Portella delle Ginestre,Indice dei nomi proibiti

portella

Portella della Ginestra/indice dei nomi proibiti

 

di Beatrice Monroy

Ho scritto questo testo per i sessant’anni della strage di Portella della Ginestra, d’allora ha avuto una lunga vita, è stato pubblicato e poi, come tutti i libri, è sparito nel dimenticatoio. Tanta gente, insegnanti in particolare me lo richiedono, per questo ho deciso di renderlo pubblico sul web.

(il testo è protetto dal diritto d’autore, chi fosse interessato all’utilizzo può contattarmi in privato)

 

 

Per

Giovanni Megna, Vito Allotta, Vincenza La Fata, Giovanni Grifò, Giuseppe Di Maggio, Francesco Vicari, Castrenze Intravaia, Giorgio Cosenza, Margherita Clesceri, Serafino Lascari, Filippo Di Salvo ____________uccisi.

 

Giorgio Caldarella, Giorgio Mileto, Antonino Palumbo, Salvatore Invernale, Francesco La Puma, Damiano Petta, Salvatore Caruso, Giuseppe Muscarello, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Alfonso

Di Corrado, Giuseppe Fratello, Pietro Schirò, Provvidenza Greco, Cristina La Rocca, Marco Italiano, Maria Vicari, Salvatore Renna, Maria Caldarera, Ettore Fortuna, Vincenza Spina, Giuseppina Parrino, Gaspare Pardo, Antonia Caiola, Castrenza Ricotta, Francesca Di Lorenzo, Gaetano Di Modica__________________ feriti.


 

Quanti metri occorrevano per potere seppellire tanti morti?E quante preghiere?In quel luogo- me ne sono accorto allora- non erano più scandite le preghiere.

Jean Genet- Quattro ore a Shatila

 

“Zeus,Zeus che dico? Come comincerò?”

Eschilo- Le Coefore

 

 

Narrazione

1.

Sicilia occidentale, 1° maggio 1947

 

Così mio padre si fece convinto: “Quest’anno andiamo.” Disse

– anche se certo eravamo più poveri di tanti altri.

Tutto il paese andava a Portella.

Fu la mamma a convincerlo che poi- morse.

La mamma.

Morse/ e papà non voleva mai portarci:

non abbiamo neanche il pane da mangiare, che figura facciamo. Quell’anno si fece convinto

dopo tante lotte e andarsene nei campi a prendersi la terra,

era un bel tempo quello, pieno di gioia dopo la guerra

una fame terribile avevamo fatto.

 

Perciò, la sera prima andammo nel campo di fave

e le prendemmo di nascosto e le cucinammo per portarle alla festa.

Potevamo mai arrivare senza niente? Però

siccome il mangiare era poco,

ci mettemmo in quell’angolo per non farci vedere troppo.

Avevamo poco mangiare

ma alla festa andammo.

Lì morse la mamma e anche la mia cavallina,

gli avevo messo il mangiare nel sacco per farla stare con noi

e noi tutti in piedi

– mia sorella incinta.

Intanto gli altri arrostivano carne.

Perciò mio padre: “Che facciamo? Ci mettiamo dall’altra parte?”

Ci vergognavamo. La mamma morse e fu colpita anche mia sorella

e la cavallina mia, a fianco a me.

Spari e moltissimi.

Allora, me lo posso mai dimenticare?

Un altro dice: mio padre vide arrivare in ospedale dei feriti di Portella,

i bambini, vide arrivare i bambini.

 

E Giuseppe dice:

il vestito a lutto di mia madre, io tre anni, il pagliaccetto nero.

A sera controllava ogni cosa perché aveva paura:

gli angoli della casa erano oscuri luoghi di persecuzioni

da lì qualcuno poteva entrare e aggredirci

perché lei aveva visto

perché lei sapeva_______terrore_______sì.

Poi, le notti d’inverno la paura aumentava

quando il vento soffiava sulle imposte e le sbatteva.

Allora, me lo posso mai dimenticare?

 

E l’altra dice:

povera bestia povera bestia

come fuoco di drago colavano giù

scappavano le lingue di sangue dalla bocca schiumante.

Allora me lo posso mai dimenticare?

 

La luna rossa mi faceva paura- dice Giuseppe- ero bambino e

mio padre ucciso davanti alla Camera del lavoro.

 

E uno dice:

nel mentre si sentono gli spari

la giornata è piena di sole

tutta la storia brilla di luce

una vallata separa i paesi

– attorno –

vedi il cielo e il mare

la terra è piena di fiori.

Nel mentre si sentono gli spari.

T’immagini?

 

La valigia di mia madre in partenza per il processo di Viterbo

dice Giuseppe.

Le notti con il vento che sbatte le imposte

la terra con le sue meraviglie di maggio

in mezzo, l’eccidio.

Allora chi potrà cancellarlo?

 

Nel mentre si sentono gli spari.

Allora, me lo posso mai dimenticare? Dice un’altra.

 

Fece d’improvviso la valigia ma dal paese non era uscita mai.

E partì da sola

a Viterbo

poverina.

 

E io dico:

ci sono i nomi

li conosco tutti.

 

Tanti furono sparati a bruciapelo sotto al braccio come i maiali

e le sezioni del partito bruciavano

durò così per molto tempo

finchè ogni speranza fu rasa al suolo.

Allora chi potrà cancellarlo?

