.

La cometa è nel cielo.

Rosalia l’osserva mentre s’addentra nel bosco. Un dito luminoso traccia la perfezione dell’universo. La luce pallida illumina le cime degli alberi come un’aureola magica.

Cose meravigliose e terribili mi aspettano, lo so, non mi oppongo, mi riconosco in esse, sento la forza, sento il destino.

E avanza nella foresta.

Alberi come stecchi. Alberi come fronti divisori. Alberi come segnali di attraversamento. Sentieri non ce ne è più. Alberi uno dopo l’altro.

Indugia tra uno e l’altro. Sospende il fiato. Sta in silenzio. Lì in quel vuoto, le arrivano cose confuse all’inizio, poi vedremo.

Due palme, gialle, marrone con i ciuffi smossi dal vento, le fanno da porta d’ingresso nel confine tra la terra coltivata e quella selvatica. La bambina poggia le mani sui tronchi, preme un po’ quasi a farsi male e le palme ondeggiano lievemente: attraversa, attraversa, le sussurrano.

Passa la porta. Lascia le belle zolle di terra arata, gli ulivi in file perfette, le vigne a filari alle spalle, i comignoli delle case con un filo di fumo, l’odore del pane.

Adesso è nella foresta, in quella confusione di rami, di radici, di terra smossa, di bacche che cadono dall’alto. Alza lo sguardo. Non riesce a vedere il cielo se non attraverso il fitto dispiegarsi dei rami che s’intrecciano e si parlano: albero con albero.

Riuscirò a percorrerla tutta fino a trovarmi dall’altra parte? Non sono mica Alice nel paese delle meraviglie, si dice, io sono una bambina siciliana, piuttosto carina, che il padre vuole fare sposare con un vecchio bacucco. Dove vado? Cosa mi spinge? Non sarà meglio tornare indietro e riprendere il normale tran tran? Adeguarmi ai desideri di mio padre? Stringe le gambe. Mai. Quello che le propongono in famiglia non le piace per niente. Lei vuole altro. E’ altra cosa, anche se ancora non sa bene cosa.

Le è dispiaciuto lasciare la madre. Ma in questo momento a stento riesce a farsi carico del proprio destino. Dei silenzi di questa, dell’accettare ogni prepotenza da parte del marito, non può farsi carico. La madre deve muoversi da sé. Non può contare su Rosalia, non in questo momento.

E’ dura e inviolabile come un guerriero.

Così vaga tra alberi giganteschi. Passano le giornate e lei si abitua, lei non è madre, non è moglie né sorella, lei è se stessa, lì in questo nuovo mondo.

Cerca quel qualcosa che l’ha spinta a lasciare la famiglia a dire no al padre padrone, a mettersi in cammino dal suo paesello arroccato tra i monti, giù giù verso la città sul mare.

Cerca.

Ancora attraversa porte fatte d’aria tra gli alberi. Si ferma. Attende. Ascolta. Impara. Non è triste, a volte un po’ scocciata di essere sempre sola, questo sì.

Lei è il suo destino.

Così passa un inverno, una primavera, un’estate, un autunno e ancora un inverno e una primavera, e allora finalmente c’è l’incontro con la Montagna.

Ambedue, Rosalia e Montagna capiscono di essersi trovate.

Ah, ecco! Dice la ragazza che ora non è più bambina. Ah, ecco! Dice la Montagna che finalmente ha trovato chi l’abiterà per sempre.

Per sempre? Ancora Rosalia non lo sa, lei crede di salire lassù e trovare una grotta adatta alle proprie esigenze ma non sa cosa sta per capitarle. Si sente così forte, la ragazza, non può neanche immaginare la forza di quelli. Quelli che scrivono le storie e disegnano il mondo. Per caso era questo che tentava confusamente di dirle la madre?

Non lo sappiamo. Non lo potremo sapere mai perché Rosalia è muta. Non l’abbiamo mai sentita parlare.

Intanto che ne è dei genitori lì nel paesello natio? Il padre che la voleva dare in moglie a un bacucco, ora, per la brutta figura fatta con il futuro sposo (…scappò. Come scappò? Che le posso dire, scappò), non ha il coraggio di mettere piede fuori dal castello ma, in effetti, lui pensa che la moglie abbia nascosto la figlia in qualche anfratto segreto ma, pensa pure, prima o poi lui vince. La bambina non può certo stare sempre segregata e lui, prima o poi, la farà sposare a chi dice lui e così finalmente metterà mano agli affarucci legati a quel bel matrimonio. Quindi, un po’ s’inquieta e non esce di casa ma siccome è sicuro di vincere, è tranquillo e si gode la vita. Ogni giorno si alza e si dice, eccole le due, ora entrano dalla porta con la faccia moggia moggia a chiedere perdono, io farò finta di essere molto arrabbiato mentre invece il cuore mi salterà in petto dalla gioia e poi farò la parte del generoso e le perdonerò.

Invece i giorni passano e non succede niente.

E la madre? Lei sa destino come spesso sanno le donne fate. Aspetta di sentire la voce della figlia nel vento. Passa le giornate nell’attesa dei segni. Un uccellino becca sulla finestra, di sicuro è mandato dalla figlia. Intruppica, è Rosalia che ha intruppicato e così via. Segnali dal mondo delle fate.

