Kaddish per un’amica il giorno del suo compleanno

imgresCara

Cara.

Poi non mi viene in mente altro.

Per giorni e giorni

Poi ruzzare e giocare e allora sorrido e so che ci sei.

Questi sono i primi appunti.

Poi silenzio per giorni e giorni.

 

La prima scena è quella del cuore.

Disegni un cuore per i bambini di scuola. Disegni con la matita, ti piace.

Per Gabriella preparerai un grande foglio animato, ci metterai di tutto, tutti i tuoi pensieri, la tua gioia.

Più avanti avrai un quaderno che ogni tanto mi farai vedere. Non ancora però.

Adesso è ancora il tempo della discrezione. Del fare finta di niente.

Anche se già sai cosa significa perdere.

 

1

Anni.

Anni persi per un capriccio. Per un’ostinazione.

E qui cominciano i miei appunti. Ricordi fatti di stracci da ricucire.

Anni in cui io non potevo e non sapevo mediare.

Ogni tanto ti racconto di quel vuoto in cui tu non c’eri e neanche io c’ero.

Anche tu mi racconti perché allora anche tu non sapevi e non potevi mediare.

Avevi fatto delle scelte mentre io, da un’altra parte, andavo alla deriva.

Un’onda gigantesca mi aveva scavalcato e ora io mi trovavo sotto di essa.

Galleggiavo.

Ce li sussurriamo con avidità reciproca quegli anni che ci siamo perse.

Questo è al centro, perché non abbiamo mai dimenticato.

Ci siamo ritornate spesso anche in quell’ultima conversazione, io su un treno, tu a letto.

È rimasto un segreto da condividere solo tra noi due, quell’arrogante stupidità che ci aveva preso.

Ce la siamo raccontata in ogni particolare, fermandoci a riflettere punto dopo punto.

Ostinate e precise, tutte e due.

Cosa significa perdere.

Ormai, poi, lo sapevamo entrambe.

 

2

Prima ci sono solo delle scene lievi.

Come sempre c’è la strada.

Prima.

Dopo.

Allora c’è uno di quei mattini in cui mi precipitavo quasi all’alba nella mia piccola libreria per far di conto. Dei conti che non tornavano mai. I figli, la scuola, malattie, affetti lacerati. Anni in cui celavo tutto dentro di me, nessuno ad ascoltarmi e io nessuna voglia di raccontare. Silenziosa percorrevo le vie della città.

E’ lì in quel silenzio che mi gorgogliava dentro, ti ho trovato.

Amica. Non è forse questa cosa, amicizia? Camminare l’una accanto all’altra in silenzio, sapendo e ascoltando il muto parlare dell’altra?

Perché poi attorno a noi c’è sempre stata, Lei, la Signora, la Città infame che tutto divora.

La Città che non ti ascolta, che ti passa accanto con fredda indifferenza.

Allora dunque c’è uno di quei mattini pieni di angoscia e io corro giù per la via e ti trovo all’angolo della strada.

Un mattino e poi ancora un altro e un altro ancora. Angolo via Villafranca, via Siracusa.

Dieci anni fa.

Dietro a te c’è Enzo, ma allora questi due stanno insieme, mi dico. Sorrido ma sto zitta. Facciamo due chiacchiere. Non chiedo, stai con lui? Perché di già, tra noi è il silenzio il luogo della comprensione. Un silenzio benigno. Un messaggio che passa. Tutto qui.

Di questo avevo bisogno non di parole. Allora.

Ridevi e guardavi di sottecchi. Spiavo il tuo sguardo.

Era evidente, eravamo simili, anche tu conoscevi i pensieri celati, anche tu avevi storie da non dire, era evidente.

Capii che anche tu avevi un muro a difesa dal mondo.

Non lasciavi nessuno avvicinarsi al nocciolo duro del tuo dolore. Tranne il tuo amore che era li, adesso, accanto a te, all’angolo tra via Villafranca e via Siracusa .

Di te mi potevo fidare e mi fidai. Imparai a guardare di sottecchi così come facevi tu.

Imparai a imitarti, a correre dietro al tuo linguaggio.

Perché quello che facevi mi sembrava perfetto, eri l’amica da imitare.

Eri e questo mi bastava.

 

2

Allora in quei pomeriggi in libreria, sembrava ancora possibile farcela, non venire abbattuti.

