Piccolo pensiero eretico: madri e figli(e)


Alba de Cespedes in Quaderno proibito, a un certo punto si mette a scrivere alcuni pensieri ,cose, diari e ci prende gusto, si sente rinascere ma dove metterlo,dove nasconderlo sto pensiero nuovo che scorga da lei?Lei madre, senza più nome, come lei ci dice, ma solo mamma , non ha uno spazio suo,un posto segreto, lei è mamma al servizio e nella funzione di mamma, è aperta a tutti, non ha pensieri ma solo riflessi dei pensieri altrui. Le rimane un unico nascondiglio:il cesto della biancheria.

Il cesto della biancheria è la stanza tutta per sé della donna senza nome, la mamma.

Anticaglie? No, non sono anticaglie, sono il presente.

Licia Maglietta fugge in Pane e Tulipani perdendosi sull’autostrada per lacerare con forza il proprio ruolo di mamma, per avere diritto al proprio nome.

In ambedue i casi di queste mamme che hanno deciso di avere un pensiero eretico, proibito , i peggiori nemici saranno i figli.

Diciamolo, sono loro i più conservatori, coloro che portano avanti ,poverini, questo maledetto valore italiano della mamma senza nome .

Le mamme d’altronde così li hanno cresciuti: per loro tutto, tutti i pensieri, tutte le attenzioni,loro i perfetti, loro i conoscitori della verità. E mentre loro crescono, si fanno adulti, la mamma si prosciuga , diventa anziana, perde sempre pù diritti in un mondo poi quello italiano, dove gli anziani sono dei fantasmi senza diritti. Sono solo al servizio, non debbono avere pensieri, voglie, desideri ,pensarsi diversamente così come proprio l’adattamento ad ogni età della vita, richiederebbe .

Il pensiero comune dice: la genitrice deve avere un cuore colmo d’amore e l’amore della genitrice italiana si esprime in un solo modo, con il perenne sacrificio di sé.

Si può permettere una madre di avere diritto a una propria vita, non intendo quella di avere un nuovo compagno perchè su questo punto ormai la laicità consente abbastanza, ma piuttosto una vita nuova, nel senso che a un certo punto una donna si accorge di essere rimasta in scacco nella propria esistenza e decide di posizionarsi in modo diverso. Si può? 

Può comunicare questa cosa in famiglia? Può dire ,io da questo momento farò così e colì perchè ho bisogno di riprendermi la vita e non sentirmi una senza nome?Può dirlo ai figli?E quanto dolore e sofferenza e lacerazione produce una scelta del genere?

Quante volte si dovrà sentire dire, mi dici così, vuoi fare questa scelta per ricattarmi!

E niente vale insistere che invece si vuole fare una scelta, una piccola miserabile scelta di dignità per vivere meglio e la mamma è convinta perfino che tutti vivranno meglio perchè le relazioni d’amore dovrebbero essere libere relazioni in cui si guarda con amore al cambiamento dell’altro.

Niente, aria fritta, la mamma deve essere immobile , ferma congelata nei suoi pregi e nei suoi difetti e proprio perchè è ferma e congelata, sia i pregi che i difetti saranno colossali, montagne di fiori e di merda ma tali devono rimanere perchè costituiscono la saga familiare che gioca attorno a questa madre immobile, senza voce, con un cuore che gocciola pasta al forno e sorrisi.

Niente si deve muovere.Tutto fermo.Il pensiero non esiste.

Quanti litigi, quanti ricatti e amore lacerati sono necessari per permettere a una donna di esistere fuori dai ruoli, tornare a essere se stessa?potere essere una donna in cammino e nello stesso tempo continuare a essere amata?

Il novanta per cento delle volte la donna rinuncia,non può perdere l’amore della propria famiglia, allora prende il cesto della biancheria, ci ficca dentro i propri pensieri, li nasconde per bene e lì li dimentica.

Ogni tanto se li va a vedere, si dice: ma guarda avrei proprio ragione io, ma poi li nasconde perchè non ce la fa.

Non può rinunciare a quell’amore malato che giorno dopo giorno la uccide.

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Bomba

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In questi giorni chiaramente c’è un rientro di libri, pensieri, azioni per la commemorazione dei nostri martiri (scrivo da Palermo, è chiaro chi sono i nostri martiri).

Non voglio dire e non voglio giudicare,però, anche se non sono una giornalista né un giudice, né un chissàcchè e quindi per molti di voi non ho diritto di parola, mi permetto di inviarvi queste mie modeste riflessioni che so bene vanno controcorrente…

Partiamo da questo :

Al centro c’è la bomba.

Noi siamo stati “letteralmente” spazzati via dalla bomba.

La bomba ha creato un trauma e un lutto, questo trauma e questo lutto, quello di persona e persona , è stato occultato, perché nel frattempo si usava trauma e lutto per agire la paura, e lavorare al compattarsi del pensiero unico.

Il trauma produce una fragilità psichica e una paura incontrollabile, la paura di essere annientati. La bomba in particolare l’abbiamo sentita risuonare nelle orecchie, i corpi squartati erano lì.

La paura dell’annientamento diventa latente ed è per sempre, allora si ha bisogno di controllo.

E’ la logica dell’assedio, credi di non potercela fare, sei assediata, devi difenderti, non spaccare più il capello in quattro, riunire le persone, pensare tutti eguale, andare avanti, per sopravvivere.

Il bisogno di controllo ( per non subire più abusi, violenze) rende nemici tutti coloro che la pensano diversamente, che pensano che il percorso di superamento del lutto e quella che allora chiamammo giustamente una lotta di liberazione, possa essere agito in modo diverso.

Bisogna essere allineati. Non pensare altrimenti, è troppo pericoloso, per i corpi , per le coscienze.

La paura si organizza in una paralisi, allora hai l’impressione di lottare contro l’abuso che hai subito ma in realtà, Loro hanno vinto perché la paralisi è dentro di te.

D’altronde non basta sopravvivere per vivere ancora.

La bomba ha aperto e reso stabile la logica dell’assedio e ha riallineato il pensiero unico.

Potere pensare diversamente, ha significato diventare responsabili del disordine che in quel momento(secondo la massa) non era possibile agire.

Un solo pensare.

Un solo agire, troppa paura.

La bomba è stato un grande rientro nel pensiero dominante, travestito spesso, troppo spesso da antimafia.

Lo hanno detto in tanti: il 1992 è stato un colpo di stato ma si guarda sempre al lato politico e della giustizia andata in frantumi, ma nessuno intraprende la strada del capire come la bomba è stata un colpo nelle nostre teste.

Non abbiamo più potuto pensare, scrivere, agire arte, cultura, società se non dentro degli schemi.

Tutto è stato “per necessità”, riportato ai luoghi comuni.

Riusciamo adesso a riprendere i fili di un pensiero diverso? A essere di nuovo liberi pensatori?

Siamo disposti adesso a cadere da soli? A ruzzolare e magari romperci una costola per ricominciare a pensare lì dove il pensiero è stato interrotto? A dirci cosa è stata la bomba nel nostro agire quotidiano, cosa mi ha impedito di fare e pensare?

Io ci sto provando. Vi racconterò delle storie via via.

Si tratta di riprendersi la vita là dove ce l’hanno interrotta.

Non guardare immobili a testa girata il passato, perché così ci si trasforma in statue di sale, ma riflettere su quanto corpo a corpo abbiamo subito per agire adesso, diversa/mente.

Fine prima puntata, alla prossima.

Il senso dello yoga,bufale e luoghi comuni

IMG_0247Il senso dello yoga, bufale e luoghi comuni
Pratico yoga ormai da più di quarant’anni. Ho avuto la fortuna, giovanissima, di incontrare un grande maestro Aruna, che ha dato la possibilità a tanta gente a Palermo di avvicinarsi a questa straordinaria disciplina.Poi ho cambiato città e ho continuato a praticare in giro per il mondo, impossibile smettere, ritornata a Palermo ho incontrato una mia cara amica che nel frattempo era diventata lei una straordinaria maestra,Savitri, e il lavoro è continuato.
Scrivo queste righe perchè ancora, dopo tanto tempo che lo yoga, finalmente,è riconosciuto come una disciplina straordinaria per il benessere, mi sento  presa in giro da gente che mi dice,ah ah certo! L’illuminazione
Possibile mai?Possibile,mi chiedo,che esistano ancora in Occidente persone che non hanno un minimo di curiosità per questo lavoro?E che ancora lo guardino con sfottente circospezione?
Questo pensiero mi spinge, in questi giorni in cui a causa di una costola rotta, ho intensificato il lavoro, a scrivere due cosette.
Comincio con il senso dello yoga e come io lo vivo.

Yoga è per me cose molto semplici:
Yoga è benessere del corpo perchè con una serie di posizioni, dette asana, permette al corpo di allungarsi, tendersi, prendere forma,rilassarsi e tonificare i muscoli.
Yoga è benessere perche le asana sono lievi, non forzano mai il corpo, lo rendono elastico e lieve, non fanno massa muscolare eccessiva, non chiedono sovraffaticamento, dunque chiedono al corpo di riconoscersi in quello che si è e non nel corpo di un altro , di non pomparlo per diventare altra cosa da sé, dunque in questo modo permettono di cominciare a guardare se stesso,chi si è veramente e a curare la propria alimentazione, perchè come ormai tutti sappiamo, noi siamo quello che mangiamo.
Yoga è benessere, perchè nell’osservare senza pregiudizi il proprio corpo, si passa dall’accettazione, alla cura di sé , al ben/essere personalizzato a propria misura e non alla misura che altri vogliono che tu abbia.
Yoga è benessere perchè appena cominci a guardare il tuo corpo, a sentirlo tuo e non come una drammatico scherzo crudele del destino, ( non sei bella nel modo giusto, hai le gambe così e il seno colì), riconosci la tua forza e la tua assoluta e unica particolarità di essere umano inimitabile.
E questo è la parte fisica, non mi par poco, però parlando di corpi,questa parte viene accettata più facilmente dai soliti sfottenti.
Poi c’è la parte chiamata sottile che si pone il problema di lavorare con le energie che nascono dal proprio corpo, anche qui , io davvero non riesco a capire le posizioni polemiche, mi pare evidente e tra l’altro anche riconosciuto ormai dalla scienza occidentale ufficiale, che il nostro corpo è un fascio di energie che si muovono e si bloccano o agiscono nel noi. Non c’è niente di magico o di particolarmente freakettone
Comunque sia,lo yogini ritiene che attraverso le posizioni, asana, assunte, l’energia si muove, si blocca, la si spinge in alcune direzioni e il benessere che ne deriva sia dovuto a questo, inoltre si pone un lavoro più sottile attraverso la respirazione, lavoro detto pranayama.
C’è una grandissima filosofa Luce Irigaray che un certo punto della sua vita ha avuto un terribile incidente e per guarire una schiena distrutta, le hanno consigliato di fare yoga.Ha scritto dei testi bellissimi in cui spiega cosa è successo al suo corpo lavorando sulla respirazione, ne ha accolto il senso, regalando agli Occidentali il suo cambiamento.
Nella mia piccolezza, desidero dire questo:
Imparare la respirazione , tenerla , rilasciarla, allungare i tempi, trattenerli e così via spinge la conoscenza di quel sé di cui prima scrivevo ancora più in profondità, aiuta a vedersi, a porsi, a posizionarsi .Non ci vedo niente di bizzarro.
Faccio un esempio, ho una costola rotta e chiaramente faccio tutto quello che debbo fare,che mi dice il medico ,ma la mattina mi seggo per terra con le gambe incrociate, e lentamente respiro con il ritmo che so, e so che mi sto facendo del bene, sento che ascolto questo disastro interno che mi è stato provocato dalla rovinosa caduta, sento la mia parte malata, l’ascolto e la prendo in cura.
Ancora più dentro al mondo sottile, in questo senso della cura di sé, è il lavoro sul riconoscimento di quella fonte inesauribile di energia che il nostro stesso corpo contiene che si chiamano i chakra, nome anch’esso, che fa ridere quelli di prima , come se uno passasse intere giornate a mo’ di figlia dei fiori
Chakra non è altro che riconoscere in sé la forza di reagire, sapere che dentro di noi c’è un’energia tale da poterla dirigere per trasformare o almeno migliorare le cose..
Ora ditemi in tutto questo cosa c’è di bizzarro?Boh.
Il mondo va a mille all’ora, la letteratura, la filosofia , la scienza ascolta vede nuove esperienze, angoli di vista diversi , impara, si confronta, mischia e mischia questo è il mondo per fortuna in questo momento , alzare frontiere e muri non è solo nella politica ma anche dentro di sé, chiudere l’ascolto , non riuscire a dire, fammi vedere,magari da quel punto di vista sulle cose diverso dal mio posso cambiare qualcosa di me (e dunque di chi mi è accanto) …ma perchè?