Ogni tanto si mette il fazzoletto in testa e quatta quatta se ne va a una capannuccia murata di qualche eremita, (sa dove andare a cercarli). Attraverso la finestrella con la grata che collega il solitario con il mondo lei passa una pagnotta di pane fragrante, appena sfornata in cui ha messo un po’ d’olio e anche qualche noce. Una mano adunca afferra la pagnotta ,un rumore frettoloso di ganasce affamate e silenzio ancora silenzio. Lei si afferra a quella finestrella e avvicina il volto per intravedere nell’ombra l’uomo coperto di stracci ma il fetore di tomba le procura un rigurgito di vomito. Si vergogna un po’, ma che schifo però, in effetti da quella stanza murata non si può fare uscire niente se non che passi attraverso le grate di quella scomoda finestrella che più che una finestrella è un buco tondo, un occhio cattivo, un ombelico oscuro.

Una follia pensa la madre, eppure la scelta di farsi murare vivi da parte di alcuni eremiti funziona proprio così. E quando la donna o l’uomo viene murato c’è anche una bella cerimonia in pompa magna , un rito funebre per quell’abbandonare il mondo per sempre. Mai più contatti. Mai più mani che si stringono. Mai più occhi che si guardano. Solo il proprio corpo. Sole le proprie paure, i propri pensieri, le proprie parole. Soli. Con Dio ben inteso. La donna ha un brivido d’orrore all’idea che lì, a un passo da lei, separato da un muro, c‘è un essere umano invisibile, in uno spazio di pochissimi metri quadri, una tavolaccia come letto, una sedia, qualche vecchia coperta, il cibo passato attraverso quella finestrella dal buon cuore di chi passa o di chi si ricorda. Un’altra finestrella così alta che è impossibile guardare dentro, collegherà la cella con una chiesetta dove ogni tanto l’eremita potrà ascoltare un canto sacro, una messa. Per il resto silenzio. Candele. Freddo. Vento. Sole.

Se passi lì vicino, ascolterai i sussurri, a volte i passi solitari e le preghiere. Ascolterai e sentirai un soffio nell’aria di quel fantasma murato, accanto a te, sentirai il forte odore di rinchiuso. Di tutto questo la madre ha un grande orrore, si dice, ma come fanno? E poi perché? La vita è così bella, un dono unico. Intanto adesso è andata proprio lì dall’anacoreta a chiedere se per caso lì attorno ha sentito i passi di una bambina, dei sussurri e, spera no, delle grida, dei lamenti, Dio non voglia, e se, infine, perfino le ha parlato. L’eremita mastica soddisfatto la pagnotta, negli ultimi tempi si sono proprio dimenticati di lui.

Ah! La bambina, sì, si dice, e la madre ha l’atroce sospetto che le dica qualcosa per tenerla là a fargli un po’ di compagnia e soprattutto a garantirsi che questa tornerà con un’altra bella pagnotta calda calda con olio e noci.

“La bambina, certo, e mastica, certo le ho parlato, le ho consigliato di andare verso il mare…”

E mastica e mastica.

Poi sono dei mercanti di stoffe che vengono dalla città a raccontare estasiati d’una ragazza salita sulla Montagna.

Ora però la madre è piena d’angoscia perché l’ultimo mercante le ha fatto uno strano racconto. Lei non vuole e non può credere. Dice così il mercante: “La bambina, una ragazza ormai, è per la città intera una specie di santa e di guaritrice, vive solitaria in un’umida grotta sulla Montagna.

“Umida?” Chiede la madre. Si preoccupa che le possa venire un raffreddore. Sì, dice il mercante, l’acqua cade a goccioloni dal soffitto. Quella già pensa a come trovare modo di mandarle una cosetta di lana buona, qualcosa che la scaldi. Da quanti anni ormai non la vede, come sarà diventata? Non vuole però rivelarsi davanti al viscido mercante. Non vuole svelare la propria colpa, che figura farebbe? Di non averla fermata.

“Ha con sé un teschio, continua la voce del mercante, una croce. Un serpente le gira attorno e un bastone. La falce di luna in cielo la osserva. Cerca le erbe mediche. Conosce tutto. La gente si arrampica sulla Montagna per parlarle, ascoltare consigli, parole di conforto e lei non si tira mai indietro, con la sua vocina delicata come quella di una bambina, pone le mani, guarisce.”

“Ma è una bambina!” Le scappa forte alla madre.

Il mercante la guarda interdetto, lei abbassa lo sguardo, che confusione, no, bisogna essere più prudente, non deve essere scoperta.

“Ora è successo.” Riprende l’uomo, un po’ piccato ma anche incuriosito dalla donna, chi sarà mai?