Uso apposta una parola dura, abbattuti come bestie che non servono più e le si allontana dalla vita civile, dal conforto, dalla condivisione.

Hic sunt leones.

Ragazze, giovani donne, adulte, abbiamo camminato sempre a saltelloni, in equilibro perfetto, sul filo stretto di una parola: utopia.

E’ questa piccola parola ad avere riscaldato i nostri cuori, quel cuore disegnato da te a matita. E’ questa piccola parola che ci ha fatto credere sempre e sempre di potercela fare. A fare cosa? A cambiare il mondo.

Io e te, nient’altro che due di quelle ragazze che hanno continuato a camminare sul filo.

Sotto a spiarci beffardi, gli altri, i concreti, i calati per bene nella realtà a guardare sprezzanti le nostre vite. Il nostro agitarci, il nostro correre di qui e di là.

Noi poverini allora credevamo e giocavamo.

Ai tempi della piccola libreria non era certo la prima volta che camminavamo in equilibrio su quel filo. E questo, senza dircelo, si capiva sia in me che in te e negli altri che passavano continuamente in quel buco.

Cuccioli eravamo, cresciuti nella sicurezza di avere in noi il potere di cambiare il mondo.

Ce ne è voluta di pazienza per riuscire a rinchiuderci nelle nostre case, mettere ai nostri piedi le pantofole, trasformarci in vecchi ringhiosi che si scannano a vicenda.

Ce ne è voluta di pazienza ma alla fine ce l’hanno fatta.

Perché loro, i vincenti, sono forti e ben organizzati.

Su questo punto tu sei sempre stata lucida, te ne intendevi, lavoravi nel sottile. Eri venuta fuori da quel mondo e lo conoscevi bene.

Quanta fatica hai fatto. Cara. In quali silenzi e solitudini ti sei calata.

Arrivavi di pomeriggio, a volte accompagnata da personaggi bizzarri, stupidi o meravigliosi, sempre nuovi, gente che trascinavi da noi, per cosa se non per farci coraggio, pensare ancora di farcela. Allora, infatti, ancora pensavamo che metterci insieme, discutere, parlare potesse avere un senso. Potesse cambiare e allontanare da noi la paura di affogare in quel pantano che ci stavano preparando.

 

Nelle lunghe giornate isolane, i nostri aguzzini apparecchiano il cervello di un uomo.

Sta lì il prigioniero.

Dopo avergli staccato la calotta, si deve, con calma, con estrema calma, cominciare a mangiarne il succulento cervello.

Mi sono trovata a nascere e a vivere nel campo di sterminio numero xxxl cioè molto extralarge, infatti ci si sta estremamente comodi qui dentro.

Sole e mare. Vita facile, tempi lenti, rallentati.

Intorno Loro, il loro potere, silenzioso, oscuro, inconfondibile, pesa e cola sulle nostre vite più di colla appiccicosa, di miele e melassa a cui si appiccicano orridi insetti.

 

Ci sentivamo potenti e immortali. Progettavamo, mettevamo su carta e le idee diventavano progetto.

I sogni erano la loro immediata realizzazione.

Eravamo.

Così, sedute al tavolo, in un pomeriggio come un altro, parlai a Claudia di un romanzo e di cos’altro avremmo dovuto discutere? Nel romanzo, La sposa liberata di Yehoshua, israeliani e palestinesi, di notte, avvicinano le loro anime lacerate dalla guerra, riunendosi sulle terre di confine per raccontarsi storie.

Eravamo noi forse in una terra di confine? Eravamo forse noi in guerra? Eravamo noi lì a farci rubare perfino le storie?

Perché nel frattempo erano scoppiate le bombe, perché nel frattempo eravamo scese per le vie, perché nel frattempo avevamo serigrafato lenzuoli con i volti e le frasi dei nostri martiri.

Perché nel frattempo era chiaro, anche se ancora non ce lo dicevamo, che non solo niente era cambiato ma anzi che loro avevano vinto.

Eppure la speranza, la sicurezza era in noi perché rimanevano le parole e le storie.

Storie che conducono e che insegnano.

Storie.

Bisognava raccontare.

Bisognava trascinarsi nel cuore delle calde notti della Città infame, oltre i confini della violenza, dell’arroganza, del potere per raggiungere il genius loci, quel luogo massacrato e clandestino della Città infame dove era ancora possibile intingere il cuore nello zucchero, là dove ancora ruzzano e giocano gli angeli.