Sono contraria ai muri.. in qualsiasi forma essi si esprimano ma ritengo i più pericolosi di tutti quelli della coscienza……viva  l’illuminazione!!!!

Raccontare storie,leggere storie

IMG_3648Lo spazio a volere essere generosi è minuscolo. Ci entrano esattamente venti sedie ripiegabili, un tavolo anch’esso ripiegabile, un tavolino dove stanno poggiate tazze, zucchero, miele, thermos con tisana, thè, una brocca per il vino, bicchieri di carta, dolci e dolcetti sempre più sontuosi perchè chi viene ha cominciato a portare  frittelle, torte e così via. Poi ci sono tre sgabelli dove stiamo sedute noi tre e un leggio, perché Ester e Maria leggono dal libro, io invece racconto e ogni tanto lancio un ‘occhiata ai miei appunti.

Lo spazio è nel cuore del mercato del Capo a Palermo. Quando fa caldo, a finestra aperta, siamo quasi a livello di strada in un cortile interno, si sentono i carretti della frutta passare, le grida dei venditori, i litigi alla palermitana e le smarmittate dei motorini. Ridiamo. Nessuno si arrabbia perché quello che succede lì dentro è un rito  di ascolto che prevede interruzioni: l’ improvvisa impennata di un ascoltatore che  ha da dire la sua sul personaggio, in bene e in male, perché lo detesta o lo adora, e interruzioni esterne, partecipazione.

i nostri corpi di appassionati lettori si agitano, partecipano, si spingono in avanti sulle sedie, interrompono, sbuffano. Perché siamo e stiamo nelle storie.

Siamo  un gruppo che  si regala uno dei piaceri più grandi ( a mio parere) e dono esclusivo dell’umanità: leggere un romanzo.

Compio questo rito da più di vent’anni e sono sempre stata convinta della sua importanza, ma debbo dire che quest’anno è stata davvero un’annata speciale.

Intanto per la squadra, io ed Ester e Maria Cucinotti che non solo sono formidabili lettrici e interpreti dei testi ma sono disposte a  passare interi pomeriggi di lavoro o di gioco? Scegliamo un romanzo che ci appassiona. Che conosciamo e che ci fa brillare gli occhi. Lo sezioniamo e man mano che leggiamo e ci raccontiamo degli stralci,anche noi gridiamo di entusiasmo o scuotiamo la testa d’indignazione per una tratto di storia, per un personaggio.

Questo è poi il lavoro che riportiamo , la nostra passione per la lettura di quel romanzo.

Arrivano  ben prima del tempo, si seggono e già vogliono parlare del romanzo. Non stanno mai quiete e quieti i nostri ascoltatori, hanno la fregola in corpo, sono  lì per condividere una passione .

Leggere!Se provo a spiegarmi non ci riesco. E’ una droga che mi ha preso sin dalla mia prima infanzia, quando torturavo la mia sorella maggiore Gabri , che leggo? che leggo? così a dieci anni, per liberarsi di me, mi affibbiò Guerra e Pace io sprofondai nella lettura e d’allora non ne sono uscita più. Mi permetto questa piccola testimonianza perché so, ho imparato in modo particolare con la passione che ho visto quest’anno, che leggere è irredimibile: chi comincia non smette. Il grande romanzo, quelle storie che ti trascinano e ti danno la possibilità di aprire nuovi mondi , di essere altra cosa qui e là. Ti aprono la mente e il cuore.

Accapodellestorie, la piccola compagnia narrante: Beatrice, Ester, Maria, ringrazia di cuore per essere stati con noi per un anno intero ad ascoltare:

Madame Bovary, Argonautiche, La donna della domenica, Giro di vite,Buddenbrook.

Vi aspettiamo in autunno per regalarci ancora  tutti insieme la condivisione del piacere immenso che ci danno le storie e le scritture dei grandi romanzi di tutti i tempi.

Del sacrificio a Cinisi o della lapidazione

C’è modo e modo di raccontare una storia. C’è un modo che viene da fuori, che rende il lutto un evento mediatico, non che  questo non abbia un’enorme importanza,  e nel caso di cui sto per narrarvi lo ha avuto, man c’è un modo più intimo di raccontare il lutto quando questo si scontra con una generazione e la cambia per sempre.

Spesso nella nostra storia di siciliani questo lutto intimo è stato messo da parte, perché se, se ne fosse tenuto conto, il senso storia avrebbe dovuto cambiare e l’attenzione avrebbe dovuto prendere una via più complessa e spesso meno fanfarona.

Per questo vi racconto una storia da un altro punto di vista e la chiamo:

Sacrificio a Cinisi o della lapidazione

E’ il 9 maggio del 1978, giorno in cui viene immolato Peppino Impastato.

Mancano quattordici anni alle Grandi Stragi, nel frattempo Noi viviamo.

Lui è il primo figlio, lui come Isacco va immolato per permettere alla terra infame di rigenerarsi.

Oggi è lui a essere capitato a tiro, il suo sacrificio è necessario.

Perché qualcuno doveva essere ucciso sennò come ci sottomettevano? Eravamo giovani ribelli, andava fatto un sacrificio.

Il ragazzo è perfetto, figlio di quello ….insomma è un traditore.

Meglio di così non poteva andare. Ci voleva la vittima per esaltare il carnefice.

Ecco fatto.

Caino e Abele.

Squilla il telefono nella casa dove abito con altri studenti, in via Villafranca. Fuori dal centro storico della città che giace in quegli anni, in abbandono sulla riva del mare.

Noi come Peppino, come Isacco, come Caino abbiamo da fare una resa dei conti con i nostri genitori, che sono lì assurdi, lontani incomprensibili.

E un Dio feroce vendicativo reclama le vittime ogni volta che cerchi di alzare la testa, per ogni testa alzata preparati, ci sarà un sacrificio.

Se sei veramente fedele non ti fai domande, fai il sacrificio e basta. Così disse a lui, al killer.

Tano, disse: vai e basta e il killer organizzò una squadra. Presero il picciotto e lo portarono alla casa. Lì lo lapidarono. Alza una pietra e poi un’altra ancora. Alza e sangue e sanguina. Carne ammucchiata sull’altare ora è Peppino, la terra ne è intrisa. Non si fa uso di armi. La vittima viene dilaniata a mani nude è lo sparagmos: il linciaggio .

E’ il pharmakos ma sbagliano direzione perché quella medicina sarà per noi  un toccasana: ogni cosa cambierà perché nel lutto si com-prende.

Noi gli invisibili, la carne scelta per i sacrifici, siamo andati avanti, nascosti, acquattati, noi siamo gli impuri ma la nostra impurità è contagiosa, uccidendo Peppino hanno pensato di bloccare la contaminazione e invece questa si è allargata.

Che hai fatto? Che hai fatto ?Gli grida il Dio

Infatti la gente è scesa per le strade e ogni cosa è chiara. Dimenticati di avere vinto , tu sei segnato!

Quando poi Abramo si carica sulle spalle Isacco,ha paura.

Quando poi Agamennone si carica sulle spalle Ifigenia, ha paura.

Quando Noi ci carichiamo sulle spalle il corpo dolente di Peppino, Noi non sappiamo a differenza degli altri due che sapevano, a cosa serviva il sacrificio. No, noi non sappiamo. Siamo inermi.

Il cadavere fu fatto saltare, smembrato. Prima fu ucciso a sassate, lapidato per la sua orribile colpa, poi fu dilaniato affinché non rimanesse più traccia.

Cosa ho imparato? La paura. Paura, la terrificante collera del dio veterotestamentario.. ma anche gli inquisitori, le streghe bruciate, il puzzo di carne arrosto, e il significato della parola, mafia.

Con la paura abbiamo avuto un assaggio dell’infernale regno delle ombre.

Nessuno ci aiutò, eppure eravamo ragazzi. Noi eravamo portatori di un altro mondo, come caduti da una stella, eppure nessuno ci venne incontro.

Ammutolimmo.

Finimmo nel margine che poi è la geografia in cui siamo collocati.

Margine: la bellezza nasce dall’ombra, non accecata da troppa luce.

La speciale condizione di essere abitanti dei margini, ci permette di aprire le connessioni tra cielo e terra perché, non essendo centrali, abbiamo il privilegio di guardare in molte direzioni. Lì noi siamo voce. Unica. Originale.

Lì è rimasto il nostro amico e il nostro lutto pieno di tenerezza.

La nostra storia è il percorso tra le Rovine e l’allontanamento da esse.

I fragili cerchi dell’artista che si sporge sugli abissi per cantare, mi condurranno tra i mari, ricongiungendomi alle storie che mi appartengono.

Io, corpo a Palermo.

Portella delle Ginestre,Indice dei nomi proibiti

portella

Portella della Ginestra/indice dei nomi proibiti

 

di Beatrice Monroy

Ho scritto questo testo per i sessant’anni della strage di Portella della Ginestra, d’allora ha avuto una lunga vita, è stato pubblicato e poi, come tutti i libri, è sparito nel dimenticatoio. Tanta gente, insegnanti in particolare me lo richiedono, per questo ho deciso di renderlo pubblico sul web.

(il testo è protetto dal diritto d’autore, chi fosse interessato all’utilizzo può contattarmi in privato)

 

 

Per

Giovanni Megna, Vito Allotta, Vincenza La Fata, Giovanni Grifò, Giuseppe Di Maggio, Francesco Vicari, Castrenze Intravaia, Giorgio Cosenza, Margherita Clesceri, Serafino Lascari, Filippo Di Salvo ____________uccisi.