 

Li so io i nomi proibiti, i nomi dei morti ammazzati

i nomi del silenzio

innominati.

 

Nel mentre si sentono gli spari.

 

La mamma l’hanno ferita

la mamma non ha detto neanche una parola

solo- le è uscito il sangue dal naso e dalla bocca

ha messo così – sulla bocca- la mano, la mamma.

Io mi giro:

“Mamma che è ‘sto sangue?”

Mi alza gli occhi

cadono lacrime e non dice una parola.

Eravamo tutti pieni di sangue.

Allora me lo posso mai dimenticare?

 

La storia che racconterò, vi dico,

come ogni storia è fatta di un mondo di cose,

di volti, di nomi, di azioni e discorsi.

La storia che racconterò,

ascoltatemi,

è fatta anche di suoni e di rumori come

il frastuono delle armi e lo scalpiccìo dei cavalli.

Però

dovete sapere che

le parole alzano le pietre dello scandalo.

Per questo sono qui e canto.

 

No, non richiamerò per nome

a uno a uno i presenti a quel primo maggio a Portella della Ginestra

che il tempo mi scivolerebbe tra le dita per millenni

tante erano le genti e i muli

e i cavalli riuniti.

Invece

vi citerò i volti e le cose

dei feriti

dei morti

dei cavalli e dei muli.

 

Papà dice: “Che facciamo qui?”

La mamma già è morta.

“Papà papà hanno ucciso il cavallo!” _________E tutti gridammo

peggio di quando avevano ucciso la mamma.

Mio fratello ha messo le mani così- sulla faccia.

Il cavallo ferito

gli usciva il sangue dalla bocca

il cavallo si alzava per il dolore e schiumava la cavallina mia

e – dal collo

e – dagli occhi.

Che dolore.

 

I muli a centinaia per terra.

Gente gridava: “Sparano da lì e da lì, sparano contro di noi.”

Eravamo nella conca della valle dei tre paesi in festa,

sparavano dalle montagne intorno.

 

Un bersaglio facile:

i muli attaccati li hanno presi tutti.

In fondo, hai capito dov’erano attaccati?

Mettiamo che tu arrivi a Portella dalla parte di Piana, allora entri con il mulo e lo leghi verso la montagna che sta alla tua destra. Capito?

E tutti fecero così: i muli li attaccarono vicini l’uno all’altro.

Per questo, ti dico, hanno sparato di là, dalla montagna di fronte, quella che, entrando da Piana, sta alla tua sinistra e così per prima cosa hanno ucciso i muli che stavano proprio davanti a loro.

E invece dicono il contrario. Perché Giuliano e i suoi uomini stavano nascosti a sparare nella stessa montagna dei muli.

Possibile mai? Come facevano le pallottole? Avanti e indietro?

Insomma neanche questo si sa.

Non si mettono d’accordo. Non si riescono a mettere d’accordo.

Non sanno cosa dire. Allora chi ha sparato? Se Giuliano e i suoi uomini stavano alle spalle dei muli, come mai tutte le bestie sono morte?

Possibile mai?

Non si mettono d’accordo.

E il tempo passa.

 

Sentii il vento alzarsi dietro di me per il cavallo che si sollevava spalancando il muso

in un grido muto.

L’occhio suo non aveva pace.

“Cosa gridi?” Avrei voluto dire alla bestia

ma

nel frattempo

da dietro me giunse la voce di mio padre: “…la mamma…”

Diceva in un soffio_______________________________.

Allora me lo posso mai dimenticare?

 

Il suono secco delle mitragliatrici su di noi.

Di là, ti dico di là.

Niente, neanche su questo si mettono d’accordo. T’immagini?

Intanto il tempo passa.

Possibile mai?

 

Questo fu il fatto.

Ma che posto è questo?

Croce di paesi in festa che salgono con i muli per incontrarsi.

Una cosa bellissima questa. Allora uno magari aveva un parente a

  1. Giuseppe Jato e sapeva che per quel giorno ognuno se ne saliva a Portella, perciò proprio una bella festa.

Piange. La bambina piange.

Infatti i morti sono di tutti e tre i paesi.

Sento un lamento

un canto

la madre ferita sanguina lì accanto.

Muore e con la mano saluta la sua bambina.

Però intanto quella rimane sola.

Era finita la guerra. La vita sembrava ricominciare.Invece.

Urla un altro bambino nella cesta

ha fame

è solo.

 

Nel mentre si sentono gli spari.

 

Chiuso. Chiuso. Chiuso. Non si può scappare, troppa gente corre. Si accalcano, si schiacciano, ci schiacciamo a vicenda.

Corpi toccano corpi___________________sanguesanguesangue.

Che dolore.

 

Siamo forse dei prigionieri che ci sparano contro?

Uno cade e l’altro, il vicino lo afferra per il braccio, quello non si vuole sollevare e il primo se lo trascina a forza, devi, devi, non lo senti che sparano? Ma quello non si muove, si ostina a stare fermo, è alla festa: perché? Ci sparano? Sono botti della festa, lasciami in pace, sei pazzo

e l’altro: sono mitragliatrici, ho fatto la guerra, ancora ho il suono nelle orecchie.

 

_______________________________mi sento stretta, prigioniera.

 

La conca, la festa.

Donne e bambini, era finita la guerra.

E che guerra. Una fame.