“ Il vescovo, infastidito da tutto il parlare dei cittadini su questa ragazza che se ne vive solitaria su nella Montagna, ha deciso di salire lassù per controllare se si tratta d’una fata, d’una strega, una che? Possibile mai che la gente invece di andare a parlare con il parrino se ne sale lassù a parlare con ‘sta ragazzina? Non è cosa fatta per bene, sbuffa il vescovo. Bisogna controllare, tenere a regime. Intanto a dorso di mulo sale e sale, non ha più l’età di farsi l’acchianata. A ogni scossa di mulo, per non prestare attenzione al mal di schiena che lo sta schiantando, cerca di concentrarsi sulla ragazza, a cosa le dirà per convincerla a non essere così selvaggia, le cose vanno fatte con ordine, sotto la tutela della Chiesa. Le hanno detto, un tipetto vivace, un tipetto che non si lascia facilmente irretire. Dio non voglia, lui sia costretto a farle strappare la lingua per zittirla.”

“Ah!” Urla la madre. E il mercante la guarda di nuovo, non è che questa è una strega?

“ …… mentre sale a dorso di mulo, si fa una pensata geniale e sorride tra sé e sé di soddisfazione.

Sono un genio, si dice.

Insieme, dice proprio così il mercante, insieme vescovo a e ragazza hanno deciso che lei vuole farsi rinchiudere nella grotta in cui vive.Murata viva.”

“Possibile mai?” Grida la madre. Pallida come un cencio.

“Alla terra vuole tornare, il mercante ora è davvero piccato delle urla inaspettate della signora del castello, come santa Tecla, non la sa la storia?”

Si siede accanto alla donna tramortita, le fa un po’ pena, non sa perché ma comunque le fa pena.

“ Tecla per l’appunto si doveva sposare. “

La poverina di nuovo ha un sussulto e il mercante si spaventa:

“…. e invece di sposarsi se ne scappò al seguito di Paolo. Erano tempi di grandi persecuzioni e Paolo, come ben si sa- guarda la donna, almeno questa storia la conoscerà la castellana? Cos’è, una pagana?- Insomma Paolo fu condannato al martirio e anche la ragazza, Tecla, per l’appunto che l’aveva seguito. Diamola in pasto ai leoni! Comandò l’imperatore tutto soddisfatto. Ma i leoni si mangiarono tra loro e lasciarono in pace la ragazza. Allora diamole fuoco! Replicò l’imperatore indispettito. Neanche il fuoco ne volle sapere di Tecla.

Rimasta in vita, con tutti che la guardavano stupiti, se ne andò a vivere in una grotta per ben settantadue anni con una dieta strettamente vegetariana.”

Insiste sul punto il mercante, anche lui si trova bene con la dieta vegetariana.

“La ragazza, continua, ebbe fama di guaritrice, sì così come Rosalia la ragazza della Montagna!”

Ancora una volta la madre sussulta:

“Ma perché mai si vuole fare murare viva?”

Grida. E’ scarmigliata. Una pazza.

“Come Tecla!” Grida a sua volta il mercante.

“Quando di vivere ebbe raggiunto la sazietà chiese alla terra d’inglobarla e la terra si sollevò e la inglobò. Così vuole fare Rosalia. E’ sazia. Quello che doveva fare l’ha fatto. Si procederà a una bella cerimonia funebre, il vescovo la benedirà e lei, muta, entrerà nella sua tomba da viva, lì vivrà, pregherà mai più vista da essere umano. Mai più. Ma tutti saremo intorno a lei, ad ascoltare il suo fiato santo, i suoi passi solitari, la sua potente energia che adesso, per volontà de vescovo, sarà ben rinchiusa e indirizzata dalla Chiesa.”

“Ma chi lo dice?” Ora la madre è furibonda e in piedi. Poi cade a terra tramortita. Il mercante scandalizzato lascia il castello e se ne torna in città ad assistere allo spettacolo della fanciulla murata viva.

Ora Rosalia è muta e santa. Il vescovo gongola. Un giorno, molto presto, la Madre Terra se la riprenderà. Come Tecla, muta e santa.

Io, Rosalia, non ho chiesto di essere protagonista d’un sacrificio. Ma il sacrificio ha preso me. La scelta ha condotto me.

Destino.

Io sono le ossa e le visceri della terra. La montagna è scrigno. Io sono la pietra delle tempeste. Io sono sasso e forza. Io sono terra.Un giorno mi estrarranno e allora cominceranno a parlare di me. Per ora debbo dormire. Qui sasso e pietra, visceri e ossa. Dormire nella terra. Per mutare.

Troveranno la pietra di me e capiranno. Le donne mi troveranno e muteranno. Non saranno più trascinate dalla corrente, ritroveranno il filo, come quella benedetta storia di Arianna che dovette dare il filo a Teseo per entrare nel labirinto e quello poi la mollò. Ora nella pietra, il filo lo tengo ben stretto affinché conduca me e le altre donne oltre il silenzio delle murate vive.

(nessuna parola ci è arrivata di Rosalia, perciò la faccio parlare io)

Passa il tempo. In città è il tempo della pestilenza. Le donne se ne salgono alla grotta della fanciulla murata. Una di loro la incontra in sogno. Rosalia le indica la via. Portami in città tra le altre. Non lasciarmi più muta e murata.

Scavano le donne, raschiano la terra che trasuda olio, le rocce tremano e trovano pietra e sassi, ossa.

