Dalla parte di Giuditta (da Il castello di Barbablù /Bela Bartòk)

Al Teatro Massimo di Palermo, prima di ogni opera racconto le grandi storie dei libretti. In queste storie le donne spesso vengono uccise o muoiono malamente, qui  tenterò di dare voce a quelle donne…

ecco la seconda storia che vi propongo , sono alcune osservazioni in forma di monologo che hanno chiuso il racconto che ho fatto il 15/11/18 per Vi racconto l’opera al Teatro Massimo di Palermo

Senza titolo

Giuditta

Io sono la custode.

La porta della stanza è aperta.

Nessuna di loro esce perché mi temono.

Sto seduta sul divano.

Respiro piano piano.

Controllo le altre, quelle prima di me, quelle durante me, quelle dopo me.

Vanno e vengono.

Controllo che non escano.

Ne sento il respiro e conosco le loro storie meglio di quanto le conoscano loro stesse.

So tutto di loro.

Lui mi racconta tutto.

Dopo avermi portato nella stanza, se ne è presa una nuova.

Io sono restata qui.

Ho capito subito che per lui ero speciale, io sono la custode.

Quelle, poverine, vanno e vengono.

Io ne osservo con precisione i tratti e se qualcosa che hanno mi piace me la piglio, un modo particolare di camminare, un discorso, un modo di atteggiare la bocca, un broncio. Mi piglio tutto di loro e le lascio nude, dissanguate.

Sono delle sciocche, non sanno niente.

Non conoscono lui come lo conosco io. Gli servono per i suoi bisogni, ma io ci sono sempre.

Vanno e vengono.

Io le osservo e loro mi vedono seduta nel divano, si disperano della mia presenza, è esattamente quello che voglio: farle disperare.

Vedere le loro vite andare in rovina, succhio le loro anime, me ne nutro e le lascio senza niente, scheletri senza vita.

Io sono la custode qui.

 

Che fai? Mi grida delle volte lui, fai la sentinella?

Non mi muovo.

Lui mi vuole così.

Come tu mi vuoi, amore mio.

Ah! Che meraviglia l’amore! E come si potrebbe vivere senza? Cos’altro potrei volere dalla vita?

 

Dal divano posso ascoltarlo.

Va e viene. Quando rientra affaccia un attimo da me, ancora qui sei?

Alzo le spalle.

Questo è il mio posto.

Lui mi ha assegnato il posto giusto.

Controllo le altre, impedisco che escano dalla stanza, quelle cretine.

 

Mi ami? Gli chiedevo. Lui mi guardava.

A volte mi chiedeva di fare un qualcosa che lentamente mi avvicinava alla porta.

Dammi la chiave, gli chiesi con dolcezza.

La chiave della porta da cui non si esce. Ho aggiunto in un soffio, era la mia prova d’amore e dovevo compierla.

Aprirò la porta con amore, non potrai più fare a meno di me, io ti capisco, me ne occuperò io.

 

Perciò adesso, io sto qui con loro. Le sento. Sento i loro fiati. I loro sguardi cattivi, i loro graffi.

 

Quando ero fuori da qui andavo e venivo.

Avevo amiche, sorelle.

Prima.

Mi piaceva vestirmi di seta e andare a sedermi in un bel caffè, ordinare un bel bicchiere di vino rosso, le patatine e aspettare le amiche.

Vestite lievi.

Ora non ha importanza. Importante è stare qui, sul divano a controllare quelle per lui.

 

Al nostro primo incontro la veste di seta s’imbrigliò quasi a impedirmi di andare avanti. Ho strappato la gonna, ho proseguito.

Io sono certa del mio cammino.

Le altre, quelle prima, quelle durante, quelle dopo non mi lasciano mai e io penso sempre a loro. Delle cretine senza valore. Hanno bisogno di me, delle mie indicazioni per vivere qui dentro.

Impedisco loro di uscire, succhio la loro linfa vitale.

Lo faccio per il mio amore.

 

Dopo un po’ che l’ho sentito rientrare, (ho percorso nella mia mente la distanza che lo separa dalla sua cucina. Posa i pacchi della spesa, apre il frigo e ripone la merce.)

“Ho preparato pasta e patate.” Dico dolcemente.

“Ok!” La voce di lui corre da stanza a stanza, salta con un balzo attraverso il piccolo ingresso in comune ed è qui da me!

Adesso sì, mi posso alzare, correre nella mia cucina, preparare.

 

Io sto qui nella stanza con le altre sue donne, le donne prima di me, le donne durante me, le donne dopo me ma nessuna di loro è come me. Io sono diversa. Solo io sono quella giusta, quella per lui.

Delle volte le insulto, le faccio umiliare, tolgo loro le cose a cui tengono.

Le costringo a velarsi poi a svelarsi, a raccontare cose indecenti per poi poterle insultare.

Faccio quello che debbo fare.

Sorrido dolcemente.

 

Voglio tutte le chiavi! Gli dissi allora dolce e graziosa.

Così l’ho avuto.

Lui dipende da me, se andiamo in palestra, io corro prima, gli riservo con amore un buon posto e gli sto accanto, lo aiuto, sono sempre con lui.