E quando poi

e quando poi non passarono più in cielo gli aerei delle bombe

e quando poi

e quando poi anche i carriarmati non passarono più dalle nostre strade,

allora cominciammo a uscire dalle case.

Io il prima non me lo ricordavo. Solo buio e guerra avevo visto ma mamma e papà e zii e nonni tutti a ridere e scherzare e parlare e parlare, ora facciamo questo e questo e trovati due pomodori belli rossi maturi, di nuovo fuori a fare l’estratto, tanto ora nessuno se lo viene a rubare. Parse un miracolo e magari qualcuno si trovò pure avanzato un pezzo di cioccolato degli americani, quattro fichi da fare secchi per la notte di Natale. Perciò a me parse ogni giorno una festa e poi andavamo in campagna, papà e mamma si preparavano che era ancora notte.

“Andiamo, prendi il mulo.”

L’alba si alzava mentre la fila silenziosa usciva dal paese. Le donne con lo scialle in testa, gli uomini con la mantellina e la coppola a camminare, noi bambini mezzi addormentati sui muli.

Era una festa. Ce ne stavamo un giorno intero in mezzo alla campagna:

laterraèdeilavoratoribandiererossealventobandiererossepoi_________.

Poi.

Poi dissero che furono loro – i padroni delle terre abbandonate e da noi occupate- a armare la mano di Giuliano. Nessuno ci capisce niente. La verità non la dicono. Io però, anche se ero solo una bambina, me lo ricordo che hanno sparato di là, da quella montagna, anche perché la mamma era girata e anche la mia cavallina.

Io ho visto e mi ricordo.

Perciò mi devono spiegare dov’era Giuliano. Se lui e i suoi uomini erano a sparare dietro di noi come mai la gente fu ferita sul petto? E i muli chi li ha uccisi? Allora hanno sparato anche da lì? Allora chi ha sparato?

Il resto io non lo so e nessuno lo sa o forse qualcuno lo sa, magari, anzi per certo lo sa e sta zitto.

Me le devono spiegare queste cose.

Me le devono spiegare.

 

E invece non ci spiegano niente.

 

Eravamo con i muli.

Sangue!Sangue! Aiutoaiuto.

Smettetela, che fate? Vi siete sbagliati,

èfestaèfestaèfestaèfesta______________________.

Sangue schizza a fiumi

e la bambina corre disperata

corre e urla: il mio mulo! Il mio mulo!

Corre la bambina e perde pure la sua bambola.

Allora chi potrà mai cancellarlo?

 

Deserto poi

forze oscure mentre i carretti scendevano lenti per le strade bianche e ognuno si riportava a casa

un

…………

morto.

In silenzio.

Allora chi potrà mai cancellarlo?

Portella nell’abisso

angelo mio, che dolore.

Corpi spinti a terra nel baratro dell’inferno.

 

Silenzio, angelo mio.

 

Silenzio.

Chi potrà mai cancellarlo?

 

Cadde il vento

ci fu un momento

lo ricordo- in cui il silenzio fu perfetto

poi il rumore dei corpi trascinati – con fatica- sistemarli sui carretti.

I muli quasi tutti morti.

 

I muli quasi tutti morti

e questo è troppo

perciò i sopravvissuti si trascinano i carretti a forza di braccia

e ci vogliono quattro cinque persone per carretto

la strada è lunga per arrivare nei tre paesi

padri ricurvi portano i figli feriti sulla schiena

giù a piedi per la vallata

 

dove intanto c’è l’attesa

già qualcuno è sceso con la bocca spalancata urlante

ciammazzanociammazzanociammazzano_________________

aPortellaaPortella_________________ciammazzano_______.”

 

Nel mentre si sentono gli spari.

 

Angelo mio che dolore.

 

 

 

2.

Poi:

…una pozza brilla al sole

è un liquido rosso scuro e molto lucente, a poco a poco si asciuga.

Si asciugherà con il sole forte di maggio

la diresti viva

ti sta parlando tra polveri/ polveri schiacciate

tra i sassi ancora senza erba.

 

Poi:

arriva la commissione d’indagine

indagine un corno

tutto falso.

 

Poi:

tra i sassi ancora senza erba

perché è recente

anzi- è proprio di oggi

questo abbandonare di cose

oggetti di una scampagnata

pezzi di casa

di case povere di contadini.

Si sono portati appresso qualche pentola e qualche piatto

e ora

la campagna ne è piena.

La donna è vestita di scuro, lo scialle in testa ora è scomposto, mentre la bambina ha le treccine strette con i fiocchi bianchi.

I nastrini adesso sono per terra e anche una scarpa della donna,

si vede una scìa di sangue, i familiari debbono averla trascinata a fatica- magari il vecchio padre o il figlioletto – e hanno dimenticato una scarpa. Se ne accorgeranno più tardi a casa.

Ancora saranno urla e lamenti.

Poi_________________________________________________

saranno le bare e tutti dietro e ancora _____________________

non è possibile_______________ non è possibile____________

non è possibile_______________dimmi che non è vero.

Verranno le autorità, i signori della politica, abbracceranno,

si commuoveranno un poco infastiditi di quelle donne che scivolano mezzesvenute tra le loro braccia. Si allontaneranno con occhiali scuri a mascherare la noia dei sussurri appiccicosi- pietà, giustizia, verità, morti invendicati- degli sguardi supplichevoli, dei bambini senza padre, delle madri senza più figli che fastidio, che fastidio,

è stato troppo, è troppo, è troppo.