A balzelloni ora le ossa della ragazza se ne tornano a guarire le donne della città.

Ma questa è un’altra storia. Perché non è andata esattamente come la ragazza immaginava. Ancora la pietra, quella vera, il lapis, quella che fa mutare, non è stata trovata o se trovata è stata nascosta perché ancora, purtroppo, i tempi non sono maturi..

E la madre? Morta e sepolta. No, non è mai andata a trovare la figlia murata. Non ne ha avuto il coraggio. E’ rimasta prigioniera del castello.

 

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Kaddish per Andrea, morto sparato

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Kaddish per Andrea morto sparato  

 

E poi  niente ci fu 

Primo argomento, per noi che ingoiamo qualsiasi cosa. 

Subito a posto, niente ci fu 

I banchetti aprono, il mercato è a pieno ritmo. 

Andrea è sparito. 

Non c’è . 

Coperto dal nulla, dai vuoti oscuri e dai silenzi. 

La macchia di sangue in terra si confonde con quella pozza rossa che ogni giorno si forma dal tonno che sgocciola. 

Goccia e goccia 

E sono occhi di tonno e occhi di pescespada. 

Gocce di sangue e morte di Andrea 

Che là è cresciuto e adesso non è neanche esistito 

Là correva avanti e indietro piccolo, bambino, ragazzino , avanti e indietro. 

Niente ci fu, il business deve andare avanti  

Fa ridere il borghessuccio quel silenzio che ingoia dolore e lo mura dentro le case, fa ridere: ah sta benedetta omertà! 

Fa sussultare di piacere il turista guardone , ah però! Davvero pensa come nel far west! 

Ingoiamo, quel mamma che impressione  

Ingoiamo la realtà e la trasformiamo in una sorta di film, ma sai che ieri.. ma dai! Un film troppo bello per essere vero. 

Ingoiamo il dolore, il corpo che cade davanti alla gente, il corpo che fugge come animale braccato tra le bancarelle, cade, si rialza, cade, si avvicina il killer punta uccide. 

Altri, a pochi centimetri da lì, si credono appartenere ad altri mondi, seduti sui loro scranni da intellettualini, giudicano il fatto scandaloso, la città irredimibile  

Intanto Andrea, picciottello di trent’anni, ha smesso di servirmi le pesche e di ridere a mia nuora per il bel bambino. 

Intanto Andrea, il fatto che non fosse un santo, merita forse di passarci sopra con disprezzo?intanto lui, trent’anni , ha capito e si è girato e ha tentato di correre , di fuggire. 

Intanto il killer che di anni ne ha di meno, ha tenuto ben stretta la pistola , ha sparato , ha inseguito, ha completato l’esecuzione  

Seduti su alti sedili gli intellettualini, giudicano con un certo sprezzo, girano la testa schifati, non sono certo loro che rendono irredimibile la città. Che schifo e che posto , che sprezzo e che vomito, dicono, scrivono, commentano un po’ perfino ridono  

Ma chi è allora Andrea?Chi era Andrea lì al banco della frutta con il suo sorriso e il corpaccione di un ragazzo cresciuto troppo in fretta, troppo troppo troppo 

Se la città è corpo, Andrea lo era nel mezzo, ragazzo perduto, poi redento, poi forse perduto di nuovo. 

Andrea è morto così alle sette del mattino di un sabato di agosto, le cassette della frutta ancora da sistemare  

Io canto il kaddish per lui, per noi che ingoiamo e ingoiamo e taciamo e taciamo….  

Il kaddish per Andrea mi avvolge in un sudario di speranze spezzate, di solitudini del discorso  

Il kaddish per Andrea mi strappa di dosso il dolore, io sono palermitana, sono nel mezzo 

Io non ingoio e per lui alzo il mio canto. 

Amen

Piccolo pensiero eretico: madri e figli(e)


Alba de Cespedes in Quaderno proibito, a un certo punto si mette a scrivere alcuni pensieri ,cose, diari e ci prende gusto, si sente rinascere ma dove metterlo,dove nasconderlo sto pensiero nuovo che scorga da lei?Lei madre, senza più nome, come lei ci dice, ma solo mamma , non ha uno spazio suo,un posto segreto, lei è mamma al servizio e nella funzione di mamma, è aperta a tutti, non ha pensieri ma solo riflessi dei pensieri altrui. Le rimane un unico nascondiglio:il cesto della biancheria.

Il cesto della biancheria è la stanza tutta per sé della donna senza nome, la mamma.

Anticaglie? No, non sono anticaglie, sono il presente.

Licia Maglietta fugge in Pane e Tulipani perdendosi sull’autostrada per lacerare con forza il proprio ruolo di mamma, per avere diritto al proprio nome.

In ambedue i casi di queste mamme che hanno deciso di avere un pensiero eretico, proibito , i peggiori nemici saranno i figli.

Diciamolo, sono loro i più conservatori, coloro che portano avanti ,poverini, questo maledetto valore italiano della mamma senza nome .