 

Giorgio Caldarella, Giorgio Mileto, Antonino Palumbo, Salvatore Invernale, Francesco La Puma, Damiano Petta, Salvatore Caruso, Giuseppe Muscarello, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Alfonso

Di Corrado, Giuseppe Fratello, Pietro Schirò, Provvidenza Greco, Cristina La Rocca, Marco Italiano, Maria Vicari, Salvatore Renna, Maria Caldarera, Ettore Fortuna, Vincenza Spina, Giuseppina Parrino, Gaspare Pardo, Antonia Caiola, Castrenza Ricotta, Francesca Di Lorenzo, Gaetano Di Modica__________________ feriti.


 

Quanti metri occorrevano per potere seppellire tanti morti?E quante preghiere?In quel luogo- me ne sono accorto allora- non erano più scandite le preghiere.

Jean Genet- Quattro ore a Shatila

 

“Zeus,Zeus che dico? Come comincerò?”

Eschilo- Le Coefore

 

 

Narrazione

1.

Sicilia occidentale, 1° maggio 1947

 

Così mio padre si fece convinto: “Quest’anno andiamo.” Disse

– anche se certo eravamo più poveri di tanti altri.

Tutto il paese andava a Portella.

Fu la mamma a convincerlo che poi- morse.

La mamma.

Morse/ e papà non voleva mai portarci:

non abbiamo neanche il pane da mangiare, che figura facciamo. Quell’anno si fece convinto

dopo tante lotte e andarsene nei campi a prendersi la terra,

era un bel tempo quello, pieno di gioia dopo la guerra

una fame terribile avevamo fatto.

 

Perciò, la sera prima andammo nel campo di fave

e le prendemmo di nascosto e le cucinammo per portarle alla festa.

Potevamo mai arrivare senza niente? Però

siccome il mangiare era poco,

ci mettemmo in quell’angolo per non farci vedere troppo.

Avevamo poco mangiare

ma alla festa andammo.

Lì morse la mamma e anche la mia cavallina,

gli avevo messo il mangiare nel sacco per farla stare con noi

e noi tutti in piedi

– mia sorella incinta.

Intanto gli altri arrostivano carne.

Perciò mio padre: “Che facciamo? Ci mettiamo dall’altra parte?”

Ci vergognavamo. La mamma morse e fu colpita anche mia sorella

e la cavallina mia, a fianco a me.

Spari e moltissimi.

Allora, me lo posso mai dimenticare?

Un altro dice: mio padre vide arrivare in ospedale dei feriti di Portella,

i bambini, vide arrivare i bambini.

 

E Giuseppe dice:

il vestito a lutto di mia madre, io tre anni, il pagliaccetto nero.

A sera controllava ogni cosa perché aveva paura:

gli angoli della casa erano oscuri luoghi di persecuzioni

da lì qualcuno poteva entrare e aggredirci

perché lei aveva visto

perché lei sapeva_______terrore_______sì.

Poi, le notti d’inverno la paura aumentava

quando il vento soffiava sulle imposte e le sbatteva.

Allora, me lo posso mai dimenticare?

 

E l’altra dice:

povera bestia povera bestia

come fuoco di drago colavano giù

scappavano le lingue di sangue dalla bocca schiumante.

Allora me lo posso mai dimenticare?

 

La luna rossa mi faceva paura- dice Giuseppe- ero bambino e

mio padre ucciso davanti alla Camera del lavoro.

 

E uno dice:

nel mentre si sentono gli spari

la giornata è piena di sole

tutta la storia brilla di luce

una vallata separa i paesi

– attorno –

vedi il cielo e il mare

la terra è piena di fiori.

Nel mentre si sentono gli spari.

T’immagini?

 

La valigia di mia madre in partenza per il processo di Viterbo

dice Giuseppe.

Le notti con il vento che sbatte le imposte

la terra con le sue meraviglie di maggio

in mezzo, l’eccidio.

Allora chi potrà cancellarlo?

 

Nel mentre si sentono gli spari.

Allora, me lo posso mai dimenticare? Dice un’altra.

 

Fece d’improvviso la valigia ma dal paese non era uscita mai.

E partì da sola

a Viterbo

poverina.

 

E io dico:

ci sono i nomi

li conosco tutti.

 

Tanti furono sparati a bruciapelo sotto al braccio come i maiali

e le sezioni del partito bruciavano

durò così per molto tempo

finchè ogni speranza fu rasa al suolo.

Allora chi potrà cancellarlo?

 

Li so io i nomi proibiti, i nomi dei morti ammazzati

i nomi del silenzio

innominati.

 

Nel mentre si sentono gli spari.

 

La mamma l’hanno ferita

la mamma non ha detto neanche una parola

solo- le è uscito il sangue dal naso e dalla bocca

ha messo così – sulla bocca- la mano, la mamma.

Io mi giro:

“Mamma che è ‘sto sangue?”

Mi alza gli occhi

cadono lacrime e non dice una parola.

Eravamo tutti pieni di sangue.

Allora me lo posso mai dimenticare?

 

La storia che racconterò, vi dico,

come ogni storia è fatta di un mondo di cose,

di volti, di nomi, di azioni e discorsi.

La storia che racconterò,

ascoltatemi,

è fatta anche di suoni e di rumori come

il frastuono delle armi e lo scalpiccìo dei cavalli.

Però

dovete sapere che

le parole alzano le pietre dello scandalo.

Per questo sono qui e canto.

 

No, non richiamerò per nome

a uno a uno i presenti a quel primo maggio a Portella della Ginestra

che il tempo mi scivolerebbe tra le dita per millenni

tante erano le genti e i muli

e i cavalli riuniti.

Invece

vi citerò i volti e le cose

dei feriti

dei morti

dei cavalli e dei muli.

 

Papà dice: “Che facciamo qui?”

La mamma già è morta.

“Papà papà hanno ucciso il cavallo!” _________E tutti gridammo

peggio di quando avevano ucciso la mamma.

Mio fratello ha messo le mani così- sulla faccia.

Il cavallo ferito

gli usciva il sangue dalla bocca

il cavallo si alzava per il dolore e schiumava la cavallina mia

e – dal collo

e – dagli occhi.

Che dolore.

 

I muli a centinaia per terra.

Gente gridava: “Sparano da lì e da lì, sparano contro di noi.”

Eravamo nella conca della valle dei tre paesi in festa,

sparavano dalle montagne intorno.

 

Un bersaglio facile:

i muli attaccati li hanno presi tutti.

In fondo, hai capito dov’erano attaccati?

Mettiamo che tu arrivi a Portella dalla parte di Piana, allora entri con il mulo e lo leghi verso la montagna che sta alla tua destra. Capito?

E tutti fecero così: i muli li attaccarono vicini l’uno all’altro.

Per questo, ti dico, hanno sparato di là, dalla montagna di fronte, quella che, entrando da Piana, sta alla tua sinistra e così per prima cosa hanno ucciso i muli che stavano proprio davanti a loro.

E invece dicono il contrario. Perché Giuliano e i suoi uomini stavano nascosti a sparare nella stessa montagna dei muli.

Possibile mai? Come facevano le pallottole? Avanti e indietro?

Insomma neanche questo si sa.

Non si mettono d’accordo. Non si riescono a mettere d’accordo.

Non sanno cosa dire. Allora chi ha sparato? Se Giuliano e i suoi uomini stavano alle spalle dei muli, come mai tutte le bestie sono morte?

Possibile mai?

Non si mettono d’accordo.

E il tempo passa.

 

Sentii il vento alzarsi dietro di me per il cavallo che si sollevava spalancando il muso

in un grido muto.

L’occhio suo non aveva pace.

“Cosa gridi?” Avrei voluto dire alla bestia

ma

nel frattempo

da dietro me giunse la voce di mio padre: “…la mamma…”

Diceva in un soffio_______________________________.

Allora me lo posso mai dimenticare?

 

Il suono secco delle mitragliatrici su di noi.

Di là, ti dico di là.

Niente, neanche su questo si mettono d’accordo. T’immagini?

Intanto il tempo passa.

Possibile mai?

 

Questo fu il fatto.

Ma che posto è questo?

Croce di paesi in festa che salgono con i muli per incontrarsi.

Una cosa bellissima questa. Allora uno magari aveva un parente a

  1. Giuseppe Jato e sapeva che per quel giorno ognuno se ne saliva a Portella, perciò proprio una bella festa.

Piange. La bambina piange.

Infatti i morti sono di tutti e tre i paesi.

Sento un lamento

un canto

la madre ferita sanguina lì accanto.

Muore e con la mano saluta la sua bambina.

Però intanto quella rimane sola.

Era finita la guerra. La vita sembrava ricominciare.Invece.

Urla un altro bambino nella cesta

ha fame

è solo.

 

Nel mentre si sentono gli spari.

 

Chiuso. Chiuso. Chiuso. Non si può scappare, troppa gente corre. Si accalcano, si schiacciano, ci schiacciamo a vicenda.

Corpi toccano corpi___________________sanguesanguesangue.

Che dolore.

 

Siamo forse dei prigionieri che ci sparano contro?

Uno cade e l’altro, il vicino lo afferra per il braccio, quello non si vuole sollevare e il primo se lo trascina a forza, devi, devi, non lo senti che sparano? Ma quello non si muove, si ostina a stare fermo, è alla festa: perché? Ci sparano? Sono botti della festa, lasciami in pace, sei pazzo

e l’altro: sono mitragliatrici, ho fatto la guerra, ancora ho il suono nelle orecchie.

 

_______________________________mi sento stretta, prigioniera.

 

La conca, la festa.

Donne e bambini, era finita la guerra.

E che guerra. Una fame.

E quando poi

e quando poi non passarono più in cielo gli aerei delle bombe

e quando poi

e quando poi anche i carriarmati non passarono più dalle nostre strade,

allora cominciammo a uscire dalle case.

Io il prima non me lo ricordavo. Solo buio e guerra avevo visto ma mamma e papà e zii e nonni tutti a ridere e scherzare e parlare e parlare, ora facciamo questo e questo e trovati due pomodori belli rossi maturi, di nuovo fuori a fare l’estratto, tanto ora nessuno se lo viene a rubare. Parse un miracolo e magari qualcuno si trovò pure avanzato un pezzo di cioccolato degli americani, quattro fichi da fare secchi per la notte di Natale. Perciò a me parse ogni giorno una festa e poi andavamo in campagna, papà e mamma si preparavano che era ancora notte.

“Andiamo, prendi il mulo.”

L’alba si alzava mentre la fila silenziosa usciva dal paese. Le donne con lo scialle in testa, gli uomini con la mantellina e la coppola a camminare, noi bambini mezzi addormentati sui muli.

Era una festa. Ce ne stavamo un giorno intero in mezzo alla campagna:

laterraèdeilavoratoribandiererossealventobandiererossepoi_________.

Poi.

Poi dissero che furono loro – i padroni delle terre abbandonate e da noi occupate- a armare la mano di Giuliano. Nessuno ci capisce niente. La verità non la dicono. Io però, anche se ero solo una bambina, me lo ricordo che hanno sparato di là, da quella montagna, anche perché la mamma era girata e anche la mia cavallina.