Un processo e subito. E che processo. Carte e carte, gabbie e gabbie, morti e morti ma di verità non se ne è vista proprio per niente.

 

Poi:

com’è scomposto quello lì, nella fuga alcuni corpi si sono ripiegati malamente mentre altri sono caduti all’indietro dritti dritti quasi si fossero addormentati di colpo. Non si sono accorti di venire uccisi? Chissà che male, invece, quando la pallottola o magari la raffica di mitra li ha colti tra un sorriso e uno scherzo tra un ciao a un amico e una bevuta di vino rosso,

quello buono della campagna del vicino.

Pietosamente il marito,

il figlio, il fratello coprono le gambe scoperte, bianche, lascive della donna, proprio lei che in vita era stata così pudica.

 

E il gesto è dolore

ed è dolcezza.

 

Le mosche, le vespe, i calabroni, i tafani dal dorso verde lucente adesso sono bestie pazze e inferocite dall’orribile gesto umano, dagli odori, dai miasmi che escono dai corpi ancora caldi, aperti, squarciati.

Ma è maggio, la campagna è piena di coccinelle, vagano queste da fiore a fiore, il manto rosso, le macchie nere.

 

Poi:

per via del caldo bisogna fare presto, è mezzogiorno e il sole picchia:

èilprimomaggioèilprimomaggioèilprimomaggiolafestadeilavoratori!

Perciò, bisogna fare presto:“I carretti!” Grida qualcuno.

“Andate a prendere i carretti!”.

 

Portella della Ginestra,

questa cosa innominabile

dove- infatti, non c’è più il luogo caro

e cadono stracci/ corpi morti/ sanguinolenti/ stecchiti

e la bambina

– c’è una bambina –

è sola

tant’è che il suo grido roco è vano

perciò corre a piedi nudi sulla terra,

dove deve andare? Qualcuno me lo dice per favore?

Goccia a goccia- pozza a pozza

salta/ da cui

pedate di piedi nudi e pozze rosse

scivola- e

ancora risale goccia di sudore e sangue

come straccio che galleggia sull’onda

lei va e viene

lei nuda- polverosa

a bocca aperta

goccia a goccia

mentre______________più in là parte il corteo dei carretti

______________dolente___________________________

che dolore_______ahi!

Ora sono tutti schiavi

schiavi e straccioni

la bambina si siede e guarda

non ha altro da fare

prima o poi qualcuno si accorgerà di lei, per questo aspetta.

 

Chi ha sparato ce l’ha fatta.

 

Poi:

straccioni inebetiti con la bocca aperta

suono impigliato nelle reti del dolore

le labbra sporche e rugose, secche di polvere.

Il corteo è lontano.La bambina è lontana. Scivolata __________

__________________________intrappolata nella sua schiavitù:

“Sangue!

Sangue rosso sangue.”

Grida

e poi aggiunge: “ Ho fame, qualcuno si occupa di me?”

Ma non c’è più nessuno.

 

La sua famiglia non c’è più.

Allora, me lo posso mai dimenticare?

 

Ed è finita.

 

Poi:

il corteo degli straccioni si allontana:

la polvere deve coprire ogni cosa, dice la commissione

di non-inchiesta.

Perciò poi mia madre andò a Viterbo

al processo, a testimoniare .

Nessuno l’ascoltò- dice Giuseppe.

 

Io ti vedo, terra mia

ben rasa al suolo:

le tue montagne e le tue vallate

sono attraversate da un grande silenzio

e noi siamo ancora qui a testa china:

Signorsìsignorsìsignorsìsignorsìsignorsì___________________.

 

Poi:

a Viterbo le poltrone dei giudici sono piene di polvere

che poi in quel processo, con tanta pubblicità,

cose veramente bene organizzate e moderne, c’era di tutto

e tutto si sarebbe potuto leggere.

C’erano banditi e legioni, c’erano le madri,

c’erano i corpi delle vittime con le schegge dentro,

c’erano le lunghe liste di armi.

A volere cercare

c’è proprio tutto nelle carte del processo di Viterbo:

“Sì, vi daremo i colpevoli, sì, ci sarà giustizia_________!”

– Io so! Grida Pisciotta e muore.

– Vi dirò, scrive Giuliano e muore.

– Noi sappiamo e scompaiono. Quanti e quanti.

A cercare, a volere sapere la verità.

“In fondo che male c’è? Qui sembra una follia volere sapere la verità, la propria verità, non i fatti degli altri, no, i fatti miei, fatti terribili e crudeli successi proprio a me, alla mia famiglia.”

Saranno più tardi i figli a cercarla questa maledetta verità.

Cinquant’anni di pazienza.

Che pazienza delle volte ci vuole.

 

Allora.

 

Allora

uomini solitari studieranno l’inverosimile, l’incredibile

il nonèpossibilemadevonoessereandaticosìifatti.

 

Qualcuno andrà a rovistare tra archivi lontani, tra le carte, in lunghi corridoi di un tunnel blindato lontano da casa. Frugherà, cercando di contenere la propria impazienza per trovare i fascicoli con scritte che fanno sobbalzare il cuore:

sbarco in Sicilia,

uomini da contattare,

lotte contadine,

spie,

politici_________tutto si chiarisce:

nonèpossibilemadevonoessereandaticosìifatti_______________

maalloraèandataveramentecomepensavamo________________

dice qualcuno e urla.