Le mamme d’altronde così li hanno cresciuti: per loro tutto, tutti i pensieri, tutte le attenzioni,loro i perfetti, loro i conoscitori della verità. E mentre loro crescono, si fanno adulti, la mamma si prosciuga , diventa anziana, perde sempre pù diritti in un mondo poi quello italiano, dove gli anziani sono dei fantasmi senza diritti. Sono solo al servizio, non debbono avere pensieri, voglie, desideri ,pensarsi diversamente così come proprio l’adattamento ad ogni età della vita, richiederebbe .

Il pensiero comune dice: la genitrice deve avere un cuore colmo d’amore e l’amore della genitrice italiana si esprime in un solo modo, con il perenne sacrificio di sé.

Si può permettere una madre di avere diritto a una propria vita, non intendo quella di avere un nuovo compagno perchè su questo punto ormai la laicità consente abbastanza, ma piuttosto una vita nuova, nel senso che a un certo punto una donna si accorge di essere rimasta in scacco nella propria esistenza e decide di posizionarsi in modo diverso. Si può? 

Può comunicare questa cosa in famiglia? Può dire ,io da questo momento farò così e colì perchè ho bisogno di riprendermi la vita e non sentirmi una senza nome?Può dirlo ai figli?E quanto dolore e sofferenza e lacerazione produce una scelta del genere?

Quante volte si dovrà sentire dire, mi dici così, vuoi fare questa scelta per ricattarmi!

E niente vale insistere che invece si vuole fare una scelta, una piccola miserabile scelta di dignità per vivere meglio e la mamma è convinta perfino che tutti vivranno meglio perchè le relazioni d’amore dovrebbero essere libere relazioni in cui si guarda con amore al cambiamento dell’altro.

Niente, aria fritta, la mamma deve essere immobile , ferma congelata nei suoi pregi e nei suoi difetti e proprio perchè è ferma e congelata, sia i pregi che i difetti saranno colossali, montagne di fiori e di merda ma tali devono rimanere perchè costituiscono la saga familiare che gioca attorno a questa madre immobile, senza voce, con un cuore che gocciola pasta al forno e sorrisi.

Niente si deve muovere.Tutto fermo.Il pensiero non esiste.

Quanti litigi, quanti ricatti e amore lacerati sono necessari per permettere a una donna di esistere fuori dai ruoli, tornare a essere se stessa?potere essere una donna in cammino e nello stesso tempo continuare a essere amata?

Il novanta per cento delle volte la donna rinuncia,non può perdere l’amore della propria famiglia, allora prende il cesto della biancheria, ci ficca dentro i propri pensieri, li nasconde per bene e lì li dimentica.

Ogni tanto se li va a vedere, si dice: ma guarda avrei proprio ragione io, ma poi li nasconde perchè non ce la fa.

Non può rinunciare a quell’amore malato che giorno dopo giorno la uccide.

Bomba

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In questi giorni chiaramente c’è un rientro di libri, pensieri, azioni per la commemorazione dei nostri martiri (scrivo da Palermo, è chiaro chi sono i nostri martiri).

Non voglio dire e non voglio giudicare,però, anche se non sono una giornalista né un giudice, né un chissàcchè e quindi per molti di voi non ho diritto di parola, mi permetto di inviarvi queste mie modeste riflessioni che so bene vanno controcorrente…

Partiamo da questo :

Al centro c’è la bomba.

Noi siamo stati “letteralmente” spazzati via dalla bomba.

La bomba ha creato un trauma e un lutto, questo trauma e questo lutto, quello di persona e persona , è stato occultato, perché nel frattempo si usava trauma e lutto per agire la paura, e lavorare al compattarsi del pensiero unico.

Il trauma produce una fragilità psichica e una paura incontrollabile, la paura di essere annientati. La bomba in particolare l’abbiamo sentita risuonare nelle orecchie, i corpi squartati erano lì.

La paura dell’annientamento diventa latente ed è per sempre, allora si ha bisogno di controllo.

E’ la logica dell’assedio, credi di non potercela fare, sei assediata, devi difenderti, non spaccare più il capello in quattro, riunire le persone, pensare tutti eguale, andare avanti, per sopravvivere.

Il bisogno di controllo ( per non subire più abusi, violenze) rende nemici tutti coloro che la pensano diversamente, che pensano che il percorso di superamento del lutto e quella che allora chiamammo giustamente una lotta di liberazione, possa essere agito in modo diverso.

Bisogna essere allineati. Non pensare altrimenti, è troppo pericoloso, per i corpi , per le coscienze.

La paura si organizza in una paralisi, allora hai l’impressione di lottare contro l’abuso che hai subito ma in realtà, Loro hanno vinto perché la paralisi è dentro di te.

D’altronde non basta sopravvivere per vivere ancora.

La bomba ha aperto e reso stabile la logica dell’assedio e ha riallineato il pensiero unico.

Potere pensare diversamente, ha significato diventare responsabili del disordine che in quel momento(secondo la massa) non era possibile agire.

Un solo pensare.

Un solo agire, troppa paura.

La bomba è stato un grande rientro nel pensiero dominante, travestito spesso, troppo spesso da antimafia.