Ci trovasti perciò intente a organizzare quella follia, La notte dei mille racconti e venne fuori che tu e Santina facevate le carte.

Ridevi, proviamo, dai. Proviamo!

Ridevamo. Un gioco che faceva girare la ruota del mondo.

Furono estati folli, piene di gioia.

La libreria divenne un luogo di raccolta.

Chi entrava, chi usciva, chi portava nuove idee e storie da raccontare perché ne dovevamo mettere insieme una tale quantità da far sì che la gente, e furono migliaia, dal tramonto all’alba, come diceva la scritta sotto il logo della grande fiera, non ci lasciasse.

Tu eri a casa, di casa, entravi, uscivi, ti muovevi negli spazi dove sapevi non solo di essere accettata ma di esserne parte. Poi c’erano Enzo e Santina, Antonio e Yussif e il brindisi per l’ammissione di tuo figlio Paolo in accademia a Genova.

Quei figli che intanto crescevamo. Di cui discutevamo sedute al tavolo, una foto, un figlio.

Fare piccoli passi, l’una verso l’altra.

Dire due parole che si accavallano a quelle dell’altra. Scoprire affinità, sentimenti celati, mai detti, per paura, per vergogna, perché ci si è sentite isolate in quella condizione di donne sole con i figli.

Le prime fidanzate, motorini, la figlia femmina.

Parole e storie.

Trame intessute di silenzi. Momenti di ascolto, confrontarsi, sapere come l’altra risolve un problema, dare un consiglio e riceverne uno.

Momenti rubati, sussurrati.

Parole e storie che poi combinavi seduta al tavolino in un angolo, tra gli altri tavolini in quella folle piazza di storie pazze libere e felici che Gigi, con il suo tocco magico, aveva predisposto.

Dove la gente si accomodava, prima con sguardo timido per poi invece, sentendosi a proprio agio, muoversi da un tavolo all’altro, qui cosa si racconta?

Bambini, adulti, gente di ogni tipo con il sorriso di felicità.

Tu intanto, in un angolo, mischiavi un vecchio mazzo di tarocchi, ne componevi la magica croce davanti a chi con il cuore in gola, anche se poi diceva di non crederci affatto, aspettava il tuo consulto.

Una vecchia latta per offriti l’obolo, presto si riempì di monete. Ti alzavi, ti eri messa una fascia in testa da maga, ridevi, sono la più ricca!

Mi prenotai a tarda notte.

Anno dopo anno, eri così stanca che non se ne fece mai niente.

Non mi hai mai fatto le carte, chissà cosa avrebbero visto.

Ma di me vedevi già abbastanza.

Giocavamo e la ruota del mondo pareva girare a nostro favore, non sapevamo che fuori dallo spazio magico che ci eravamo create, le cose andavano diversamente.

Non sapevamo che dentro il tuo corpo alcune cellule non erano affatto disponibili a propiziare ancora la terra, la luce e il sole.

Non sapevamo che lì, dentro il tuo corpo, qualcosa camminava in altra direzione.

Noi i ciechi, niente vedevamo.

Perché poi più avanti, tu mi dicesti, secondo me cammina lì dentro da un decennio, perché ne parlavi come di un essere con cui ancora si poteva discutere e forse arrivare a dei patti.

Questo prima della passeggiata in via Libertà perché invece allora già sapevi cosa significa perdere.

 

3

Avremmo dovuto capire.

Aerei abbattevano New York mentre mia figlia si tingeva i capelli d’azzurro e il signor Piero si sedeva come sempre davanti alla libreria, non è male questa guerra lì in fondo, l’unico canale aperto per le armi e la droga rimaniamo noi.

Vendevamo libri mentre il signor Piero osservava il mondo.

Venne quello, ho un fratello carcerato. Mi consigliarono di fare finta di non capire. Non eravamo noi imbattibili?

Era tutta come noi la Città?

Già allora avevamo perso.

Eravamo ciechi.

Quanta gente veniva andava, sorrisi, chiacchiere, progetti.

Andavi e venivi, frequentavi il laboratorio di scrittura. Scrivevi, lasciavi i racconti a metà.

C’era quel nocciolo duro che t’impediva di andare oltre. Storie contorte, storie.

