Aprire con grazia le finestre murate.

8306C7FE-79FA-4CA1-B1E9-02846C010E1BDa un decennio frequento Berlino per motivi del tutto personali. Vengo qui un paio di volte l’anno ma, chissà perchè , non avevo mai visitato uno dei posti sicuramente più belli, più commoventi e più, come dire,lezione di questa fantastica città: Gedenkstatte Berliner Mauer,cioè il memorial al Muro e alla sua gente, proprio nella strada che ne fu devastata e attraversata, la Bernauer Straße.

Una parte di questo memorial è all’aperto in una sorta di lungo museo diffuso, lungo il solco del Muro e una  parte è all’interno.

Perchè racconto questo? Perchè questo Muro è Noi, non solo la Nostra storia ma il nostro presente.

In questo Memorial ci sono foto eccetera, ma sopratutto c’è una cosa importantissima , le interviste alle persone comuni che abitavano lì e che lì rimasero intrappolate, segregate.

Qui di seguito  vi elenco le mie sensazioni, perchè oggi? perchè parlare e sopratutto sapere di Muri è l’unica via che abbiamo per abbatterli. Muri fatti di acqua, di onde che travolgono i segregati .Muri che segregano le nostre menti . Muri di intolleranza e incomprensione.Credo che sia questo il motivo per cui, dopo un poco che ero lì ad ascoltare quelle testimonianze, ho cominciato a piangere, a singhiozzare.

Niente.Spero buona lettura e chi va a Berlino  non se lo perda.

Il Muro è durato 28 anni.
La prima parola che usano i testimoni è, essere divisi. Come se i corpi venissero spaccati in due.
Subito una valigia minuscola, perché quando si scappa, si deve intanto scappare e non si può fare altrimenti e non bisogna portarsi praticamente niente, se non le cose essenziali per essere se stessi.
Come funziona questa costruzione del Muro? Questo è  interessante, perché il Muro non è che sbuca d’improvviso, ma sta lì a marcire nella tua vita e procede senza che tu ci faccia particolare attenzione.Poi c’è quello che tu chiami all’improvviso, ma non è cosi, per questo il primo punto che ti devi porre per lo smantellamento del muro è un discorso interiore:
Quando ,in quale cultura italiana, in quale cultura di me stessa, io ho dato agio al Muro di crescere? Trovare le radici nel proprio mondo, è inutile prendersela con gli altri se prima non capiamo dove abbiamo dato agio al Muro di crescere.
E’ molto interessante che non ci sono delle interviste eccellenti, ma proprio alla gente comune, quelle persone che il muro lo hanno subito. Sono loro che possono porsi la domanda, come mai io non me ne sono accorta?
Come mai non mi sono accorta che da un giorno all’altro io ero separata? Divisa? Dove non ho visto?Dove ho chiuso gli occhi per pigrizia e quieto vivere?
Qualcosa stava succedendo di talmente orribile che noi non ci potevamo credere. Era impossibile.
Questo dirsi è impossibile, è lo stesso grido muto degli ebrei.Ma dai, impossibile. E’ lo stesso grido muto delle donne africane, non mandate i figli a bruciare il mare.Muoiono vengono torturati, uccisi.,.ma dai, impossibile.
Quando una cosa diventa al di là di un credere, quando uccide i tabù che costruiscono umanità, la prima reazione è, impossibile. E lì si cade. Perché si perdono le difese.
No, non poteva succedere. Mai.
E invece è successo.Non abbiamo capito, dicono come tutti i popoli che sono stati segregati. Tutte le strade sono state sbarrate.
Prima c’è  un filo spinato che permette di tenersi per mano da un lato all’altro e non ci fai molto caso anche se invece dovresti fare caso al filo spinato perché poi ,da questo filo spinato, si è per sempre. Nel buio. Nella separazione per sempre.
Chiusi dentro. Un lager.Segregati, separati dal resto del mondo.
Molti pensarono, finirà presto, basta che stiamo buoni al nostro posto.
Allora le prime reazioni non possono che essere violente, è il corpo stesso a richiedere quella violenza, correre verso il Muro, sbatterci sopra , piangere e urlare.
La parola d’ordine è scappare, piuttosto morire.
Il governo cominciò inoltre a chiedere di giurare fedeltà. A quella segregazione.
Murati vivi come i santi medioevali che accettavano la segregazione e poi diventavano santi.
Qui ci sono le foto dei corpi. Mani che si protendono, donne anziane che allungano le braccia e un fazzoletto per salutare dall’altra parte. Donne che alzano neonati. Donne che si fanno segnali, hai visto? Donne in piedi , in un equilibrio precario su delle sedie. Ci ha visti. Attesa. Sicurezza di farcela, il corpo si allunga chiede.Mi vedi? Mi vedi?
Mentre attorno i signori della guerra, cioè della separazione , cioè del non vedere alzano pietra su pietra. Cos’altro è la guerra, se non questo?
Allora si piange pezzo.Pezzo. Pezzo.
Piangi perché non vedi più, sei escluso. Tagliato fuori. Fantasma.
Sei murata viva, guardi il muro. Poi non lo guarderai più. Tra un poco ma adesso è solo l’inizio.
Come pensi di potere vivere se la tua strada finisce con un Muro?