E l’eco si diffonde per le montagne maledette.

“Allora non eravamo pazzi. “

“Allora abbiamo _____________________________________.”

“Allora!”

“Allora_____________________________________________.”

“Sono passati cinquant’anni, di cosa t’impicci?”

 

La verità non ha tempo se il tempo si è fermato.

 

Nessuno ha mai pronunciato la parola: belve.

Tutti però hanno nominato la parola: silenzio

 

A Viterbo le carte del processo sono rinchiuse in una specie di magazzino.

 

…. mi hanno colpito nel piede.

 

A Viterbo le carte non sono mai state aperte e sono piene di polvere.

 

Sono spari non è augurio.

Ho fatto la guerra

… cadere camicia bianca e uscire del sangue… io ero lì a due passi e cado.

 

A Viterbo ci fu una mezza verità.

 

Poi:

… una bambina con una mano che sanguinava/ tutt’assieme sentiamo gli spari/ cercavo di trovare mio padre/ il cavallo si alzava/ poi il dolore/ la prima raffica sui muli attaccati/ la seconda sui bambini/ i miei cugini di sei, di cinque, di otto anni/ la prima raffica sui muli attaccati/ la seconda sui bambini_____________________________________
___________________dalle montagne_______________

vedi in cima quel banco di pietre?

La commissione di non-inchiesta:

passavano, camminavano, prendevano appunti

si dolevano.

Le loro bugie coprirono ogni cosa.

 

Portella è una radura, un pianoro che unisce la gente dei paesi

un luogo di festa

la campagna fiorita

ci pensi a questo?

Che posto, che bel posto diceva la gente.

 

Zolle di terra il nostro sangue

rotti

spezzati i corpi

ma il corpo è un tempio

_________ uccisi tutti i ribelli_____________.

 

Adesso

silenzio ed è finita

ma chi ha permesso?

 

Angelo mio che dolore.

 

 

3.

GiovanniVitoVincenzaGiovanni- un altro Giovanni,

questo di diciott’anni- poi Giuseppe

e

FrancescoCastrenzeGiorgioMargheritaSerafino

di undici anni

e__________ancora

ancora Filippo/ uccisi/ ho detto: uccisi.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei , sette, otto, nove, dieci, undici.

Undici.

Dico, undici uccisi.

Undici.

 

No, non pioggia a inzuppare la terra. Lacrime.Dico, lacrime.

Quelli della banda di Giuliano giravano per i paesi con i fogli di carta da distribuire. Scivolavano dalle loro tasche. E______________________ahi! Che ne sapevamo/ Niente ne sapevamo, perciò:

piglia! Piglia! Bambini correvano-piglia! Piglia! – un gioco.

Niente ne sapevo, perciò li portai a casa.

Un gioco. Lacrime. Dico, lacrime.

Mia madre però li usò per accendere il fuoco.

Perché non sapeva leggere. La gente invece li conservava nelle tasche.

Questo prima.

 

Giorgio e Giorgio e Antonino e Salvatore e Francesco, Damiano e

Salvatore, Giuseppe, Eleonora , Alfonso

e

Salvatore e Giuseppe e Pietro e Provvidenza e Cristina e Marco e Maria

e

Salvatore

e

Maria, Ettore, Vincenza, Giuseppina, Gaspare, Antonia, Castrenze, Francesca

e

Gaetano ___________________________________________feriti.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette.

Ventisette.

Ventisette feriti.

Dico,ventisette.

Undici e ventisette fa trentotto.

No, non pioggia a inzuppare la terra. Lacrime. Dico, lacrime.

 

Mettiamo che

Giovanni lo chiamavano Nanni e Vito rimaneva Vito eVincenza era Enza o Enzina o forse Enzuccia e l’altro Giovanni, Gianni

e

a Francesco gli dicevano Franco, Castrenze e Giorgio non lo so, ma Margherita era Rituccia e Serafino, Fino e Filippo, Pippo

e

Giorgio, Giorgio e Antonino, Ninuzzo e Salvatore, Turiddu

e

Francesco e Damiano__________ e Salvatore, Totò e Giuseppe,

Pé e la madre gli gridava : Ah, Pè! E_______ Eleonora era Nora

e

Salvatore era Salvo e Alfonso, Fofò e Giuseppe, Beppuccio e Pietro e Provvidenza e Cristina e Marco e Maria e Salvatore e Maria e Ettore e Vincenza era Vicè e Giuseppina era Pinuccia e Gaspare era Aspano e Antonia era Tonia e Castrenze e Francesca

e

Gaetano era Tanino.

 

Sempre fanno trentotto.

 

Perciò le carte con i proclami di Giuliano giravano paese paese.

Questo prima.

Prima, il giorno prima di salirsene lì a Portella per la festa.

In paese tutti a parlare perché domani non si scende in campagna.

Domani con le famiglie tutti a Portella.

E la piazza è piena, uno dice a un altro indicando le coppole:

“Vanno a Portella, ma lo sanno che lì debbono buttare le caramelle?”

Le caramelle. Dice.

E lui come lo sa?

 

Il sussurro riempie la piazza e la gente alza lo sguardo verso il cielo nero pieno di stelle,

appena ieri passavano gli aerei con le caramelle

su Palermo

il cielo illuminato a giorno, a volte alcuni avevano l’impressione di sentire le grida, i lamenti soffocati, perfino il rumore sordo delle case di città che cadevano una accanto all’altra

nella polvere

tuttivedevanoilcieloilluminatoagiorno____________________

agiornoagiorno______________________________________.