Ritornò quello del fratello carcerato ma vennero anche dei ragazzi con un gran sorriso, metti questo piccolo adesivo? Ma certo!

Ero felice, la parola d’ordine “libertà”, passava da generazione in generazione.

Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità.

Quelli per un po’ non tornarono.

Eravamo ciechi.

Ci fu la tua festa, la grande casa svuotata, gli amici, i balli, panelle e crochè.

Fu l’ultima.

Perché poi è un precipizio

Mentre il prefetto decide di blindare i pochi negozi che hanno messo l’adesivo.

Mentre l’America bombarda l’Afghanistan.

Mentre mia madre muore e Paolo si ammala e i poliziotti della pattuglia che mi protegge mi telefonano a casa per sapere perché oggi non ho aperto la libreria.

Mentre e mentre..

Il mondo sembra essersi inceppato e noi non capiamo cosa succede.

Noi due decidiamo di precipitare.

Anche noi cara.

Perché strappare un’amicizia è precipitare, è togliersi un pezzo di sé.

Se guardo indietro, vedo un gorgo in cui tutto si disfaceva.

Il velo si era strappato, d’improvviso niente era più nascosto.

Non c’era bisogno di celare un bel niente, i giochi erano scoperti.

Chi ci governava con la sua faccia di plastica, era un modello per milioni di italiani, che si ritrovavano in lui. In lui leggevano la propria storia, o meglio quella che avrebbero voluto essere la loro, soldi, soldi facili, televisione, griffe.

E noi? Sono gli anni in cui abbiamo cominciato a celarci, a ritirarci.

Noi, le mosche bianche.

Ma non eravamo noi quelli che avevamo gridato nelle piazze, non eravamo noi i portatori di valori nuovi?

Invece, guarda un po’,il mondo non era affatto andato nella direzione da noi immaginata.

Hic sunt leones.

Attenzione, in città ci sono ancora dei diversi, degli utopici, bisogna sterminarli.

Quella linea dritta e lucente che avevamo imparato da ragazzi: se combatti ragazzo, il mondo gira, se combatti il mondo non può che migliorare.

Il mondo migliora sempre ragazzo, combatti ragazzo, combatti:

 

How many roads must a man walk down

Before you call him a man?

Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail

Before she sleeps in the sand?

Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly

Before they’re forever banned?

The answer, my friend, is blowin’ in the wind,

The answer is blowin’ in the wind.

 

Noi le mosche bianche, i ciechi, i dormienti.

The answer is blowin’ in the wind.

 

Fu allora che litigammo.

Tutti litigavano e si spartivano il poco sapere. Quella convinzione di essere nel giusto. Così ognuno di noi coltivò in se stesso la propria atroce solitudine. Rappezzando, solitario le proprie ferite che prima, fino a quel momento, neanche sapeva di avere.

Ognuno di noi alzò barriere, io so e sono nel giusto, tu sei nel torto, tu mio fratello, mia sorella non mi piaci più.

Ognuno di noi credette che difendersi significasse scagliarsi contro il fratello.

Così loro, gli altri, i vincenti dalla faccia di plastica, uniti tra loro e solidali, presero ogni cosa, presero le anime dei nostri figli e le immersero nel fango, spingendo giorno dopo giorno le nostre vite dentro bunker, prigioni solitarie.

Noi due ci eravamo perse.

Perse in questo gorgo.

Allora la lacerazione e il lutto.

Allora Paolo muore. Allora inutilmente stendo le braccia sui miei figli. Braccia inutili, prive di forza. Spezzate in due. Braccia che non ce la fanno.

Allora chiudo la libreria e passo giornate seduta sul mio divano, adesso io cosa sono? Cosa farò di me?

Ma tu non ci sei perché abbiamo rotto.

 

4

La notizia arriva per caso perché nel frattempo sono passati anni.

Anni in cui ho arrancato, facendo e disfacendo.

Poi c’è, in piena estate la telefonata di un amico che non chiama mai, ti debbo dire due cose, la prima grave, la seconda preoccupante.

Così la notizia, calzate le ali il dio Mercurio, arriva a me.

In un giorno di agosto, Mercurio, il crudele, il senza mediazioni, ancora una volta viene a trovarmi. Scorre con lieve grazia l’arcobaleno. Lo stesso ponte tra cielo e terra che percorre Iride, la prescelta, per recidere alle donne, agli uomini il capello magico che ci tiene avvinti a questa vita. Stacca il capello dorato, la dea per portarci al momento opportuno nell’Altrove, il luogo segreto e dei segreti.