Io ho visto e mi ricordo.

Perciò mi devono spiegare dov’era Giuliano. Se lui e i suoi uomini erano a sparare dietro di noi come mai la gente fu ferita sul petto? E i muli chi li ha uccisi? Allora hanno sparato anche da lì? Allora chi ha sparato?

Il resto io non lo so e nessuno lo sa o forse qualcuno lo sa, magari, anzi per certo lo sa e sta zitto.

Me le devono spiegare queste cose.

Me le devono spiegare.

 

E invece non ci spiegano niente.

 

Eravamo con i muli.

Sangue!Sangue! Aiutoaiuto.

Smettetela, che fate? Vi siete sbagliati,

èfestaèfestaèfestaèfesta______________________.

Sangue schizza a fiumi

e la bambina corre disperata

corre e urla: il mio mulo! Il mio mulo!

Corre la bambina e perde pure la sua bambola.

Allora chi potrà mai cancellarlo?

 

Deserto poi

forze oscure mentre i carretti scendevano lenti per le strade bianche e ognuno si riportava a casa

un

…………

morto.

In silenzio.

Allora chi potrà mai cancellarlo?

Portella nell’abisso

angelo mio, che dolore.

Corpi spinti a terra nel baratro dell’inferno.

 

Silenzio, angelo mio.

 

Silenzio.

Chi potrà mai cancellarlo?

 

Cadde il vento

ci fu un momento

lo ricordo- in cui il silenzio fu perfetto

poi il rumore dei corpi trascinati – con fatica- sistemarli sui carretti.

I muli quasi tutti morti.

 

I muli quasi tutti morti

e questo è troppo

perciò i sopravvissuti si trascinano i carretti a forza di braccia

e ci vogliono quattro cinque persone per carretto

la strada è lunga per arrivare nei tre paesi

padri ricurvi portano i figli feriti sulla schiena

giù a piedi per la vallata

 

dove intanto c’è l’attesa

già qualcuno è sceso con la bocca spalancata urlante

ciammazzanociammazzanociammazzano_________________

aPortellaaPortella_________________ciammazzano_______.”

 

Nel mentre si sentono gli spari.

 

Angelo mio che dolore.

 

 

 

2.

Poi:

…una pozza brilla al sole

è un liquido rosso scuro e molto lucente, a poco a poco si asciuga.

Si asciugherà con il sole forte di maggio

la diresti viva

ti sta parlando tra polveri/ polveri schiacciate

tra i sassi ancora senza erba.

 

Poi:

arriva la commissione d’indagine

indagine un corno

tutto falso.

 

Poi:

tra i sassi ancora senza erba

perché è recente

anzi- è proprio di oggi

questo abbandonare di cose

oggetti di una scampagnata

pezzi di casa

di case povere di contadini.

Si sono portati appresso qualche pentola e qualche piatto

e ora

la campagna ne è piena.

La donna è vestita di scuro, lo scialle in testa ora è scomposto, mentre la bambina ha le treccine strette con i fiocchi bianchi.

I nastrini adesso sono per terra e anche una scarpa della donna,

si vede una scìa di sangue, i familiari debbono averla trascinata a fatica- magari il vecchio padre o il figlioletto – e hanno dimenticato una scarpa. Se ne accorgeranno più tardi a casa.

Ancora saranno urla e lamenti.

Poi_________________________________________________

saranno le bare e tutti dietro e ancora _____________________

non è possibile_______________ non è possibile____________

non è possibile_______________dimmi che non è vero.

Verranno le autorità, i signori della politica, abbracceranno,

si commuoveranno un poco infastiditi di quelle donne che scivolano mezzesvenute tra le loro braccia. Si allontaneranno con occhiali scuri a mascherare la noia dei sussurri appiccicosi- pietà, giustizia, verità, morti invendicati- degli sguardi supplichevoli, dei bambini senza padre, delle madri senza più figli che fastidio, che fastidio,

è stato troppo, è troppo, è troppo.

Un processo e subito. E che processo. Carte e carte, gabbie e gabbie, morti e morti ma di verità non se ne è vista proprio per niente.

 

Poi:

com’è scomposto quello lì, nella fuga alcuni corpi si sono ripiegati malamente mentre altri sono caduti all’indietro dritti dritti quasi si fossero addormentati di colpo. Non si sono accorti di venire uccisi? Chissà che male, invece, quando la pallottola o magari la raffica di mitra li ha colti tra un sorriso e uno scherzo tra un ciao a un amico e una bevuta di vino rosso,

quello buono della campagna del vicino.

Pietosamente il marito,

il figlio, il fratello coprono le gambe scoperte, bianche, lascive della donna, proprio lei che in vita era stata così pudica.

 

E il gesto è dolore

ed è dolcezza.

 

Le mosche, le vespe, i calabroni, i tafani dal dorso verde lucente adesso sono bestie pazze e inferocite dall’orribile gesto umano, dagli odori, dai miasmi che escono dai corpi ancora caldi, aperti, squarciati.

Ma è maggio, la campagna è piena di coccinelle, vagano queste da fiore a fiore, il manto rosso, le macchie nere.

 

Poi:

per via del caldo bisogna fare presto, è mezzogiorno e il sole picchia:

èilprimomaggioèilprimomaggioèilprimomaggiolafestadeilavoratori!

Perciò, bisogna fare presto:“I carretti!” Grida qualcuno.

“Andate a prendere i carretti!”.

 

Portella della Ginestra,

questa cosa innominabile

dove- infatti, non c’è più il luogo caro

e cadono stracci/ corpi morti/ sanguinolenti/ stecchiti

e la bambina

– c’è una bambina –

è sola

tant’è che il suo grido roco è vano

perciò corre a piedi nudi sulla terra,

dove deve andare? Qualcuno me lo dice per favore?

Goccia a goccia- pozza a pozza

salta/ da cui

pedate di piedi nudi e pozze rosse

scivola- e

ancora risale goccia di sudore e sangue

come straccio che galleggia sull’onda

lei va e viene

lei nuda- polverosa

a bocca aperta

goccia a goccia

mentre______________più in là parte il corteo dei carretti

______________dolente___________________________

che dolore_______ahi!

Ora sono tutti schiavi

schiavi e straccioni

la bambina si siede e guarda

non ha altro da fare

prima o poi qualcuno si accorgerà di lei, per questo aspetta.

 

Chi ha sparato ce l’ha fatta.

 

Poi:

straccioni inebetiti con la bocca aperta

suono impigliato nelle reti del dolore

le labbra sporche e rugose, secche di polvere.

Il corteo è lontano.La bambina è lontana. Scivolata __________

__________________________intrappolata nella sua schiavitù:

“Sangue!

Sangue rosso sangue.”

Grida

e poi aggiunge: “ Ho fame, qualcuno si occupa di me?”

Ma non c’è più nessuno.

 

La sua famiglia non c’è più.

Allora, me lo posso mai dimenticare?

 

Ed è finita.

 

Poi:

il corteo degli straccioni si allontana:

la polvere deve coprire ogni cosa, dice la commissione

di non-inchiesta.

Perciò poi mia madre andò a Viterbo

al processo, a testimoniare .

Nessuno l’ascoltò- dice Giuseppe.

 

Io ti vedo, terra mia

ben rasa al suolo:

le tue montagne e le tue vallate

sono attraversate da un grande silenzio

e noi siamo ancora qui a testa china:

Signorsìsignorsìsignorsìsignorsìsignorsì___________________.

 

Poi:

a Viterbo le poltrone dei giudici sono piene di polvere

che poi in quel processo, con tanta pubblicità,

cose veramente bene organizzate e moderne, c’era di tutto

e tutto si sarebbe potuto leggere.

C’erano banditi e legioni, c’erano le madri,

c’erano i corpi delle vittime con le schegge dentro,

c’erano le lunghe liste di armi.

A volere cercare

c’è proprio tutto nelle carte del processo di Viterbo:

“Sì, vi daremo i colpevoli, sì, ci sarà giustizia_________!”

– Io so! Grida Pisciotta e muore.

– Vi dirò, scrive Giuliano e muore.

– Noi sappiamo e scompaiono. Quanti e quanti.

A cercare, a volere sapere la verità.

“In fondo che male c’è? Qui sembra una follia volere sapere la verità, la propria verità, non i fatti degli altri, no, i fatti miei, fatti terribili e crudeli successi proprio a me, alla mia famiglia.”

Saranno più tardi i figli a cercarla questa maledetta verità.

Cinquant’anni di pazienza.

Che pazienza delle volte ci vuole.

 

Allora.

 

Allora

uomini solitari studieranno l’inverosimile, l’incredibile

il nonèpossibilemadevonoessereandaticosìifatti.

 

Qualcuno andrà a rovistare tra archivi lontani, tra le carte, in lunghi corridoi di un tunnel blindato lontano da casa. Frugherà, cercando di contenere la propria impazienza per trovare i fascicoli con scritte che fanno sobbalzare il cuore:

sbarco in Sicilia,

uomini da contattare,

lotte contadine,

spie,

politici_________tutto si chiarisce:

nonèpossibilemadevonoessereandaticosìifatti_______________

maalloraèandataveramentecomepensavamo________________

dice qualcuno e urla.

E l’eco si diffonde per le montagne maledette.

“Allora non eravamo pazzi. “

“Allora abbiamo _____________________________________.”

“Allora!”

“Allora_____________________________________________.”

“Sono passati cinquant’anni, di cosa t’impicci?”

 

La verità non ha tempo se il tempo si è fermato.

 

Nessuno ha mai pronunciato la parola: belve.

Tutti però hanno nominato la parola: silenzio

 

A Viterbo le carte del processo sono rinchiuse in una specie di magazzino.

 

…. mi hanno colpito nel piede.

 

A Viterbo le carte non sono mai state aperte e sono piene di polvere.

 

Sono spari non è augurio.

Ho fatto la guerra

… cadere camicia bianca e uscire del sangue… io ero lì a due passi e cado.

 

A Viterbo ci fu una mezza verità.

 

Poi:

… una bambina con una mano che sanguinava/ tutt’assieme sentiamo gli spari/ cercavo di trovare mio padre/ il cavallo si alzava/ poi il dolore/ la prima raffica sui muli attaccati/ la seconda sui bambini/ i miei cugini di sei, di cinque, di otto anni/ la prima raffica sui muli attaccati/ la seconda sui bambini_____________________________________
___________________dalle montagne_______________

vedi in cima quel banco di pietre?

La commissione di non-inchiesta:

passavano, camminavano, prendevano appunti

si dolevano.

Le loro bugie coprirono ogni cosa.

 

Portella è una radura, un pianoro che unisce la gente dei paesi

un luogo di festa

la campagna fiorita

ci pensi a questo?

Che posto, che bel posto diceva la gente.

 

Zolle di terra il nostro sangue

rotti

spezzati i corpi

ma il corpo è un tempio

_________ uccisi tutti i ribelli_____________.

 

Adesso

silenzio ed è finita

ma chi ha permesso?

 

Angelo mio che dolore.

 

 

3.