Come pensiamo Noi di potere vivere  se le nostre strade finiscono in un Muro?

Non toccherai il Muro, ti parrà incandescente.Ne starai alla larga, non ci vorresti neanche pensare.
Cucini e dalla finestra vedi la fine, il Muro. Non c’è più orizzonte. Il tuo sguardo, la tua mente è spezzata.
La vita che è un cammino, adesso è un cammino inaccessibile.Sbatti contro il Muro, non lo vuoi vedere ma ne sei perennemente costernato. Perché io?
Il senso della separazione non ci lasciava mai, dipendevamo dal Muro .
Conoscevamo le nostre immense colpe e il Muro era lì per questo, pensavamo.
La rovina non è solo dei corpi ma anche della mente.

Sugli attici, sui tetti la gente riunita cercava di vedere oltre.
Ma nessuno li sentiva, nessuno accoglieva il loro canto disperato.

Infine succede, dicono i testimoni, una cosa strana, cade il Muro.
Qualcosa sta succedendo.
L’emozione arriva sì dalle parole ma soprattutto dal movimento di quei corpi che d’improvviso dopo 28 anni non sono più segregati.
Piango.
Picconare. Non si può fare altrimenti. Non si può andare che con i picconi. Distruggere per liberare. Abbattere per liberare.Saltarci sopra. Aprire le finestre murate.
Allora i corpi possono riprendere a ballare

Aprire con grazia le finestre murate . Grazie.

Mimì o Musetta?Imparare a dire,grazie

Al Teatro Massimo di Palermo, prima di ogni opera racconto le grandi storie dei libretti. In queste storie le donne spesso vengono uccise o muoiono malamente, qui  tenterò di dare voce a quelle donne…

ecco la terza storia che vi propongo , sono alcune osservazioni in forma teatrale che hanno chiuso il racconto che ho fatto de La Bohème il 5/12/18 per Vi racconto l’opera al Teatro Massimo di Palermo.

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Difficile decidere tra queste due donne giganti, due donne da nulla , una che sta chiusa nella sua stanzetta a fare fiori e una che fa la prostituta.

Due donne incise nella nostra anima.

 Musetta

Non ne ho idea. L’ho fatto e basta. No? Cosa aspetti che ti dica?

Mimì

Che significa, lo hai fatto e basta? Non mi pare una risposta.

Ci sarà un motivo e non me lo vuoi dire.

  Musetta

Non posso averlo fatto e basta?

   Mimì

Non mi convinci. Tu sapevi benissimo la gravità della mia malattia. Per me l’hai fatto con un tornaconto.

Non mi rispondi? Hai visto? Ho capito, vero? E infatti quando mai…

Musetta

Non ti rispondo perché mi pare inutile risponderti. Questa conversazione è del tutto inutile. Non serve a niente, tanto non mi puoi capire.

   Mimì

Perché sei una santa? Perché ti sei occupata di me e hai venduto i tuoi orecchi, ti

senti una santa?

     Musetta

Ti accorgi che stai dicendo tutto tu?

Facciamo così, io ti racconto la mia storia e po tu mi racconti la tua.

Mimì

Va bene sentiamo.

Musetta

Ti ricordi quando ci siamo incrociate la prima volta? Io ero con quello lì, il vecchio, ma ti ho visto. Ho visto benissimo cosa cercavi di fare. Cercavi di accaparrarti un posto al caldo. Ho visto benissimo come eri vestita ma soprattutto, ho visto benissimo i tuoi occhi da falco, no, tu non sei buona ma proprio per niente, sei sempre lì a fare la parte della morta di fame ma per me, sì, per me tu a Rodolfo l’avevi adocchiato da un pezzo e avevi pensato che potevi risolvere un po’ di cose. Poi, con un morto di fame come quello, cosa mai ti poteva risolvere?