Ora scende Mercurio, leggero, allegro e calzato di quelle buffe alette, scivola sul ponte come fosse un tobagan. Si diverte, corre e arriva a me, a dare la notizia.

A cedermela leggera, un soffio, un fiato.

Bea Bea dove sei rimasta? Dove ti sei incagliata?

Al povero Enea incagliato nella sua passione per la bella regina disse: Naviga!

Naviga mi viene a dire il dio, la tua barca si è incagliata, credi di averne un bene a startene seduta su questo maledetto divano? Credi che sia un bene far finta di niente?

Non ce la faccio, vorrei dire. Starmene accoccolata qui a lagnare è così bello.

Credi così di allontanare da te lei, la Terribile, l’ineffabile, far finta che non esista?

Va be’, se proprio insisti mando un messaggio alla mia amica lontana.

Va bene? Va bene, dice il dio e con le sue buffe alette vola via.

Ora tocca a te, Bea Bea.

Perciò con fatica apro il computer e ti mando in messaggio. Che fatica.

Era considerata, tra le due, dal mio amico, la notizia meno grave perché era ovvio ed evidente che per te non era un problema. Era chiaro, tu ce l’avresti fatta, tu eri pronta a combattere con la leggerezza e il sorriso che tutti conoscevamo.

E anche con i silenzi, dove io finalmente di nuovo mi immersi.

 

5

Cominciasti a postare su FaceBook la foto di un cactus. Era lui il tuo nemico.

Ancora però non sapevi cosa significa perdere, nessuno di noi lo sapeva.

Il dormiente dentro di te si era risvegliato, pungeva, scalciava, non voleva cedere.

Ancora era il tempo dell’illusione, avremo vinto, faccia di plastica sarebbe sparito, sparito il cactus.

Tornare a giocare, ruzzare, sperare, eterni Peter Pan.

Cominciasti la battaglia in una strada lontana, in una vita lontana.

 

6

Non so perché mi hai scelto.

Non so perché mi hai concesso questo privilegio.

Parlare della Terribile in un mondo di facce di plastica.

Prendere l’Ineffabile e metterla al centro della vita.

Ricordarla, strapparla dalle frasi banali, tutti prima a poi…

Adesso non c’era più il prima o poi, adesso c’era la certezza e un tempo limitato.

Era lì presente tra noi e andava affrontata.

 

Mi hai scelto.

Ho messo lo zaino in spalle e siamo andate.

Per le vie, nei corsi di scrittura che hai ripreso a seguire, nei cinema, alle presentazioni di libri, alle cene, al capodanno, nella tua amata politica, a cena nella tua, vostra nuova casa in via Siracusa , tu ed Enzo, tu ed Enzo.

In quel l’angolo di strada sotto le nostre case.

Al giro dell’angolo, a giro di carrello della spesa.

 

Ho messo lo zaino, ti ho seguito.

 

Adesso c’era un segreto a unirci.

Tu sapevi che io sapevo che tu sapevi.

Non era necessario dircelo. Bastava fare due passi in strada, avanti e indietro. Bastava camminare l’una accanto all’altra.

 

7

Poi siamo quattro amiche ed è l’otto marzo.

Ci hai fatto sapere che non hai voglia di grandi cose ma andiamo, dai, a cenare insieme.

Non so come mai si arriva a parlare di cose indicibili. Di gorghi oscuri dentro di noi.

Forse perchè è l’otto marzo e non riusciamo a dimenticare che non è una festa ma la ricorrenza di una violenza sulle donne.

Forse qualcosa dentro di noi ci spinge.

Le parole indicibili gorgogliano, si fanno avanti, non si fermano.

Come sempre ascolto mentre sento montare in me irrefrenabile il bisogno di narrare, mentre una parte di me mi dice, stai zitta.

Così sgorgano da me parole. Narro ancora una volta, quella cosa che ha cambiato per sempre la mia vita.

Dico ancora una volta: d’allora io sto dietro il vetro.

Ogni volta è eguale, il mio racconto secco, elementare, genera silenzi, imbarazzo e poca solidarietà .

Sei magra, troppo , stanca, ma sei li dritta come un fuso. Ascolti.