GiovanniVitoVincenzaGiovanni- un altro Giovanni,

questo di diciott’anni- poi Giuseppe

e

FrancescoCastrenzeGiorgioMargheritaSerafino

di undici anni

e__________ancora

ancora Filippo/ uccisi/ ho detto: uccisi.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei , sette, otto, nove, dieci, undici.

Undici.

Dico, undici uccisi.

Undici.

 

No, non pioggia a inzuppare la terra. Lacrime.Dico, lacrime.

Quelli della banda di Giuliano giravano per i paesi con i fogli di carta da distribuire. Scivolavano dalle loro tasche. E______________________ahi! Che ne sapevamo/ Niente ne sapevamo, perciò:

piglia! Piglia! Bambini correvano-piglia! Piglia! – un gioco.

Niente ne sapevo, perciò li portai a casa.

Un gioco. Lacrime. Dico, lacrime.

Mia madre però li usò per accendere il fuoco.

Perché non sapeva leggere. La gente invece li conservava nelle tasche.

Questo prima.

 

Giorgio e Giorgio e Antonino e Salvatore e Francesco, Damiano e

Salvatore, Giuseppe, Eleonora , Alfonso

e

Salvatore e Giuseppe e Pietro e Provvidenza e Cristina e Marco e Maria

e

Salvatore

e

Maria, Ettore, Vincenza, Giuseppina, Gaspare, Antonia, Castrenze, Francesca

e

Gaetano ___________________________________________feriti.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette.

Ventisette.

Ventisette feriti.

Dico,ventisette.

Undici e ventisette fa trentotto.

No, non pioggia a inzuppare la terra. Lacrime. Dico, lacrime.

 

Mettiamo che

Giovanni lo chiamavano Nanni e Vito rimaneva Vito eVincenza era Enza o Enzina o forse Enzuccia e l’altro Giovanni, Gianni

e

a Francesco gli dicevano Franco, Castrenze e Giorgio non lo so, ma Margherita era Rituccia e Serafino, Fino e Filippo, Pippo

e

Giorgio, Giorgio e Antonino, Ninuzzo e Salvatore, Turiddu

e

Francesco e Damiano__________ e Salvatore, Totò e Giuseppe,

Pé e la madre gli gridava : Ah, Pè! E_______ Eleonora era Nora

e

Salvatore era Salvo e Alfonso, Fofò e Giuseppe, Beppuccio e Pietro e Provvidenza e Cristina e Marco e Maria e Salvatore e Maria e Ettore e Vincenza era Vicè e Giuseppina era Pinuccia e Gaspare era Aspano e Antonia era Tonia e Castrenze e Francesca

e

Gaetano era Tanino.

 

Sempre fanno trentotto.

 

Perciò le carte con i proclami di Giuliano giravano paese paese.

Questo prima.

Prima, il giorno prima di salirsene lì a Portella per la festa.

In paese tutti a parlare perché domani non si scende in campagna.

Domani con le famiglie tutti a Portella.

E la piazza è piena, uno dice a un altro indicando le coppole:

“Vanno a Portella, ma lo sanno che lì debbono buttare le caramelle?”

Le caramelle. Dice.

E lui come lo sa?

 

Il sussurro riempie la piazza e la gente alza lo sguardo verso il cielo nero pieno di stelle,

appena ieri passavano gli aerei con le caramelle

su Palermo

il cielo illuminato a giorno, a volte alcuni avevano l’impressione di sentire le grida, i lamenti soffocati, perfino il rumore sordo delle case di città che cadevano una accanto all’altra

nella polvere

tuttivedevanoilcieloilluminatoagiorno____________________

agiornoagiorno______________________________________.

Ora guardano lassù e non si fanno convinti.

Che caramelle? E poi perché? Non lo sanno che la guerra è finita?

Domani a Portella, domani è la festa.

 

Dorme la terra, dormono i bruchi, dormono le talpe, dormono le lepri, dormono i fiori e le coccinelle. E l’erbetta e le verdure selvatiche si aprono all’umido della notte, bevono il fresco della terra. Dorme la terra, dormono i gatti, dormono i canuzzi e i muli attaccati con l’anello ai muri, dormono i bambini nelle case.

Pure Serafino dorme la sua ultima notte, nel suo lettuccio con il materasso fatto di paglia che scrìcchiola come i fogli di Giuliano nelle tasche di suo padre. Già si sente a Portella Serafino, si gira e si rigira anche se ora deve dormire. Domani la strada è lunga e sua madre lo chiamerà presto come quando si va per vedemmia e lui e i suoi fratelli li mettono di traverso sul mulo e tutti:

Salutiamo! Salutiamo!

Oggi è festa.

Dorme Serafino

_________________domani____________lacrime.

Dico, lacrime, angelo mio, dico lacrime.

Che dolore.

 

Megna, Allotta _____________ La Fata

GrifòDiMaggioVicariIntravaiaCusenzaClesceriLascariDiSalvo vengono raggiunti da frammenti. Questi grossi frammenti.

Un fischio. Ci fu un fischio come di un grosso petardo.

Vengono raggiunti da frammenti/ bomba aerea simulata.

________________________uccisi/ ho detto uccisi.

Dico, undici.

Ventisette.

Ventisette feriti.

Dico, ventisette.

Undici e ventisette.

Fa trentotto.

Vengono raggiunti dai grossi frammenti di un bomba.

Insomma una caramella.

Com’è che è finita lì a Portella questa bomba?

 

Nanni,Vito, Enzina,Gianni, Franco, Castrenze, Giorgio, Rituccia, Fino,Pippo, Giorgio, Ninuzzo, Turiddu, Francesco, Damiano, Totò, Pé, Nora, Salvo, Fofò, Beppuccio, Pietro, Provvidenza, Cristina, Marco, Maria, Salvatore, Maria, Ettore, Vicè, Pinuccia, Aspano,Tonia, Castrenze, Francesca e_______________________________________________________________________________ Tanino.

Undici e ventisette fanno sempre trentotto.

Vengono raggiunti da questi grossi frammenti.

 

Giuliano!Giuliano! Giuliano! Giuliano! Sempre a parlare di Turiddu Giuliano se ne stavano! Prima non ci veniva nessuno su queste montagne

e quando vedevi uno di fuori che non era di Piana o di S.Giuseppe già era forestiero.

Ora principi e politici, poliziotti e duchi, spie, giornalisti

e andavano da Turiddu perciò

un sogno

e tutti volevano entrare nella banda.

Poi, lui, un giorno se ne scese a Montelepre con una fibbia d’oro con il nome inciso. E tutti, tutti parlavano della fibbia d’oro di Turiddu.

Turiddu si era fatto re con quella fibbia d’oro e fotografie sui giornali, il re di Montelepre. Amicizie, lettere, incarichi e__________________riscatto! Finalmente_____basta fame, basta fame, basta fame mentre la fibbia d’oro brillava.

D’oro, dico d’oro.

Sparare, non gli chiedevano altro i suoi padroni.

Spara Turiddu spara che diventi re.

Spara Turiddu che diventi re.

Spara.

Spara.

Spara.

Lacrime. Dico, lacrime. D’oro. Dico, d’oro.

 

Angelo mio che dolore.

 

L’ora del riscatto! Gridavano i fogli di Giuliano, scivolati per le strade, calpestati dai muli, raccolti dai bambini- piglia! Piglia!

L’ora del riscatto, il foglio lo prendo, lo metto in tasca

più tardi me lo porto in paese e qualcuno me lo legge.

Mentre sono in campagna, lo sento il foglio in tasca e lo tocco con la mano poi lo tiro fuori al sole e una goccia di sudore cade lì sopra

c’è un disegno.

 

Lo rimetto in tasca

e fa rumore.

Un rumore secco ogni volta che mi piego per trebbiare.

Fa rumore

in piazza me lo porto.

Più tardi in piazza al barbiere lo porto e lui________________.

Tutti attorno a lui.

Se ne sono tornati dalla campagna.

Tutti attorno a lui

lo stesso pensiero hanno nella testa e il foglio che scrìcchiola nella tasca

perché di leggere non sanno leggere

e manco Giuliano che pure lui non è andato a scuola

qualcuno gli ha insegnato

ora in montagna__________dicono_________________

dicono tante cose/ dicono

dicono dicono dicono che lui

che lui e i suoi compari_____________________

voci

tutto il giorno voci

americani, macchine e mafiosi e principi e politici

dicono dicono tante cose.

 

Prima non ce n’era confusione e chi c’era/ c’era

tutti questi forestieri

è Giuliano il miele per le api?

 

Prima

ma undici e ventisette sempre trentotto fa.

Perciò_________________ perché io di leggere non so leggere

ma il foglio lo porto al barbiere

in piazza

e lui me lo legge.

 

Il barbiere .

Il foglio.

 

Undici e ventisette sempre trentotto fa.

Ma questo è prima

prima

………………………….

Finì.

……………………….

Ti vedo terra mia

di nuovo schiava……………….

No, non pioggia a inzuppare la terra.

Lacrime. Dico,lacrime. D’oro. Dico, d’oro.

Vennero con i fogli di carta.

Prima. A farci convinti e poi spararono.

Vennero per farci convinti e poi spararono.

Ma chi? Ma chi? Terra mia, chi ha sparato?

Ci fu: lastragediPortelladelleGinestreprimomaggio_________

millenovecentoquarantasette______________.

I contadini con le famiglie in festa, qualcuno spara. Dicono la banda

di Giuliano______________dicono.

E poi

e poi

e poi

e poi.

per noi un dolore senza confini.

E tutti muti.

 

No, non pioggia a inzuppare la terra.

Lacrime. Dico, lacrime. D’oro. Dico, d’oro.

 

Angelo mio che dolore.

 

4.

Però, ascolta angelo mio

adesso l’occhio non è più cieco

perchè

donne, uomini, chi c’era quel giorno,

adesso – nei circoli dei villaggi-

sospiri e palpiti di parole riprendono un discorso

di cui tutti avevano paura

scoprono di avere tutti pensato la stessa cosa:

il giorno di sangue non conosce il tempo

è lì immobile

a volte sembra impossibile che sia accaduto

tanto l’ingiustizia è fuori dalla realtà.

Il giorno di sangue non è lontano

non conosce il tempo

il giorno di sangue è lì immobile per l’eternità.

Ricordare è una certezza

non un obbligo,

così i fatti.

 

Così i fatti____________a poco a poco______________.

a poco a poco hanno formato un drappo cucito e ricucito

– (una mano violenta cerca di strapparlo)-

ma/ lievi fiati/ cadenze di sospiri/ azioni sospese nel nulla/ piccole parole lanciate lì

– questi sono i sussurri che ci sono concessi –

dunque, sospiri e battiti indomabili

si compongono con ostinazione tra le piccole sedie di vimini

di fronte alle case

_______________________ma chi ha permesso?

Indomabili desideri di verità.

_______________________ma chi ha permesso?

Escono dal cuore rigurgiti di parole

______________ma chi ha permesso?

Fiati ristretti e prigionieri trovano d’improvviso la via

_____________________ma chi ha permesso?

Lo sbocco, la lava incandescente

____________________ma chi ha permesso?

Allora,

insieme attraverseremo il ghiaccio:

il silenzio è la montagna che incastra le nostre vite

e di nuovo

ancora una volta

ci ha resi schiavi____________________

perché si soffre nella carne

e di silenzio si muore.