Ora guardano lassù e non si fanno convinti.

Che caramelle? E poi perché? Non lo sanno che la guerra è finita?

Domani a Portella, domani è la festa.

 

Dorme la terra, dormono i bruchi, dormono le talpe, dormono le lepri, dormono i fiori e le coccinelle. E l’erbetta e le verdure selvatiche si aprono all’umido della notte, bevono il fresco della terra. Dorme la terra, dormono i gatti, dormono i canuzzi e i muli attaccati con l’anello ai muri, dormono i bambini nelle case.

Pure Serafino dorme la sua ultima notte, nel suo lettuccio con il materasso fatto di paglia che scrìcchiola come i fogli di Giuliano nelle tasche di suo padre. Già si sente a Portella Serafino, si gira e si rigira anche se ora deve dormire. Domani la strada è lunga e sua madre lo chiamerà presto come quando si va per vedemmia e lui e i suoi fratelli li mettono di traverso sul mulo e tutti:

Salutiamo! Salutiamo!

Oggi è festa.

Dorme Serafino

_________________domani____________lacrime.

Dico, lacrime, angelo mio, dico lacrime.

Che dolore.

 

Megna, Allotta _____________ La Fata

GrifòDiMaggioVicariIntravaiaCusenzaClesceriLascariDiSalvo vengono raggiunti da frammenti. Questi grossi frammenti.

Un fischio. Ci fu un fischio come di un grosso petardo.

Vengono raggiunti da frammenti/ bomba aerea simulata.

________________________uccisi/ ho detto uccisi.

Dico, undici.

Ventisette.

Ventisette feriti.

Dico, ventisette.

Undici e ventisette.

Fa trentotto.

Vengono raggiunti dai grossi frammenti di un bomba.

Insomma una caramella.

Com’è che è finita lì a Portella questa bomba?

 

Nanni,Vito, Enzina,Gianni, Franco, Castrenze, Giorgio, Rituccia, Fino,Pippo, Giorgio, Ninuzzo, Turiddu, Francesco, Damiano, Totò, Pé, Nora, Salvo, Fofò, Beppuccio, Pietro, Provvidenza, Cristina, Marco, Maria, Salvatore, Maria, Ettore, Vicè, Pinuccia, Aspano,Tonia, Castrenze, Francesca e_______________________________________________________________________________ Tanino.

Undici e ventisette fanno sempre trentotto.

Vengono raggiunti da questi grossi frammenti.

 

Giuliano!Giuliano! Giuliano! Giuliano! Sempre a parlare di Turiddu Giuliano se ne stavano! Prima non ci veniva nessuno su queste montagne

e quando vedevi uno di fuori che non era di Piana o di S.Giuseppe già era forestiero.

Ora principi e politici, poliziotti e duchi, spie, giornalisti

e andavano da Turiddu perciò

un sogno

e tutti volevano entrare nella banda.

Poi, lui, un giorno se ne scese a Montelepre con una fibbia d’oro con il nome inciso. E tutti, tutti parlavano della fibbia d’oro di Turiddu.

Turiddu si era fatto re con quella fibbia d’oro e fotografie sui giornali, il re di Montelepre. Amicizie, lettere, incarichi e__________________riscatto! Finalmente_____basta fame, basta fame, basta fame mentre la fibbia d’oro brillava.

D’oro, dico d’oro.

Sparare, non gli chiedevano altro i suoi padroni.

Spara Turiddu spara che diventi re.

Spara Turiddu che diventi re.

Spara.

Spara.

Spara.

Lacrime. Dico, lacrime. D’oro. Dico, d’oro.

 

Angelo mio che dolore.

 

L’ora del riscatto! Gridavano i fogli di Giuliano, scivolati per le strade, calpestati dai muli, raccolti dai bambini- piglia! Piglia!

L’ora del riscatto, il foglio lo prendo, lo metto in tasca

più tardi me lo porto in paese e qualcuno me lo legge.

Mentre sono in campagna, lo sento il foglio in tasca e lo tocco con la mano poi lo tiro fuori al sole e una goccia di sudore cade lì sopra

c’è un disegno.

 

Lo rimetto in tasca

e fa rumore.

Un rumore secco ogni volta che mi piego per trebbiare.

Fa rumore

in piazza me lo porto.

Più tardi in piazza al barbiere lo porto e lui________________.

Tutti attorno a lui.

Se ne sono tornati dalla campagna.

Tutti attorno a lui

lo stesso pensiero hanno nella testa e il foglio che scrìcchiola nella tasca

perché di leggere non sanno leggere

e manco Giuliano che pure lui non è andato a scuola

qualcuno gli ha insegnato

ora in montagna__________dicono_________________

dicono tante cose/ dicono

dicono dicono dicono che lui

che lui e i suoi compari_____________________

voci

tutto il giorno voci

americani, macchine e mafiosi e principi e politici

dicono dicono tante cose.

 

Prima non ce n’era confusione e chi c’era/ c’era

tutti questi forestieri

è Giuliano il miele per le api?

 

Prima

ma undici e ventisette sempre trentotto fa.

Perciò_________________ perché io di leggere non so leggere

ma il foglio lo porto al barbiere

in piazza

e lui me lo legge.

 

Il barbiere .

Il foglio.

 

Undici e ventisette sempre trentotto fa.