Lo hanno detto in tanti: il 1992 è stato un colpo di stato ma si guarda sempre al lato politico e della giustizia andata in frantumi, ma nessuno intraprende la strada del capire come la bomba è stata un colpo nelle nostre teste.

Non abbiamo più potuto pensare, scrivere, agire arte, cultura, società se non dentro degli schemi.

Tutto è stato “per necessità”, riportato ai luoghi comuni.

Riusciamo adesso a riprendere i fili di un pensiero diverso? A essere di nuovo liberi pensatori?

Siamo disposti adesso a cadere da soli? A ruzzolare e magari romperci una costola per ricominciare a pensare lì dove il pensiero è stato interrotto? A dirci cosa è stata la bomba nel nostro agire quotidiano, cosa mi ha impedito di fare e pensare?

Io ci sto provando. Vi racconterò delle storie via via.

Si tratta di riprendersi la vita là dove ce l’hanno interrotta.

Non guardare immobili a testa girata il passato, perché così ci si trasforma in statue di sale, ma riflettere su quanto corpo a corpo abbiamo subito per agire adesso, diversa/mente.

Fine prima puntata, alla prossima.

Il senso dello yoga,bufale e luoghi comuni

IMG_0247Il senso dello yoga, bufale e luoghi comuni
Pratico yoga ormai da più di quarant’anni. Ho avuto la fortuna, giovanissima, di incontrare un grande maestro Aruna, che ha dato la possibilità a tanta gente a Palermo di avvicinarsi a questa straordinaria disciplina.Poi ho cambiato città e ho continuato a praticare in giro per il mondo, impossibile smettere, ritornata a Palermo ho incontrato una mia cara amica che nel frattempo era diventata lei una straordinaria maestra,Savitri, e il lavoro è continuato.
Scrivo queste righe perchè ancora, dopo tanto tempo che lo yoga, finalmente,è riconosciuto come una disciplina straordinaria per il benessere, mi sento  presa in giro da gente che mi dice,ah ah certo! L’illuminazione
Possibile mai?Possibile,mi chiedo,che esistano ancora in Occidente persone che non hanno un minimo di curiosità per questo lavoro?E che ancora lo guardino con sfottente circospezione?
Questo pensiero mi spinge, in questi giorni in cui a causa di una costola rotta, ho intensificato il lavoro, a scrivere due cosette.
Comincio con il senso dello yoga e come io lo vivo.

Yoga è per me cose molto semplici:
Yoga è benessere del corpo perchè con una serie di posizioni, dette asana, permette al corpo di allungarsi, tendersi, prendere forma,rilassarsi e tonificare i muscoli.
Yoga è benessere perche le asana sono lievi, non forzano mai il corpo, lo rendono elastico e lieve, non fanno massa muscolare eccessiva, non chiedono sovraffaticamento, dunque chiedono al corpo di riconoscersi in quello che si è e non nel corpo di un altro , di non pomparlo per diventare altra cosa da sé, dunque in questo modo permettono di cominciare a guardare se stesso,chi si è veramente e a curare la propria alimentazione, perchè come ormai tutti sappiamo, noi siamo quello che mangiamo.
Yoga è benessere, perchè nell’osservare senza pregiudizi il proprio corpo, si passa dall’accettazione, alla cura di sé , al ben/essere personalizzato a propria misura e non alla misura che altri vogliono che tu abbia.
Yoga è benessere perchè appena cominci a guardare il tuo corpo, a sentirlo tuo e non come una drammatico scherzo crudele del destino, ( non sei bella nel modo giusto, hai le gambe così e il seno colì), riconosci la tua forza e la tua assoluta e unica particolarità di essere umano inimitabile.
E questo è la parte fisica, non mi par poco, però parlando di corpi,questa parte viene accettata più facilmente dai soliti sfottenti.
Poi c’è la parte chiamata sottile che si pone il problema di lavorare con le energie che nascono dal proprio corpo, anche qui , io davvero non riesco a capire le posizioni polemiche, mi pare evidente e tra l’altro anche riconosciuto ormai dalla scienza occidentale ufficiale, che il nostro corpo è un fascio di energie che si muovono e si bloccano o agiscono nel noi. Non c’è niente di magico o di particolarmente freakettone
Comunque sia,lo yogini ritiene che attraverso le posizioni, asana, assunte, l’energia si muove, si blocca, la si spinge in alcune direzioni e il benessere che ne deriva sia dovuto a questo, inoltre si pone un lavoro più sottile attraverso la respirazione, lavoro detto pranayama.
C’è una grandissima filosofa Luce Irigaray che un certo punto della sua vita ha avuto un terribile incidente e per guarire una schiena distrutta, le hanno consigliato di fare yoga.Ha scritto dei testi bellissimi in cui spiega cosa è successo al suo corpo lavorando sulla respirazione, ne ha accolto il senso, regalando agli Occidentali il suo cambiamento.
Nella mia piccolezza, desidero dire questo:
Imparare la respirazione , tenerla , rilasciarla, allungare i tempi, trattenerli e così via spinge la conoscenza di quel sé di cui prima scrivevo ancora più in profondità, aiuta a vedersi, a porsi, a posizionarsi .Non ci vedo niente di bizzarro.
Faccio un esempio, ho una costola rotta e chiaramente faccio tutto quello che debbo fare,che mi dice il medico ,ma la mattina mi seggo per terra con le gambe incrociate, e lentamente respiro con il ritmo che so, e so che mi sto facendo del bene, sento che ascolto questo disastro interno che mi è stato provocato dalla rovinosa caduta, sento la mia parte malata, l’ascolto e la prendo in cura.
Ancora più dentro al mondo sottile, in questo senso della cura di sé, è il lavoro sul riconoscimento di quella fonte inesauribile di energia che il nostro stesso corpo contiene che si chiamano i chakra, nome anch’esso, che fa ridere quelli di prima , come se uno passasse intere giornate a mo’ di figlia dei fiori
Chakra non è altro che riconoscere in sé la forza di reagire, sapere che dentro di noi c’è un’energia tale da poterla dirigere per trasformare o almeno migliorare le cose..
Ora ditemi in tutto questo cosa c’è di bizzarro?Boh.
Il mondo va a mille all’ora, la letteratura, la filosofia , la scienza ascolta vede nuove esperienze, angoli di vista diversi , impara, si confronta, mischia e mischia questo è il mondo per fortuna in questo momento , alzare frontiere e muri non è solo nella politica ma anche dentro di sé, chiudere l’ascolto , non riuscire a dire, fammi vedere,magari da quel punto di vista sulle cose diverso dal mio posso cambiare qualcosa di me (e dunque di chi mi è accanto) …ma perchè?