I tuoi strani occhi, con le lunghe e spesse palpebre, sono come ripiegati, in ascolto pure essi, con tutta te stessa.

Stai zitta ma ci sei, eccome se ci sei. Di te come sempre percepisco lo spessore.

Il racconto, il mio segreto adesso è svelato in quell’angolo di strada, in un gran silenzio.

 

Corro a casa. Affannata, scontrosa.

Mi hai già postato un messaggio. Ho capito bene? Sì, hai capito bene.

Il mio cactus ha la stessa origine. Niente di più perché è sufficiente.

 

8

Ancora non sai cosa significa perdere.

Ma ormai ne parliamo di frequente.

A poco a poco si insinua in noi la sensazione che non sia lei, la Tenebrosa il senso del perdere, ma piuttosto quell’indicibile delle vite di cui non abbiamo mai potuto parlare, dove mai si è espressa solidarietà, dove mai ci siamo sentite protette da un caldo e muto abbraccio, dove siamo rimaste sole, mute, contorte nel nostro dolore perché tutti attorno a noi si turavano le orecchie con cera.

Distratti dalla vita, amanti di faccia di plastica. Plastici e impietriti.

È li che si annida la perdita e il dolore.

È li, mi insegni, che è nato il cactus con una tale potenza che noi, poveri Peter Pan, non siamo in grado di combattere.

Ci vorrebbe san Giorgio con la sua spada da infilzare nelle fauci del mostro, ma lui sembra lontano, interessato com’è a tutte quelle pie fanciulle da salvare.

E noi, perché ora cara permettimi, è un noi, non siamo né pie, né fanciulle.

Chissà poi perché solo le fanciulle vanno ascoltate e salvate. Boh!

San Giorgio mi sembra un po’ di parte.

 

Così le giornate una dopo l’altra.

Imparammo in quei giorni con stupore reciproco, che la Tenebrosa, colei che spinge con destrezza verso il ponte di san Giacomo dove stanno tutte quelle spade acuminate su cui bisogna passare a piedi nudi, era in fondo gentile, presente, ovvia, soprattutto.

Altri erano i pericoli.

 

Ti leggevo il brivido. Non avevo ali per proteggenti.

Potevo solo camminare accanto a te, nel tratto di strada che la Tenebrosa mi avrebbe concesso.

Smetterla soprattutto di far finta di niente.

Non ce ne era motivo, allora meglio non vedersi e non parlarsi.

Imparammo insieme che amicizia era ancora una volta questo muto ascolto.

Ci vedevamo. A volte brevi giri intorno alle nostre case quando tu eri particolarmente stanca.

Parlavamo con ovvietà ed evidenza della Tenebrosa.

Quella che tutti, i faccia di plastica, fanno finta che se loro si fanno la faccia di plastica, Lei si dimentica di loro.

Intanto vivevi tra tutte quelle torture a cui ti sottoponevano e che tu subivi, accettavi in silenzio.

Stavi tra gli altri malati, in vena ficcato il veleno che avrebbe dovuto riportati ma dove, poi?

Mandavi messaggio, postavi. Raccontavi i particolari di quegli spazi che a noi, cosiddetti sani, erano proibiti.

Luogo inaccessibile del percorso, della Via.

Giorni, ore, giorni, settimane.

Sulla tua pagina di Facebook che ti collegava al mondo mettesti :

Le brave bambine vanno in paradiso, le cattive ovunque.

 

9

Poi è il tempo dell’attesa, il tempo in cui tutti sanno.

L’attesa, che razza mai di parola è questa? Tu sei viva tra di noi.

È così chiaro adesso.

 

M chiami, andiamo insieme a votare per le primarie?

Si è molto discusso, ancora una volta abbiamo la sensazione netta che ci stanno divorando, che niente è chiaro, ci sono giochi e pastoie. Vi ho ascoltato te ed Enzo. Voi due, a differenza di me, capite la politica. Farò quello che dirai tu, non riesco a capirci niente. Mi sento ancora una volta in mano a quattro sciacalli che approfittano della nostra dabbenaggine.

Chi sarebbero poi i leones? Noi? Loro?

Sei d’accordo, però vedi chiaro, io invece vedo confuso.

Mi fido di te, scrivi, posti, ti occupi di politica, discuti.