Ma questo è prima

prima

………………………….

Finì.

……………………….

Ti vedo terra mia

di nuovo schiava……………….

No, non pioggia a inzuppare la terra.

Lacrime. Dico,lacrime. D’oro. Dico, d’oro.

Vennero con i fogli di carta.

Prima. A farci convinti e poi spararono.

Vennero per farci convinti e poi spararono.

Ma chi? Ma chi? Terra mia, chi ha sparato?

Ci fu: lastragediPortelladelleGinestreprimomaggio_________

millenovecentoquarantasette______________.

I contadini con le famiglie in festa, qualcuno spara. Dicono la banda

di Giuliano______________dicono.

E poi

e poi

e poi

e poi.

per noi un dolore senza confini.

E tutti muti.

 

No, non pioggia a inzuppare la terra.

Lacrime. Dico, lacrime. D’oro. Dico, d’oro.

 

Angelo mio che dolore.

 

4.

Però, ascolta angelo mio

adesso l’occhio non è più cieco

perchè

donne, uomini, chi c’era quel giorno,

adesso – nei circoli dei villaggi-

sospiri e palpiti di parole riprendono un discorso

di cui tutti avevano paura

scoprono di avere tutti pensato la stessa cosa:

il giorno di sangue non conosce il tempo

è lì immobile

a volte sembra impossibile che sia accaduto

tanto l’ingiustizia è fuori dalla realtà.

Il giorno di sangue non è lontano

non conosce il tempo

il giorno di sangue è lì immobile per l’eternità.

Ricordare è una certezza

non un obbligo,

così i fatti.

 

Così i fatti____________a poco a poco______________.

a poco a poco hanno formato un drappo cucito e ricucito

– (una mano violenta cerca di strapparlo)-

ma/ lievi fiati/ cadenze di sospiri/ azioni sospese nel nulla/ piccole parole lanciate lì

– questi sono i sussurri che ci sono concessi –

dunque, sospiri e battiti indomabili

si compongono con ostinazione tra le piccole sedie di vimini

di fronte alle case

_______________________ma chi ha permesso?

Indomabili desideri di verità.

_______________________ma chi ha permesso?

Escono dal cuore rigurgiti di parole

______________ma chi ha permesso?

Fiati ristretti e prigionieri trovano d’improvviso la via

_____________________ma chi ha permesso?

Lo sbocco, la lava incandescente

____________________ma chi ha permesso?

Allora,

insieme attraverseremo il ghiaccio:

il silenzio è la montagna che incastra le nostre vite

e di nuovo

ancora una volta

ci ha resi schiavi____________________

perché si soffre nella carne

e di silenzio si muore.

____________________ma chi ha permesso?

Chi?

 

Mi ascolterai?

Appaio impotente, povera terra mia

mentre il balbettìo delle mezzeverità ci ha sommersi

nomi gettati a caso

prove mancanti e confuse

Alza la testa, povera terra mia

e parla della verità che brucia.

E tu angelo mio, sostienici perché grande sarà la fatica

per trovare in noi stessi il coraggio di parlare.

 

Una sparatoria interruppe il corso delle cose

le rivoltò, le cambiò

– il cielo ci cadde sulla testa.

Chi l’ha permesso?

Chi ha mandato quelli a “fare uno sporco lavoro”?

Chi sono quelli che_______________________non posso immaginare come sono fatte le loro anime e i loro corpi e i loro sospiri e i loro pensieri d’amore.

Che dolore.

Raccontami, angelo mio, di un uomo a cui si ordina di sparare sulla folla inerme. Raccontami, angelo mio, dell’oscurità della sua anima, raccontami angelo mio. Ho bisogno di sapere.

Ascoltami, angelo mio, parlami dell’anima di chi, seduto in poltrona nel salotto di casa propria, ha detto a un altro uomo: “Organizza, vai e spara.”

E quello forse ha detto:

“Ma è la festa ci sono bambini e donne________.”

L’altro si è mostrato infastidito da tanta reticenza:

“Ho detto.”

Dice, alzandosi a metà dalla poltrona e fissando quello negli occhi:

“Ho detto vai e spara, lo vuoi ‘sto passaporto americano?”

“Vostra eccellenza sarà servita.

In un piatto d’argento e danzando ti offriremo le teste dei bambini e le condiremo con il sangue dei loro padri e con le lacrime – le urla, pure- delle loro madri.”

“Vai, ti ho detto, lo vuoi ‘sto passaporto americano?”

 

E’ il primo maggio. L’alba. In montagna è ancora buio, degli uomini si mettono in marcia mentre un lieve chiarore nasce dal mare lì in fondo. Prima però questi uomini, in silenzio, seduti su delle rocce o su piccoli sgabelli di ferla annodata, hanno mangiato un poco di pane e pecorino, bevuto un mezzo bicchiere di vino poi, fucile o mitraglietta in spalla, si sono alzati tranquilli, hanno scelto sentieri marciando uno dietro all’altro.

 

Non una parola. Si sono accomodati lì in cima, di là e di là e dopo un poco si sono appisolati.

Infatti passeranno delle ore prima di vedere arrivare i carretti in festa.