Non è vero? Insomma, come è stato e come non é stato, poi c’è stata la botta della malattia.

Questa non te l’aspettavi, eri certa di farcela.

Ti pare che anche allora, quel giorno nella taverna, io non ti abbia visto nascosta dietro l’albero? Lì ho capito, che avevo sbagliato, eri solo una poveraccia che cercava di campare e che forse davvero si era innamorata di Rodolfo. Un morto di fame.

Lì ho visto la tua paura selvaggia. Io muoio, hai sussurrato a te stessa come se capissi solo in quel momento che la tua vita era finita, nel momento in cui quel vigliaccone di Rodolfo ti scaricava perché malata.

Allora ti ho voluto bene, allora ho pensato, ma poverina questa proprio non ce la fa. Io so quanto tutti mi credono forte. La Musetta? Può sostenere qualsiasi peso. Io ti ho regalato un po’ di gioia, insomma ti ho riportato da Rodolfo, ho venduto i miei orecchini e tu invece di essermi riconoscente, mi dici cose orribili.

Pensi che io abbia avuto un interesse. L’ho fatto e basta. Succede sai? A volte succede di fare delle cose per non fare soffrire una persona. Senza stare a pensarci su. Ma tu, tu sei troppo interessata, non mi puoi capire. E ora, poi, mi fai pure pena.

Ma che razza di discorsi stupidi faccio? Allora neanche io sono una buona persona perché aspettarsi riconoscenza è sbagliato.

O arriva o non arriva ma non ce la si può prendere con chi non è capace di dire, grazie.

Che poi, volevo essere buona? No, neanche questo volevo, volevo solo farti avere qualcosa di caldo… non ho pensato, non ho pensato era solo questo.

Poi gli altri mi hanno sussurrato, Mimì ti dovrebbe essere riconoscente…

   Mimì

Che fai? Finisci di parlare e te ne vai? E la mia storia?

Musetta

Me ne vado perché sono confusa, non so.

E poi, sai che c’è? La tua storia non m’interessa più. Vuoi sapere la verità? Se tu mi avessi detto grazie, sì grazie… mi saprebbe piaciuto, ma non lo sai dire perciò questo amaro amaro rimarrà lì a marcire.

Ciao Mimì.

Dalla parte di Giuditta (da Il castello di Barbablù /Bela Bartòk)

Al Teatro Massimo di Palermo, prima di ogni opera racconto le grandi storie dei libretti. In queste storie le donne spesso vengono uccise o muoiono malamente, qui  tenterò di dare voce a quelle donne…

ecco la seconda storia che vi propongo , sono alcune osservazioni in forma di monologo che hanno chiuso il racconto che ho fatto il 15/11/18 per Vi racconto l’opera al Teatro Massimo di Palermo

Senza titolo

Giuditta

Io sono la custode.

La porta della stanza è aperta.

Nessuna di loro esce perché mi temono.

Sto seduta sul divano.

Respiro piano piano.

Controllo le altre, quelle prima di me, quelle durante me, quelle dopo me.

Vanno e vengono.

Controllo che non escano.

Ne sento il respiro e conosco le loro storie meglio di quanto le conoscano loro stesse.

So tutto di loro.

Lui mi racconta tutto.

Dopo avermi portato nella stanza, se ne è presa una nuova.

Io sono restata qui.

Ho capito subito che per lui ero speciale, io sono la custode.

Quelle, poverine, vanno e vengono.

Io ne osservo con precisione i tratti e se qualcosa che hanno mi piace me la piglio, un modo particolare di camminare, un discorso, un modo di atteggiare la bocca, un broncio. Mi piglio tutto di loro e le lascio nude, dissanguate.

Sono delle sciocche, non sanno niente.

Non conoscono lui come lo conosco io. Gli servono per i suoi bisogni, ma io ci sono sempre.

Vanno e vengono.

Io le osservo e loro mi vedono seduta nel divano, si disperano della mia presenza, è esattamente quello che voglio: farle disperare.

Vedere le loro vite andare in rovina, succhio le loro anime, me ne nutro e le lascio senza niente, scheletri senza vita.

Io sono la custode qui.

 

Che fai? Mi grida delle volte lui, fai la sentinella?

Non mi muovo.

Lui mi vuole così.

Come tu mi vuoi, amore mio.

Ah! Che meraviglia l’amore! E come si potrebbe vivere senza? Cos’altro potrei volere dalla vita?

 

Dal divano posso ascoltarlo.