Sono contraria ai muri.. in qualsiasi forma essi si esprimano ma ritengo i più pericolosi di tutti quelli della coscienza……viva  l’illuminazione!!!!

Raccontare storie,leggere storie

IMG_3648Lo spazio a volere essere generosi è minuscolo. Ci entrano esattamente venti sedie ripiegabili, un tavolo anch’esso ripiegabile, un tavolino dove stanno poggiate tazze, zucchero, miele, thermos con tisana, thè, una brocca per il vino, bicchieri di carta, dolci e dolcetti sempre più sontuosi perchè chi viene ha cominciato a portare  frittelle, torte e così via. Poi ci sono tre sgabelli dove stiamo sedute noi tre e un leggio, perché Ester e Maria leggono dal libro, io invece racconto e ogni tanto lancio un ‘occhiata ai miei appunti.

Lo spazio è nel cuore del mercato del Capo a Palermo. Quando fa caldo, a finestra aperta, siamo quasi a livello di strada in un cortile interno, si sentono i carretti della frutta passare, le grida dei venditori, i litigi alla palermitana e le smarmittate dei motorini. Ridiamo. Nessuno si arrabbia perché quello che succede lì dentro è un rito  di ascolto che prevede interruzioni: l’ improvvisa impennata di un ascoltatore che  ha da dire la sua sul personaggio, in bene e in male, perché lo detesta o lo adora, e interruzioni esterne, partecipazione.

i nostri corpi di appassionati lettori si agitano, partecipano, si spingono in avanti sulle sedie, interrompono, sbuffano. Perché siamo e stiamo nelle storie.

Siamo  un gruppo che  si regala uno dei piaceri più grandi ( a mio parere) e dono esclusivo dell’umanità: leggere un romanzo.

Compio questo rito da più di vent’anni e sono sempre stata convinta della sua importanza, ma debbo dire che quest’anno è stata davvero un’annata speciale.

Intanto per la squadra, io ed Ester e Maria Cucinotti che non solo sono formidabili lettrici e interpreti dei testi ma sono disposte a  passare interi pomeriggi di lavoro o di gioco? Scegliamo un romanzo che ci appassiona. Che conosciamo e che ci fa brillare gli occhi. Lo sezioniamo e man mano che leggiamo e ci raccontiamo degli stralci,anche noi gridiamo di entusiasmo o scuotiamo la testa d’indignazione per una tratto di storia, per un personaggio.

Questo è poi il lavoro che riportiamo , la nostra passione per la lettura di quel romanzo.

Arrivano  ben prima del tempo, si seggono e già vogliono parlare del romanzo. Non stanno mai quiete e quieti i nostri ascoltatori, hanno la fregola in corpo, sono  lì per condividere una passione .

Leggere!Se provo a spiegarmi non ci riesco. E’ una droga che mi ha preso sin dalla mia prima infanzia, quando torturavo la mia sorella maggiore Gabri , che leggo? che leggo? così a dieci anni, per liberarsi di me, mi affibbiò Guerra e Pace io sprofondai nella lettura e d’allora non ne sono uscita più. Mi permetto questa piccola testimonianza perché so, ho imparato in modo particolare con la passione che ho visto quest’anno, che leggere è irredimibile: chi comincia non smette. Il grande romanzo, quelle storie che ti trascinano e ti danno la possibilità di aprire nuovi mondi , di essere altra cosa qui e là. Ti aprono la mente e il cuore.

Accapodellestorie, la piccola compagnia narrante: Beatrice, Ester, Maria, ringrazia di cuore per essere stati con noi per un anno intero ad ascoltare:

Madame Bovary, Argonautiche, La donna della domenica, Giro di vite,Buddenbrook.