____________________ma chi ha permesso?

Chi?

 

Mi ascolterai?

Appaio impotente, povera terra mia

mentre il balbettìo delle mezzeverità ci ha sommersi

nomi gettati a caso

prove mancanti e confuse

Alza la testa, povera terra mia

e parla della verità che brucia.

E tu angelo mio, sostienici perché grande sarà la fatica

per trovare in noi stessi il coraggio di parlare.

 

Una sparatoria interruppe il corso delle cose

le rivoltò, le cambiò

– il cielo ci cadde sulla testa.

Chi l’ha permesso?

Chi ha mandato quelli a “fare uno sporco lavoro”?

Chi sono quelli che_______________________non posso immaginare come sono fatte le loro anime e i loro corpi e i loro sospiri e i loro pensieri d’amore.

Che dolore.

Raccontami, angelo mio, di un uomo a cui si ordina di sparare sulla folla inerme. Raccontami, angelo mio, dell’oscurità della sua anima, raccontami angelo mio. Ho bisogno di sapere.

Ascoltami, angelo mio, parlami dell’anima di chi, seduto in poltrona nel salotto di casa propria, ha detto a un altro uomo: “Organizza, vai e spara.”

E quello forse ha detto:

“Ma è la festa ci sono bambini e donne________.”

L’altro si è mostrato infastidito da tanta reticenza:

“Ho detto.”

Dice, alzandosi a metà dalla poltrona e fissando quello negli occhi:

“Ho detto vai e spara, lo vuoi ‘sto passaporto americano?”

“Vostra eccellenza sarà servita.

In un piatto d’argento e danzando ti offriremo le teste dei bambini e le condiremo con il sangue dei loro padri e con le lacrime – le urla, pure- delle loro madri.”

“Vai, ti ho detto, lo vuoi ‘sto passaporto americano?”

 

E’ il primo maggio. L’alba. In montagna è ancora buio, degli uomini si mettono in marcia mentre un lieve chiarore nasce dal mare lì in fondo. Prima però questi uomini, in silenzio, seduti su delle rocce o su piccoli sgabelli di ferla annodata, hanno mangiato un poco di pane e pecorino, bevuto un mezzo bicchiere di vino poi, fucile o mitraglietta in spalla, si sono alzati tranquilli, hanno scelto sentieri marciando uno dietro all’altro.

 

Non una parola. Si sono accomodati lì in cima, di là e di là e dopo un poco si sono appisolati.

Infatti passeranno delle ore prima di vedere arrivare i carretti in festa.

Forse, angelo mio, li ha svegliati il sole già alto, forse le grida di gioia dei bambini, comunque sia andata, si sono alzati in piedi tenendosi però ben nascosti tra le rocce: lì sotto hanno visto i bambini, le donne, la gente tutta, molti sicuramente li conoscevano, avevano scambiato qualche parola con loro nelle strade dei paesi o forse no, molti di quelli che sparano forse sono stranieri, gente portata lì apposta per la festa di sangue. Comunque sia, hanno visto la campagna pazza di primavera, hanno ascoltato grida di richiamo, hanno visto famiglie intere salire con i carretti, a dorso di mulo i più anziani, mentre gli altri li seguivano a piedi, saltando di gioia i bambini.

 

Chi ha visto e cosa hanno visto,

in quale buio sono precipitati questi uomini nascosti tra le rocce per imbracciare il fucile

i mitra

le mitragliette? Chi ha sradicato da loro le anime?

Chi ha permesso?

Chi ha imbracciato lentamente il fucile, lo ha alzato e lo ha puntato esattamente lì in mezzo?

____________________ma chi ha permesso?

Sì proprio lì, punta lì su quel mucchio di gente.

Quanti occhi in un mucchio di gente____________

in un mazzo di sorrisi

in un grappolo umano ______quante storie______.

Angelo mio ognuno ha un nome.

La distanza è poca

chi pigli/ pigli

spara a caso lì in mezzo

spara ai senza nome

spara per dare una lezione

spara senza ascoltare

quel grido di stupore______________perché?

Griderà una, ne puoi stare certo.

E il suo grido/ canto solitario squarcerà l’aria

scuoterà la terra

oscurerà il cielo

angeli suoneranno le trombe dell’apocalisse

______________ perché?

______________ma chi ha permesso?

 

Angelo mio ognuno ha un nome.

 

Alza il fucile

poggialo sulla spalla

sentitelo comodo

con questo caldo poi

la mitraglietta è pesante? Aspetta ti aiuto.

Te la senti comoda adesso?

Prendi per bene la mira

– ti hanno detto, non devi sbagliare un solo colpo-

______________ma chi ha permesso?

Perciò hai sparato.

 

Angelo mio ognuno ha un nome.

 

Poi tranquillamente hai riposto il fucile e te ne sei andato.

Forse ti sei acceso una sigaretta.

 

Lentamente, con i gesti consueti dei lavoratori che hanno terminato la propria giornata di fatica, gli uomini/ assassini si sono messi in fila e sono scesi dalla montagna tenendo bene in mente il consiglio di ripararsi tra le rocce.

Il lavoro era stato ben fatto.

Dietro loro l’inferno.

 

Angelo mio che dolore.

 

5.

Alla fine della giornata, con il tramonto non rimase più nessuno.

Per terra un tappeto di bossoli e sangue.

 

Questa è la storia di Portella della Ginestra.

Un fiore, la ginestra.

Un fiore giallo molto profumato.

Sicilia occidentale, 1° maggio 1947

Angelo mio che dolore.

 

 

Levanzo- Saorge –Palermo 2004

 

Grazie a

Jean-Jacques Boin direttore de la Résidence d’écrivains del Monastero di Saorge in Francia la cui ospitalità mi ha permesso di scrivere.

Olivier Apert per quello che mi ha insegnato.

Vincenzo Palermo che mi ha condotto per le case dei martiri di Portella.

Fatima Del Castillo, Enzo Guarrasi, Manuel Giliberti, Gianguido Palumbo, Antonio Riolo per i preziosi consigli di scrittura e elaborazione del testo.

 

Per Tullio e Lia_______per il loro futuro

 

 

 

 

 

Kaddish per un’amica il giorno del suo compleanno

imgresCara

Cara.

Poi non mi viene in mente altro.

Per giorni e giorni

Poi ruzzare e giocare e allora sorrido e so che ci sei.

Questi sono i primi appunti.

Poi silenzio per giorni e giorni.

 

La prima scena è quella del cuore.

Disegni un cuore per i bambini di scuola. Disegni con la matita, ti piace.

Per Gabriella preparerai un grande foglio animato, ci metterai di tutto, tutti i tuoi pensieri, la tua gioia.

Più avanti avrai un quaderno che ogni tanto mi farai vedere. Non ancora però.

Adesso è ancora il tempo della discrezione. Del fare finta di niente.

Anche se già sai cosa significa perdere.

 

1

Anni.

Anni persi per un capriccio. Per un’ostinazione.

E qui cominciano i miei appunti. Ricordi fatti di stracci da ricucire.

Anni in cui io non potevo e non sapevo mediare.

Ogni tanto ti racconto di quel vuoto in cui tu non c’eri e neanche io c’ero.

Anche tu mi racconti perché allora anche tu non sapevi e non potevi mediare.

Avevi fatto delle scelte mentre io, da un’altra parte, andavo alla deriva.

Un’onda gigantesca mi aveva scavalcato e ora io mi trovavo sotto di essa.

Galleggiavo.

Ce li sussurriamo con avidità reciproca quegli anni che ci siamo perse.

Questo è al centro, perché non abbiamo mai dimenticato.

Ci siamo ritornate spesso anche in quell’ultima conversazione, io su un treno, tu a letto.

È rimasto un segreto da condividere solo tra noi due, quell’arrogante stupidità che ci aveva preso.

Ce la siamo raccontata in ogni particolare, fermandoci a riflettere punto dopo punto.

Ostinate e precise, tutte e due.

Cosa significa perdere.

Ormai, poi, lo sapevamo entrambe.

 

2

Prima ci sono solo delle scene lievi.

Come sempre c’è la strada.

Prima.

Dopo.

Allora c’è uno di quei mattini in cui mi precipitavo quasi all’alba nella mia piccola libreria per far di conto. Dei conti che non tornavano mai. I figli, la scuola, malattie, affetti lacerati. Anni in cui celavo tutto dentro di me, nessuno ad ascoltarmi e io nessuna voglia di raccontare. Silenziosa percorrevo le vie della città.

E’ lì in quel silenzio che mi gorgogliava dentro, ti ho trovato.

Amica. Non è forse questa cosa, amicizia? Camminare l’una accanto all’altra in silenzio, sapendo e ascoltando il muto parlare dell’altra?

Perché poi attorno a noi c’è sempre stata, Lei, la Signora, la Città infame che tutto divora.

La Città che non ti ascolta, che ti passa accanto con fredda indifferenza.

Allora dunque c’è uno di quei mattini pieni di angoscia e io corro giù per la via e ti trovo all’angolo della strada.

Un mattino e poi ancora un altro e un altro ancora. Angolo via Villafranca, via Siracusa.

Dieci anni fa.

Dietro a te c’è Enzo, ma allora questi due stanno insieme, mi dico. Sorrido ma sto zitta. Facciamo due chiacchiere. Non chiedo, stai con lui? Perché di già, tra noi è il silenzio il luogo della comprensione. Un silenzio benigno. Un messaggio che passa. Tutto qui.

Di questo avevo bisogno non di parole. Allora.

Ridevi e guardavi di sottecchi. Spiavo il tuo sguardo.

Era evidente, eravamo simili, anche tu conoscevi i pensieri celati, anche tu avevi storie da non dire, era evidente.

Capii che anche tu avevi un muro a difesa dal mondo.

Non lasciavi nessuno avvicinarsi al nocciolo duro del tuo dolore. Tranne il tuo amore che era li, adesso, accanto a te, all’angolo tra via Villafranca e via Siracusa .

Di te mi potevo fidare e mi fidai. Imparai a guardare di sottecchi così come facevi tu.

Imparai a imitarti, a correre dietro al tuo linguaggio.

Perché quello che facevi mi sembrava perfetto, eri l’amica da imitare.

Eri e questo mi bastava.

 

2

Allora in quei pomeriggi in libreria, sembrava ancora possibile farcela, non venire abbattuti.

Uso apposta una parola dura, abbattuti come bestie che non servono più e le si allontana dalla vita civile, dal conforto, dalla condivisione.

Hic sunt leones.

Ragazze, giovani donne, adulte, abbiamo camminato sempre a saltelloni, in equilibro perfetto, sul filo stretto di una parola: utopia.

E’ questa piccola parola ad avere riscaldato i nostri cuori, quel cuore disegnato da te a matita. E’ questa piccola parola che ci ha fatto credere sempre e sempre di potercela fare. A fare cosa? A cambiare il mondo.

Io e te, nient’altro che due di quelle ragazze che hanno continuato a camminare sul filo.