Va e viene. Quando rientra affaccia un attimo da me, ancora qui sei?

Alzo le spalle.

Questo è il mio posto.

Lui mi ha assegnato il posto giusto.

Controllo le altre, impedisco che escano dalla stanza, quelle cretine.

 

Mi ami? Gli chiedevo. Lui mi guardava.

A volte mi chiedeva di fare un qualcosa che lentamente mi avvicinava alla porta.

Dammi la chiave, gli chiesi con dolcezza.

La chiave della porta da cui non si esce. Ho aggiunto in un soffio, era la mia prova d’amore e dovevo compierla.

Aprirò la porta con amore, non potrai più fare a meno di me, io ti capisco, me ne occuperò io.

 

Perciò adesso, io sto qui con loro. Le sento. Sento i loro fiati. I loro sguardi cattivi, i loro graffi.

 

Quando ero fuori da qui andavo e venivo.

Avevo amiche, sorelle.

Prima.

Mi piaceva vestirmi di seta e andare a sedermi in un bel caffè, ordinare un bel bicchiere di vino rosso, le patatine e aspettare le amiche.

Vestite lievi.

Ora non ha importanza. Importante è stare qui, sul divano a controllare quelle per lui.

 

Al nostro primo incontro la veste di seta s’imbrigliò quasi a impedirmi di andare avanti. Ho strappato la gonna, ho proseguito.

Io sono certa del mio cammino.

Le altre, quelle prima, quelle durante, quelle dopo non mi lasciano mai e io penso sempre a loro. Delle cretine senza valore. Hanno bisogno di me, delle mie indicazioni per vivere qui dentro.

Impedisco loro di uscire, succhio la loro linfa vitale.

Lo faccio per il mio amore.

 

Dopo un po’ che l’ho sentito rientrare, (ho percorso nella mia mente la distanza che lo separa dalla sua cucina. Posa i pacchi della spesa, apre il frigo e ripone la merce.)

“Ho preparato pasta e patate.” Dico dolcemente.

“Ok!” La voce di lui corre da stanza a stanza, salta con un balzo attraverso il piccolo ingresso in comune ed è qui da me!

Adesso sì, mi posso alzare, correre nella mia cucina, preparare.

 

Io sto qui nella stanza con le altre sue donne, le donne prima di me, le donne durante me, le donne dopo me ma nessuna di loro è come me. Io sono diversa. Solo io sono quella giusta, quella per lui.

Delle volte le insulto, le faccio umiliare, tolgo loro le cose a cui tengono.

Le costringo a velarsi poi a svelarsi, a raccontare cose indecenti per poi poterle insultare.

Faccio quello che debbo fare.

Sorrido dolcemente.

 

Voglio tutte le chiavi! Gli dissi allora dolce e graziosa.

Così l’ho avuto.

Lui dipende da me, se andiamo in palestra, io corro prima, gli riservo con amore un buon posto e gli sto accanto, lo aiuto, sono sempre con lui.

Mi occupo della stanza dove sono riposte le altre. Ho le chiavi.

 

Gli piace tanto la pasta con le patate, gliela preparo spesso.

Io sono dolce e graziosa. Io non sono loro. Le altre.

 

È il mio matrimonio, (cosa c’è di più importante di un matrimonio?), anche se non mi ha sposata mai.

No, no, no ha sempre detto, noi dobbiamo rimanere liberi, per questo non ho fatto figli e adesso è troppo tardi. Sono secca, se il ventre mio è secco anche il loro, delle altre, deve essere secco.

Io sono sua, sto nella stanza, la custodisco, lui mi ama.

 

Vedo quelle stronze. Sono lì bellissime statue mute senza valore. Morte. Senza sangue.

Ti amo, sto qui perché ti amo.

Le controllo, non usciranno.

Sarai regina: ogni fiore s’inchina davanti a te, lui mi ha detto.

…………

No, non chiude mai la porta.

Non mi tiene mai fuori dalla sua vita.

Lo fa per prepararmi ad accogliere una nuova fanciulla dagli occhi spenti.

Io accoglierò e controllerò la nuova venuta.

Tutto rientra in un cerchio perfetto.

Sono sposa.

Lui mi ama e io gli sono grata. Faccio come lui vuole.

Senza di lui sono un nulla.

 

Quando lo sento avvicinare, quando sento i suoi sussurri rivolti alla nuova preda, io gioisco, è il mio tempo, allora:

“Ho preparato la pasta e patate!”

Dico dolcemente.

Oscurità e notte.