Mi occupo della stanza dove sono riposte le altre. Ho le chiavi.

 

Gli piace tanto la pasta con le patate, gliela preparo spesso.

Io sono dolce e graziosa. Io non sono loro. Le altre.

 

È il mio matrimonio, (cosa c’è di più importante di un matrimonio?), anche se non mi ha sposata mai.

No, no, no ha sempre detto, noi dobbiamo rimanere liberi, per questo non ho fatto figli e adesso è troppo tardi. Sono secca, se il ventre mio è secco anche il loro, delle altre, deve essere secco.

Io sono sua, sto nella stanza, la custodisco, lui mi ama.

 

Vedo quelle stronze. Sono lì bellissime statue mute senza valore. Morte. Senza sangue.

Ti amo, sto qui perché ti amo.

Le controllo, non usciranno.

Sarai regina: ogni fiore s’inchina davanti a te, lui mi ha detto.

…………

No, non chiude mai la porta.

Non mi tiene mai fuori dalla sua vita.

Lo fa per prepararmi ad accogliere una nuova fanciulla dagli occhi spenti.

Io accoglierò e controllerò la nuova venuta.

Tutto rientra in un cerchio perfetto.

Sono sposa.

Lui mi ama e io gli sono grata. Faccio come lui vuole.

Senza di lui sono un nulla.

 

Quando lo sento avvicinare, quando sento i suoi sussurri rivolti alla nuova preda, io gioisco, è il mio tempo, allora:

“Ho preparato la pasta e patate!”

Dico dolcemente.

Oscurità e notte.

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Dalla parte di Gilda (Rigoletto)

Dalla parte di Gilda

Senza titolo

Al Teatro Massimo di Palermo, prima di ogni opera racconto le grandi storie dei libretti. In queste storie le donne spesso vengono uccise o muoiono malamente, qui  tenterò di dare voce a quelle donne…

Ha detto, ti ho lasciato del tempo per guarire.

Sono forse malata, io?

Quando mi sarei ammalata? E di cosa poi?

Una strana malattia la mia, io non mi sento male, né ho la testa confusa.

Io mi sento benissimo.

Chi sono io? Padre ! Padre! Chi sono io?

La porta si apre e allora io sono. La porta si chiude allora io non sono.

Ti prego, Padre!

Sei il mio angelo.

Non dovrei avere dei sintomi? Non è questa la malattia? Ti ho lasciato il tempo di guarire, lui mi ha detto.

Come ti chiami, padre? Mia madre, padre, come si chiama?

Che grande silenzio.

Si guarisce quando si può guarire. E se si può.

La malattia è così. Ti prende, non ti lascia. Decide.

Qualcosa si muove d’improvviso nel tuo corpo. E decide per te.

Ti ho lasciato il tempo.

Ha detto.

La malattia ti attraversa e ti cambia.

Certo ha ragione. Io sono malata.

Sono stata attraversata e ora sono altra, padre.

 

La porta si apre e io mi getto tra le sue braccia.

Dimmi chi sono, padre.

No.

E lui mi ha lasciato il tempo di guarire ma la cosa non ha funzionato. Sono rimasta malata.

Vestiti da uomo,scappa a Verona!

Un ordine.

Perché se non sono guarita, allora io mi debbo vestire da altra cosa e scappare dalla mia casa. Questo servirà, ha pensato lui.

Dimenticherai perché la mia malattia è non potere dimenticare.

Ascolto da dietro la porta che litigano, che se ne dicono delle belle, sento la voce di mio padre alterata.

Di nuovo io non sono.

Una porta diversa questa, la porta dorata del palazzo dove mi hanno portato in spalla, avvolta in una coperta. La porta di lui. Lui che ha un nome.

E’ questa la malattia?

Lui che mi guarda negli occhi per dirmi, amore mio.

Lui ha un nome. Io ho un nome allora. Allora io sono.

Sono questa.

Sono questa ragazza, padre, che un giovane uomo ha preso tra le braccia.

Io sono la ragazza che può essere accolta tra le braccia.

Io sono, padre.

Il mio nome è amore, padre. Mia madre si chiama amore, la mia famiglia, la mia gente si chiama amore.

Per questo adesso sono tornata qui, padre.

Hai voluto farmi assistere al suo tradimento, padre. Credi sia servito a sminuire il mio amore? Ma come sarebbe possibile? Lui è il mio nome, padre.

Ho fatto come hai voluto tu. Ho preso dalle tue braccia i vestiti da uomo, mi sono travestita, padre.

Sotto la pioggia, i fulmini in cielo, ho corso lungo la strada  verso l’altrove.

Io ho un nome, poi mi sono detta frenando la mia corsa.

Io sono.

Io sono la ragazza che mai ha saputo chi era, io sono la ragazza nessuno e io sono la ragazza che è diventata persona,  quando ha incrociato in chiesa gli occhi di lui.

Sei viva, mi hanno detto.

Hai un nome e io ti riconosco.

Io gli debbo tutto padre. Io gli debbo la vita.

Busso.

Aspetto che si apra quest’altra porta per potere dire ancora una volta, io sono.