Sotto a spiarci beffardi, gli altri, i concreti, i calati per bene nella realtà a guardare sprezzanti le nostre vite. Il nostro agitarci, il nostro correre di qui e di là.

Noi poverini allora credevamo e giocavamo.

Ai tempi della piccola libreria non era certo la prima volta che camminavamo in equilibrio su quel filo. E questo, senza dircelo, si capiva sia in me che in te e negli altri che passavano continuamente in quel buco.

Cuccioli eravamo, cresciuti nella sicurezza di avere in noi il potere di cambiare il mondo.

Ce ne è voluta di pazienza per riuscire a rinchiuderci nelle nostre case, mettere ai nostri piedi le pantofole, trasformarci in vecchi ringhiosi che si scannano a vicenda.

Ce ne è voluta di pazienza ma alla fine ce l’hanno fatta.

Perché loro, i vincenti, sono forti e ben organizzati.

Su questo punto tu sei sempre stata lucida, te ne intendevi, lavoravi nel sottile. Eri venuta fuori da quel mondo e lo conoscevi bene.

Quanta fatica hai fatto. Cara. In quali silenzi e solitudini ti sei calata.

Arrivavi di pomeriggio, a volte accompagnata da personaggi bizzarri, stupidi o meravigliosi, sempre nuovi, gente che trascinavi da noi, per cosa se non per farci coraggio, pensare ancora di farcela. Allora, infatti, ancora pensavamo che metterci insieme, discutere, parlare potesse avere un senso. Potesse cambiare e allontanare da noi la paura di affogare in quel pantano che ci stavano preparando.

 

Nelle lunghe giornate isolane, i nostri aguzzini apparecchiano il cervello di un uomo.

Sta lì il prigioniero.

Dopo avergli staccato la calotta, si deve, con calma, con estrema calma, cominciare a mangiarne il succulento cervello.

Mi sono trovata a nascere e a vivere nel campo di sterminio numero xxxl cioè molto extralarge, infatti ci si sta estremamente comodi qui dentro.

Sole e mare. Vita facile, tempi lenti, rallentati.

Intorno Loro, il loro potere, silenzioso, oscuro, inconfondibile, pesa e cola sulle nostre vite più di colla appiccicosa, di miele e melassa a cui si appiccicano orridi insetti.

 

Ci sentivamo potenti e immortali. Progettavamo, mettevamo su carta e le idee diventavano progetto.

I sogni erano la loro immediata realizzazione.

Eravamo.

Così, sedute al tavolo, in un pomeriggio come un altro, parlai a Claudia di un romanzo e di cos’altro avremmo dovuto discutere? Nel romanzo, La sposa liberata di Yehoshua, israeliani e palestinesi, di notte, avvicinano le loro anime lacerate dalla guerra, riunendosi sulle terre di confine per raccontarsi storie.

Eravamo noi forse in una terra di confine? Eravamo forse noi in guerra? Eravamo noi lì a farci rubare perfino le storie?

Perché nel frattempo erano scoppiate le bombe, perché nel frattempo eravamo scese per le vie, perché nel frattempo avevamo serigrafato lenzuoli con i volti e le frasi dei nostri martiri.

Perché nel frattempo era chiaro, anche se ancora non ce lo dicevamo, che non solo niente era cambiato ma anzi che loro avevano vinto.

Eppure la speranza, la sicurezza era in noi perché rimanevano le parole e le storie.

Storie che conducono e che insegnano.

Storie.

Bisognava raccontare.

Bisognava trascinarsi nel cuore delle calde notti della Città infame, oltre i confini della violenza, dell’arroganza, del potere per raggiungere il genius loci, quel luogo massacrato e clandestino della Città infame dove era ancora possibile intingere il cuore nello zucchero, là dove ancora ruzzano e giocano gli angeli.

Ci trovasti perciò intente a organizzare quella follia, La notte dei mille racconti e venne fuori che tu e Santina facevate le carte.

Ridevi, proviamo, dai. Proviamo!

Ridevamo. Un gioco che faceva girare la ruota del mondo.

Furono estati folli, piene di gioia.

La libreria divenne un luogo di raccolta.

Chi entrava, chi usciva, chi portava nuove idee e storie da raccontare perché ne dovevamo mettere insieme una tale quantità da far sì che la gente, e furono migliaia, dal tramonto all’alba, come diceva la scritta sotto il logo della grande fiera, non ci lasciasse.

Tu eri a casa, di casa, entravi, uscivi, ti muovevi negli spazi dove sapevi non solo di essere accettata ma di esserne parte. Poi c’erano Enzo e Santina, Antonio e Yussif e il brindisi per l’ammissione di tuo figlio Paolo in accademia a Genova.

Quei figli che intanto crescevamo. Di cui discutevamo sedute al tavolo, una foto, un figlio.

Fare piccoli passi, l’una verso l’altra.

Dire due parole che si accavallano a quelle dell’altra. Scoprire affinità, sentimenti celati, mai detti, per paura, per vergogna, perché ci si è sentite isolate in quella condizione di donne sole con i figli.

Le prime fidanzate, motorini, la figlia femmina.

Parole e storie.

Trame intessute di silenzi. Momenti di ascolto, confrontarsi, sapere come l’altra risolve un problema, dare un consiglio e riceverne uno.

Momenti rubati, sussurrati.

Parole e storie che poi combinavi seduta al tavolino in un angolo, tra gli altri tavolini in quella folle piazza di storie pazze libere e felici che Gigi, con il suo tocco magico, aveva predisposto.

Dove la gente si accomodava, prima con sguardo timido per poi invece, sentendosi a proprio agio, muoversi da un tavolo all’altro, qui cosa si racconta?

Bambini, adulti, gente di ogni tipo con il sorriso di felicità.

Tu intanto, in un angolo, mischiavi un vecchio mazzo di tarocchi, ne componevi la magica croce davanti a chi con il cuore in gola, anche se poi diceva di non crederci affatto, aspettava il tuo consulto.

Una vecchia latta per offriti l’obolo, presto si riempì di monete. Ti alzavi, ti eri messa una fascia in testa da maga, ridevi, sono la più ricca!

Mi prenotai a tarda notte.

Anno dopo anno, eri così stanca che non se ne fece mai niente.

Non mi hai mai fatto le carte, chissà cosa avrebbero visto.

Ma di me vedevi già abbastanza.

Giocavamo e la ruota del mondo pareva girare a nostro favore, non sapevamo che fuori dallo spazio magico che ci eravamo create, le cose andavano diversamente.

Non sapevamo che dentro il tuo corpo alcune cellule non erano affatto disponibili a propiziare ancora la terra, la luce e il sole.

Non sapevamo che lì, dentro il tuo corpo, qualcosa camminava in altra direzione.

Noi i ciechi, niente vedevamo.

Perché poi più avanti, tu mi dicesti, secondo me cammina lì dentro da un decennio, perché ne parlavi come di un essere con cui ancora si poteva discutere e forse arrivare a dei patti.

Questo prima della passeggiata in via Libertà perché invece allora già sapevi cosa significa perdere.

 

3

Avremmo dovuto capire.

Aerei abbattevano New York mentre mia figlia si tingeva i capelli d’azzurro e il signor Piero si sedeva come sempre davanti alla libreria, non è male questa guerra lì in fondo, l’unico canale aperto per le armi e la droga rimaniamo noi.

Vendevamo libri mentre il signor Piero osservava il mondo.

Venne quello, ho un fratello carcerato. Mi consigliarono di fare finta di non capire. Non eravamo noi imbattibili?

Era tutta come noi la Città?

Già allora avevamo perso.

Eravamo ciechi.

Quanta gente veniva andava, sorrisi, chiacchiere, progetti.

Andavi e venivi, frequentavi il laboratorio di scrittura. Scrivevi, lasciavi i racconti a metà.

C’era quel nocciolo duro che t’impediva di andare oltre. Storie contorte, storie.

Ritornò quello del fratello carcerato ma vennero anche dei ragazzi con un gran sorriso, metti questo piccolo adesivo? Ma certo!

Ero felice, la parola d’ordine “libertà”, passava da generazione in generazione.

Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità.

Quelli per un po’ non tornarono.

Eravamo ciechi.

Ci fu la tua festa, la grande casa svuotata, gli amici, i balli, panelle e crochè.

Fu l’ultima.

Perché poi è un precipizio

Mentre il prefetto decide di blindare i pochi negozi che hanno messo l’adesivo.

Mentre l’America bombarda l’Afghanistan.

Mentre mia madre muore e Paolo si ammala e i poliziotti della pattuglia che mi protegge mi telefonano a casa per sapere perché oggi non ho aperto la libreria.

Mentre e mentre..

Il mondo sembra essersi inceppato e noi non capiamo cosa succede.

Noi due decidiamo di precipitare.

Anche noi cara.

Perché strappare un’amicizia è precipitare, è togliersi un pezzo di sé.

Se guardo indietro, vedo un gorgo in cui tutto si disfaceva.

Il velo si era strappato, d’improvviso niente era più nascosto.

Non c’era bisogno di celare un bel niente, i giochi erano scoperti.

Chi ci governava con la sua faccia di plastica, era un modello per milioni di italiani, che si ritrovavano in lui. In lui leggevano la propria storia, o meglio quella che avrebbero voluto essere la loro, soldi, soldi facili, televisione, griffe.

E noi? Sono gli anni in cui abbiamo cominciato a celarci, a ritirarci.

Noi, le mosche bianche.

Ma non eravamo noi quelli che avevamo gridato nelle piazze, non eravamo noi i portatori di valori nuovi?

Invece, guarda un po’,il mondo non era affatto andato nella direzione da noi immaginata.

Hic sunt leones.

Attenzione, in città ci sono ancora dei diversi, degli utopici, bisogna sterminarli.

Quella linea dritta e lucente che avevamo imparato da ragazzi: se combatti ragazzo, il mondo gira, se combatti il mondo non può che migliorare.

Il mondo migliora sempre ragazzo, combatti ragazzo, combatti:

 

How many roads must a man walk down

Before you call him a man?

Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail

Before she sleeps in the sand?

Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly

Before they’re forever banned?

The answer, my friend, is blowin’ in the wind,

The answer is blowin’ in the wind.

 

Noi le mosche bianche, i ciechi, i dormienti.

The answer is blowin’ in the wind.

 

Fu allora che litigammo.

Tutti litigavano e si spartivano il poco sapere. Quella convinzione di essere nel giusto. Così ognuno di noi coltivò in se stesso la propria atroce solitudine. Rappezzando, solitario le proprie ferite che prima, fino a quel momento, neanche sapeva di avere.

Ognuno di noi alzò barriere, io so e sono nel giusto, tu sei nel torto, tu mio fratello, mia sorella non mi piaci più.

Ognuno di noi credette che difendersi significasse scagliarsi contro il fratello.

Così loro, gli altri, i vincenti dalla faccia di plastica, uniti tra loro e solidali, presero ogni cosa, presero le anime dei nostri figli e le immersero nel fango, spingendo giorno dopo giorno le nostre vite dentro bunker, prigioni solitarie.

Noi due ci eravamo perse.

Perse in questo gorgo.