Lasci al margine la Tenebrosa e quelle cure che invece ti sfiancano e di cui parli poco.

Attorno la città è in sfacelo. Dei nostri sogni neanche l’ombra. Grigia, sporca, alla deriva.

Andiamo insieme alle primarie? Si tratta di percorrere il trattato di strada a piedi che separa le nostre case da piazza Politeama.

Non è tanta strada, temo però che tu non ce la possa fare ma sto zitta, se hai detto andiamo, io dico andiamo.

Poi sono parole e la spada che s’infilza.

Rinunciare.

La parola stride e s’allarga, ferisce, è quasi irreale, colma com’è di tutta quell’ideologia retriva di cui negli anni ci siamo riempiti la bocca.

Se mi capita, io non mi curo, ci è sembrato bello, moderno, al passo con i tempi.

Adesso tu cammini nella tua leggiadria, nella tua schiena dritta come un fuso, cosa mai stai dicendo?

Questa ancora una volta è la verità, non sono parole, è l’evento e il fatto.

Piango, singhiozzo. Poggi una mano sulle mie spalle, hai per la prima volta gli occhi, i tuoi begli occhi con quelle strane palpebre, colmi di lacrime:

ognuno ha il suo destino.

Sei tu ad averlo sussurrato o è Mercurio che me, ce lo soffia all’orecchio?

Sono parole o sono fiati questa semplice evidente sontuosa verità?

 

Riprendiamo la strada e ridiamo e spettegoliamo di tutti quelli che stanno li in fila credendo di fare democrazia, di essere partecipazione, di esserci insomma.

Intanto con calma lontano da lì, c’è chi sta per bene organizzando il futuro.

La Tenebrosa in confronto è nulla, lei almeno è sincera, loro no, non dicono mai la verità.

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Pubblicato da

Beatricemonroy

Sono palermitana, ho vissuto in tante città, in Italia, in Francia, negli Stati Uniti, ora sto a Palermo. Mi occupo di letteratura, scrittura e narrazione. Ho un luogo minuscolo in cui raccolgo storie e conduco laboratori di scrittura e narrazione nell'antico mercato del Capo a Palermo: acCapodellestorie, via Porta Carini,70 La letteratura : - raccontare i grandi romanzi, i racconti del mito trasmettendo alla gente il piacere dei libri e delle grandi storie di cui siamo intessuti La scrittura: laboratori di scrittura e narrazione. Insegno drammaturgia alla scuola delle Arti e dei mestieri del Teatro Stabile di Palermo, diretta da Emma Dante Ho condotto laboratori di scrittura con le donne maltrattate del Centro Antiviolenza dell’Onde di Palermo. Ho collaborato con Emergency per fare narrare ai ragazzi (di Lampedusa ) i loro complicati percorsi di sopravvivenza Scrivo le mie storie, ultimi in ordine di apparizione : Per Avagliano editore, Dido, operetta pop (2015) e Oltre il vasto Oceano, candidato al Premio Strega (2014) Per la meridiana edizioni ,Niente ci fu e Ragazzo di razza incerta - ho collaborato con RaiRadio3, ultimo lavoro,Vite che non sono la tua, novembre 2014 per il teatro, ho scritto per il regista Walter Manfré tra cui "Omaggio ai corpi incorrotti delle beate", e "La Confessione-Una suora", e per il regista Gigi Borruso Sono stata per tanto tempo un'operatrice culturale e se posso lo sono ancora A Palermo ho fondato e diretto prima il centro Atelier e poi Libr'aria E ho inventato l'evento La notte dei mille racconti a cui sono particolarmente legata per lo straordinario impatto che ha avuto sulla città Ho due figli gemelli, al centro del mio cuore. Pratico Yoga da tutta la vita.

2 pensieri riguardo “Kaddish per un’amica il giorno del suo compleanno”

  1. Buon compleanno Fatima, mia splendida amica e coetanea.
    Adesso io respiro ancora
    tu non più, a quanto pare, ma, in realtà, chi può dirlo con certezza?
    Ti penso
    mi manca la tua saggezza, la tua lucidità,
    Il tuo chiamarmi “Simona del mio cuor” , Il mio saluto “Ciao, Bella Signora”
    È più brutto il mondo senza di te, molto più brutto: lo sai vero?
    Grazie di tutto, grazie sempre.
    Un abbraccio.
    S.

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