Vi aspettiamo in autunno per regalarci ancora  tutti insieme la condivisione del piacere immenso che ci danno le storie e le scritture dei grandi romanzi di tutti i tempi.

Del sacrificio a Cinisi o della lapidazione

C’è modo e modo di raccontare una storia. C’è un modo che viene da fuori, che rende il lutto un evento mediatico, non che  questo non abbia un’enorme importanza,  e nel caso di cui sto per narrarvi lo ha avuto, man c’è un modo più intimo di raccontare il lutto quando questo si scontra con una generazione e la cambia per sempre.

Spesso nella nostra storia di siciliani questo lutto intimo è stato messo da parte, perché se, se ne fosse tenuto conto, il senso storia avrebbe dovuto cambiare e l’attenzione avrebbe dovuto prendere una via più complessa e spesso meno fanfarona.

Per questo vi racconto una storia da un altro punto di vista e la chiamo:

Sacrificio a Cinisi o della lapidazione

E’ il 9 maggio del 1978, giorno in cui viene immolato Peppino Impastato.

Mancano quattordici anni alle Grandi Stragi, nel frattempo Noi viviamo.

Lui è il primo figlio, lui come Isacco va immolato per permettere alla terra infame di rigenerarsi.

Oggi è lui a essere capitato a tiro, il suo sacrificio è necessario.

Perché qualcuno doveva essere ucciso sennò come ci sottomettevano? Eravamo giovani ribelli, andava fatto un sacrificio.

Il ragazzo è perfetto, figlio di quello ….insomma è un traditore.

Meglio di così non poteva andare. Ci voleva la vittima per esaltare il carnefice.

Ecco fatto.

Caino e Abele.

Squilla il telefono nella casa dove abito con altri studenti, in via Villafranca. Fuori dal centro storico della città che giace in quegli anni, in abbandono sulla riva del mare.

Noi come Peppino, come Isacco, come Caino abbiamo da fare una resa dei conti con i nostri genitori, che sono lì assurdi, lontani incomprensibili.

E un Dio feroce vendicativo reclama le vittime ogni volta che cerchi di alzare la testa, per ogni testa alzata preparati, ci sarà un sacrificio.

Se sei veramente fedele non ti fai domande, fai il sacrificio e basta. Così disse a lui, al killer.

Tano, disse: vai e basta e il killer organizzò una squadra. Presero il picciotto e lo portarono alla casa. Lì lo lapidarono. Alza una pietra e poi un’altra ancora. Alza e sangue e sanguina. Carne ammucchiata sull’altare ora è Peppino, la terra ne è intrisa. Non si fa uso di armi. La vittima viene dilaniata a mani nude è lo sparagmos: il linciaggio .

E’ il pharmakos ma sbagliano direzione perché quella medicina sarà per noi  un toccasana: ogni cosa cambierà perché nel lutto si com-prende.

Noi gli invisibili, la carne scelta per i sacrifici, siamo andati avanti, nascosti, acquattati, noi siamo gli impuri ma la nostra impurità è contagiosa, uccidendo Peppino hanno pensato di bloccare la contaminazione e invece questa si è allargata.

Che hai fatto? Che hai fatto ?Gli grida il Dio

Infatti la gente è scesa per le strade e ogni cosa è chiara. Dimenticati di avere vinto , tu sei segnato!

Quando poi Abramo si carica sulle spalle Isacco,ha paura.

Quando poi Agamennone si carica sulle spalle Ifigenia, ha paura.

Quando Noi ci carichiamo sulle spalle il corpo dolente di Peppino, Noi non sappiamo a differenza degli altri due che sapevano, a cosa serviva il sacrificio. No, noi non sappiamo. Siamo inermi.

Il cadavere fu fatto saltare, smembrato. Prima fu ucciso a sassate, lapidato per la sua orribile colpa, poi fu dilaniato affinché non rimanesse più traccia.

Cosa ho imparato? La paura. Paura, la terrificante collera del dio veterotestamentario.. ma anche gli inquisitori, le streghe bruciate, il puzzo di carne arrosto, e il significato della parola, mafia.

Con la paura abbiamo avuto un assaggio dell’infernale regno delle ombre.

Nessuno ci aiutò, eppure eravamo ragazzi. Noi eravamo portatori di un altro mondo, come caduti da una stella, eppure nessuno ci venne incontro.

Ammutolimmo.

Finimmo nel margine che poi è la geografia in cui siamo collocati.

Margine: la bellezza nasce dall’ombra, non accecata da troppa luce.

La speciale condizione di essere abitanti dei margini, ci permette di aprire le connessioni tra cielo e terra perché, non essendo centrali, abbiamo il privilegio di guardare in molte direzioni. Lì noi siamo voce. Unica. Originale.

Lì è rimasto il nostro amico e il nostro lutto pieno di tenerezza.

La nostra storia è il percorso tra le Rovine e l’allontanamento da esse.

I fragili cerchi dell’artista che si sporge sugli abissi per cantare, mi condurranno tra i mari, ricongiungendomi alle storie che mi appartengono.

Io, corpo a Palermo.