Allora la lacerazione e il lutto.

Allora Paolo muore. Allora inutilmente stendo le braccia sui miei figli. Braccia inutili, prive di forza. Spezzate in due. Braccia che non ce la fanno.

Allora chiudo la libreria e passo giornate seduta sul mio divano, adesso io cosa sono? Cosa farò di me?

Ma tu non ci sei perché abbiamo rotto.

 

4

La notizia arriva per caso perché nel frattempo sono passati anni.

Anni in cui ho arrancato, facendo e disfacendo.

Poi c’è, in piena estate la telefonata di un amico che non chiama mai, ti debbo dire due cose, la prima grave, la seconda preoccupante.

Così la notizia, calzate le ali il dio Mercurio, arriva a me.

In un giorno di agosto, Mercurio, il crudele, il senza mediazioni, ancora una volta viene a trovarmi. Scorre con lieve grazia l’arcobaleno. Lo stesso ponte tra cielo e terra che percorre Iride, la prescelta, per recidere alle donne, agli uomini il capello magico che ci tiene avvinti a questa vita. Stacca il capello dorato, la dea per portarci al momento opportuno nell’Altrove, il luogo segreto e dei segreti.

Ora scende Mercurio, leggero, allegro e calzato di quelle buffe alette, scivola sul ponte come fosse un tobagan. Si diverte, corre e arriva a me, a dare la notizia.

A cedermela leggera, un soffio, un fiato.

Bea Bea dove sei rimasta? Dove ti sei incagliata?

Al povero Enea incagliato nella sua passione per la bella regina disse: Naviga!

Naviga mi viene a dire il dio, la tua barca si è incagliata, credi di averne un bene a startene seduta su questo maledetto divano? Credi che sia un bene far finta di niente?

Non ce la faccio, vorrei dire. Starmene accoccolata qui a lagnare è così bello.

Credi così di allontanare da te lei, la Terribile, l’ineffabile, far finta che non esista?

Va be’, se proprio insisti mando un messaggio alla mia amica lontana.

Va bene? Va bene, dice il dio e con le sue buffe alette vola via.

Ora tocca a te, Bea Bea.

Perciò con fatica apro il computer e ti mando in messaggio. Che fatica.

Era considerata, tra le due, dal mio amico, la notizia meno grave perché era ovvio ed evidente che per te non era un problema. Era chiaro, tu ce l’avresti fatta, tu eri pronta a combattere con la leggerezza e il sorriso che tutti conoscevamo.

E anche con i silenzi, dove io finalmente di nuovo mi immersi.

 

5

Cominciasti a postare su FaceBook la foto di un cactus. Era lui il tuo nemico.

Ancora però non sapevi cosa significa perdere, nessuno di noi lo sapeva.

Il dormiente dentro di te si era risvegliato, pungeva, scalciava, non voleva cedere.

Ancora era il tempo dell’illusione, avremo vinto, faccia di plastica sarebbe sparito, sparito il cactus.

Tornare a giocare, ruzzare, sperare, eterni Peter Pan.

Cominciasti la battaglia in una strada lontana, in una vita lontana.

 

6

Non so perché mi hai scelto.

Non so perché mi hai concesso questo privilegio.

Parlare della Terribile in un mondo di facce di plastica.

Prendere l’Ineffabile e metterla al centro della vita.

Ricordarla, strapparla dalle frasi banali, tutti prima a poi…

Adesso non c’era più il prima o poi, adesso c’era la certezza e un tempo limitato.

Era lì presente tra noi e andava affrontata.

 

Mi hai scelto.

Ho messo lo zaino in spalle e siamo andate.

Per le vie, nei corsi di scrittura che hai ripreso a seguire, nei cinema, alle presentazioni di libri, alle cene, al capodanno, nella tua amata politica, a cena nella tua, vostra nuova casa in via Siracusa , tu ed Enzo, tu ed Enzo.

In quel l’angolo di strada sotto le nostre case.

Al giro dell’angolo, a giro di carrello della spesa.

 

Ho messo lo zaino, ti ho seguito.

 

Adesso c’era un segreto a unirci.

Tu sapevi che io sapevo che tu sapevi.

Non era necessario dircelo. Bastava fare due passi in strada, avanti e indietro. Bastava camminare l’una accanto all’altra.

 

7

Poi siamo quattro amiche ed è l’otto marzo.

Ci hai fatto sapere che non hai voglia di grandi cose ma andiamo, dai, a cenare insieme.

Non so come mai si arriva a parlare di cose indicibili. Di gorghi oscuri dentro di noi.

Forse perchè è l’otto marzo e non riusciamo a dimenticare che non è una festa ma la ricorrenza di una violenza sulle donne.

Forse qualcosa dentro di noi ci spinge.

Le parole indicibili gorgogliano, si fanno avanti, non si fermano.

Come sempre ascolto mentre sento montare in me irrefrenabile il bisogno di narrare, mentre una parte di me mi dice, stai zitta.

Così sgorgano da me parole. Narro ancora una volta, quella cosa che ha cambiato per sempre la mia vita.

Dico ancora una volta: d’allora io sto dietro il vetro.

Ogni volta è eguale, il mio racconto secco, elementare, genera silenzi, imbarazzo e poca solidarietà .

Sei magra, troppo , stanca, ma sei li dritta come un fuso. Ascolti.

I tuoi strani occhi, con le lunghe e spesse palpebre, sono come ripiegati, in ascolto pure essi, con tutta te stessa.

Stai zitta ma ci sei, eccome se ci sei. Di te come sempre percepisco lo spessore.

Il racconto, il mio segreto adesso è svelato in quell’angolo di strada, in un gran silenzio.

 

Corro a casa. Affannata, scontrosa.

Mi hai già postato un messaggio. Ho capito bene? Sì, hai capito bene.

Il mio cactus ha la stessa origine. Niente di più perché è sufficiente.

 

8

Ancora non sai cosa significa perdere.

Ma ormai ne parliamo di frequente.

A poco a poco si insinua in noi la sensazione che non sia lei, la Tenebrosa il senso del perdere, ma piuttosto quell’indicibile delle vite di cui non abbiamo mai potuto parlare, dove mai si è espressa solidarietà, dove mai ci siamo sentite protette da un caldo e muto abbraccio, dove siamo rimaste sole, mute, contorte nel nostro dolore perché tutti attorno a noi si turavano le orecchie con cera.

Distratti dalla vita, amanti di faccia di plastica. Plastici e impietriti.

È li che si annida la perdita e il dolore.

È li, mi insegni, che è nato il cactus con una tale potenza che noi, poveri Peter Pan, non siamo in grado di combattere.

Ci vorrebbe san Giorgio con la sua spada da infilzare nelle fauci del mostro, ma lui sembra lontano, interessato com’è a tutte quelle pie fanciulle da salvare.

E noi, perché ora cara permettimi, è un noi, non siamo né pie, né fanciulle.

Chissà poi perché solo le fanciulle vanno ascoltate e salvate. Boh!

San Giorgio mi sembra un po’ di parte.

 

Così le giornate una dopo l’altra.

Imparammo in quei giorni con stupore reciproco, che la Tenebrosa, colei che spinge con destrezza verso il ponte di san Giacomo dove stanno tutte quelle spade acuminate su cui bisogna passare a piedi nudi, era in fondo gentile, presente, ovvia, soprattutto.

Altri erano i pericoli.

 

Ti leggevo il brivido. Non avevo ali per proteggenti.

Potevo solo camminare accanto a te, nel tratto di strada che la Tenebrosa mi avrebbe concesso.

Smetterla soprattutto di far finta di niente.

Non ce ne era motivo, allora meglio non vedersi e non parlarsi.

Imparammo insieme che amicizia era ancora una volta questo muto ascolto.

Ci vedevamo. A volte brevi giri intorno alle nostre case quando tu eri particolarmente stanca.

Parlavamo con ovvietà ed evidenza della Tenebrosa.

Quella che tutti, i faccia di plastica, fanno finta che se loro si fanno la faccia di plastica, Lei si dimentica di loro.

Intanto vivevi tra tutte quelle torture a cui ti sottoponevano e che tu subivi, accettavi in silenzio.

Stavi tra gli altri malati, in vena ficcato il veleno che avrebbe dovuto riportati ma dove, poi?

Mandavi messaggio, postavi. Raccontavi i particolari di quegli spazi che a noi, cosiddetti sani, erano proibiti.

Luogo inaccessibile del percorso, della Via.

Giorni, ore, giorni, settimane.

Sulla tua pagina di Facebook che ti collegava al mondo mettesti :

Le brave bambine vanno in paradiso, le cattive ovunque.

 

9

Poi è il tempo dell’attesa, il tempo in cui tutti sanno.

L’attesa, che razza mai di parola è questa? Tu sei viva tra di noi.

È così chiaro adesso.

 

M chiami, andiamo insieme a votare per le primarie?

Si è molto discusso, ancora una volta abbiamo la sensazione netta che ci stanno divorando, che niente è chiaro, ci sono giochi e pastoie. Vi ho ascoltato te ed Enzo. Voi due, a differenza di me, capite la politica. Farò quello che dirai tu, non riesco a capirci niente. Mi sento ancora una volta in mano a quattro sciacalli che approfittano della nostra dabbenaggine.

Chi sarebbero poi i leones? Noi? Loro?

Sei d’accordo, però vedi chiaro, io invece vedo confuso.

Mi fido di te, scrivi, posti, ti occupi di politica, discuti.

Lasci al margine la Tenebrosa e quelle cure che invece ti sfiancano e di cui parli poco.

Attorno la città è in sfacelo. Dei nostri sogni neanche l’ombra. Grigia, sporca, alla deriva.

Andiamo insieme alle primarie? Si tratta di percorrere il trattato di strada a piedi che separa le nostre case da piazza Politeama.

Non è tanta strada, temo però che tu non ce la possa fare ma sto zitta, se hai detto andiamo, io dico andiamo.

Poi sono parole e la spada che s’infilza.

Rinunciare.

La parola stride e s’allarga, ferisce, è quasi irreale, colma com’è di tutta quell’ideologia retriva di cui negli anni ci siamo riempiti la bocca.

Se mi capita, io non mi curo, ci è sembrato bello, moderno, al passo con i tempi.

Adesso tu cammini nella tua leggiadria, nella tua schiena dritta come un fuso, cosa mai stai dicendo?

Questa ancora una volta è la verità, non sono parole, è l’evento e il fatto.

Piango, singhiozzo. Poggi una mano sulle mie spalle, hai per la prima volta gli occhi, i tuoi begli occhi con quelle strane palpebre, colmi di lacrime:

ognuno ha il suo destino.

Sei tu ad averlo sussurrato o è Mercurio che me, ce lo soffia all’orecchio?

Sono parole o sono fiati questa semplice evidente sontuosa verità?

 

Riprendiamo la strada e ridiamo e spettegoliamo di tutti quelli che stanno li in fila credendo di fare democrazia, di essere partecipazione, di esserci insomma.

Intanto con calma lontano da lì, c’è chi sta per bene organizzando il futuro.

La Tenebrosa in confronto è nulla, lei almeno è sincera, loro no, non dicono mai la verità.