Forse, angelo mio, li ha svegliati il sole già alto, forse le grida di gioia dei bambini, comunque sia andata, si sono alzati in piedi tenendosi però ben nascosti tra le rocce: lì sotto hanno visto i bambini, le donne, la gente tutta, molti sicuramente li conoscevano, avevano scambiato qualche parola con loro nelle strade dei paesi o forse no, molti di quelli che sparano forse sono stranieri, gente portata lì apposta per la festa di sangue. Comunque sia, hanno visto la campagna pazza di primavera, hanno ascoltato grida di richiamo, hanno visto famiglie intere salire con i carretti, a dorso di mulo i più anziani, mentre gli altri li seguivano a piedi, saltando di gioia i bambini.

 

Chi ha visto e cosa hanno visto,

in quale buio sono precipitati questi uomini nascosti tra le rocce per imbracciare il fucile

i mitra

le mitragliette? Chi ha sradicato da loro le anime?

Chi ha permesso?

Chi ha imbracciato lentamente il fucile, lo ha alzato e lo ha puntato esattamente lì in mezzo?

____________________ma chi ha permesso?

Sì proprio lì, punta lì su quel mucchio di gente.

Quanti occhi in un mucchio di gente____________

in un mazzo di sorrisi

in un grappolo umano ______quante storie______.

Angelo mio ognuno ha un nome.

La distanza è poca

chi pigli/ pigli

spara a caso lì in mezzo

spara ai senza nome

spara per dare una lezione

spara senza ascoltare

quel grido di stupore______________perché?

Griderà una, ne puoi stare certo.

E il suo grido/ canto solitario squarcerà l’aria

scuoterà la terra

oscurerà il cielo

angeli suoneranno le trombe dell’apocalisse

______________ perché?

______________ma chi ha permesso?

 

Angelo mio ognuno ha un nome.

 

Alza il fucile

poggialo sulla spalla

sentitelo comodo

con questo caldo poi

la mitraglietta è pesante? Aspetta ti aiuto.

Te la senti comoda adesso?

Prendi per bene la mira

– ti hanno detto, non devi sbagliare un solo colpo-

______________ma chi ha permesso?

Perciò hai sparato.

 

Angelo mio ognuno ha un nome.

 

Poi tranquillamente hai riposto il fucile e te ne sei andato.

Forse ti sei acceso una sigaretta.

 

Lentamente, con i gesti consueti dei lavoratori che hanno terminato la propria giornata di fatica, gli uomini/ assassini si sono messi in fila e sono scesi dalla montagna tenendo bene in mente il consiglio di ripararsi tra le rocce.

Il lavoro era stato ben fatto.

Dietro loro l’inferno.

 

Angelo mio che dolore.

 

5.

Alla fine della giornata, con il tramonto non rimase più nessuno.

Per terra un tappeto di bossoli e sangue.

 

Questa è la storia di Portella della Ginestra.

Un fiore, la ginestra.

Un fiore giallo molto profumato.

Sicilia occidentale, 1° maggio 1947

Angelo mio che dolore.

 

 

Levanzo- Saorge –Palermo 2004

 

Grazie a

Jean-Jacques Boin direttore de la Résidence d’écrivains del Monastero di Saorge in Francia la cui ospitalità mi ha permesso di scrivere.

Olivier Apert per quello che mi ha insegnato.

Vincenzo Palermo che mi ha condotto per le case dei martiri di Portella.

Fatima Del Castillo, Enzo Guarrasi, Manuel Giliberti, Gianguido Palumbo, Antonio Riolo per i preziosi consigli di scrittura e elaborazione del testo.

 

Per Tullio e Lia_______per il loro futuro

 

 

 

 

 

Annunci

Pubblicato da

Beatricemonroy

Sono palermitana, ho vissuto in tante città, in Italia, in Francia, negli Stati Uniti, ora sto a Palermo. Mi occupo di letteratura, scrittura e narrazione. Ho un luogo minuscolo in cui raccolgo storie e conduco laboratori di scrittura e narrazione nell'antico mercato del Capo a Palermo: acCapodellestorie, via Porta Carini,70 La letteratura : - raccontare i grandi romanzi, i racconti del mito trasmettendo alla gente il piacere dei libri e delle grandi storie di cui siamo intessuti La scrittura: laboratori di scrittura e narrazione. Insegno drammaturgia alla scuola delle Arti e dei mestieri del Teatro Stabile di Palermo, diretta da Emma Dante Ho condotto laboratori di scrittura con le donne maltrattate del Centro Antiviolenza dell’Onde di Palermo. Ho collaborato con Emergency per fare narrare ai ragazzi (di Lampedusa ) i loro complicati percorsi di sopravvivenza Scrivo le mie storie, ultimi in ordine di apparizione : Per Avagliano editore, Dido, operetta pop (2015) e Oltre il vasto Oceano, candidato al Premio Strega (2014) Per la meridiana edizioni ,Niente ci fu e Ragazzo di razza incerta - ho collaborato con RaiRadio3, ultimo lavoro,Vite che non sono la tua, novembre 2014 per il teatro, ho scritto per il regista Walter Manfré tra cui "Omaggio ai corpi incorrotti delle beate", e "La Confessione-Una suora", e per il regista Gigi Borruso Sono stata per tanto tempo un'operatrice culturale e se posso lo sono ancora A Palermo ho fondato e diretto prima il centro Atelier e poi Libr'aria E ho inventato l'evento La notte dei mille racconti a cui sono particolarmente legata per lo straordinario impatto che ha avuto sulla città Ho due figli gemelli, al centro del mio cuore. Pratico Yoga da tutta la vita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...