Dalla parte di Gilda (Rigoletto)

Dalla parte di Gilda

Senza titolo

Al Teatro Massimo di Palermo, prima di ogni opera racconto le grandi storie dei libretti. In queste storie le donne spesso vengono uccise o muoiono malamente, qui  tenterò di dare voce a quelle donne…

Ha detto, ti ho lasciato del tempo per guarire.

Sono forse malata, io?

Quando mi sarei ammalata? E di cosa poi?

Una strana malattia la mia, io non mi sento male, né ho la testa confusa.

Io mi sento benissimo.

Chi sono io? Padre ! Padre! Chi sono io?

La porta si apre e allora io sono. La porta si chiude allora io non sono.

Ti prego, Padre!

Sei il mio angelo.

Non dovrei avere dei sintomi? Non è questa la malattia? Ti ho lasciato il tempo di guarire, lui mi ha detto.

Come ti chiami, padre? Mia madre, padre, come si chiama?

Che grande silenzio.

Si guarisce quando si può guarire. E se si può.

La malattia è così. Ti prende, non ti lascia. Decide.

Qualcosa si muove d’improvviso nel tuo corpo. E decide per te.

Ti ho lasciato il tempo.

Ha detto.

La malattia ti attraversa e ti cambia.

Certo ha ragione. Io sono malata.

Sono stata attraversata e ora sono altra, padre.

 

La porta si apre e io mi getto tra le sue braccia.

Dimmi chi sono, padre.

No.

E lui mi ha lasciato il tempo di guarire ma la cosa non ha funzionato. Sono rimasta malata.

Vestiti da uomo,scappa a Verona!

Un ordine.

Perché se non sono guarita, allora io mi debbo vestire da altra cosa e scappare dalla mia casa. Questo servirà, ha pensato lui.

Dimenticherai perché la mia malattia è non potere dimenticare.

Ascolto da dietro la porta che litigano, che se ne dicono delle belle, sento la voce di mio padre alterata.

Di nuovo io non sono.

Una porta diversa questa, la porta dorata del palazzo dove mi hanno portato in spalla, avvolta in una coperta. La porta di lui. Lui che ha un nome.

E’ questa la malattia?

Lui che mi guarda negli occhi per dirmi, amore mio.

Lui ha un nome. Io ho un nome allora. Allora io sono.

Sono questa.

Sono questa ragazza, padre, che un giovane uomo ha preso tra le braccia.

Io sono la ragazza che può essere accolta tra le braccia.

Io sono, padre.

Il mio nome è amore, padre. Mia madre si chiama amore, la mia famiglia, la mia gente si chiama amore.

Per questo adesso sono tornata qui, padre.

Hai voluto farmi assistere al suo tradimento, padre. Credi sia servito a sminuire il mio amore? Ma come sarebbe possibile? Lui è il mio nome, padre.

Ho fatto come hai voluto tu. Ho preso dalle tue braccia i vestiti da uomo, mi sono travestita, padre.

Sotto la pioggia, i fulmini in cielo, ho corso lungo la strada  verso l’altrove.

Io ho un nome, poi mi sono detta frenando la mia corsa.

Io sono.

Io sono la ragazza che mai ha saputo chi era, io sono la ragazza nessuno e io sono la ragazza che è diventata persona,  quando ha incrociato in chiesa gli occhi di lui.

Sei viva, mi hanno detto.

Hai un nome e io ti riconosco.

Io gli debbo tutto padre. Io gli debbo la vita.

Busso.

Aspetto che si apra quest’altra porta per potere dire ancora una volta, io sono.

Il tempo necessario è il tempo che le donne si danno

Perchè mi diranno,

Tu che hai fatto?

Come sei andata vestita?te l’ho detto mille volte di andare sistemata 

Perchè mi diranno,

Non ti vergogni?

Ora lo sanno tutti, bella figura ci fai.

Perchè mi diranno 

Fai finta di niente 

Tienitelo per te così nessuno lo viene a sapere che è vergogna 

Perchè mi diranno,

e ci hai pensato ai tuoi figli?Ne saranno tramutatizzati 

Perchè mi diranno,

Lui è un uomo potente 

Non te la farà passare liscia

Si vendicherà

E’ conosciuto e stimato ,tu chi sei

Farai la figura dell’approfittatrice , è passato tanto di quel tempo,ancora ci pensi?

Lascia stare , sembrerà una vendetta.

Perchè mi diranno 

Nessuno ti crederà

Sei un’originale 

Ti daranno della spostata 

Perchè mi diranno 

E poi che è stato?

Niente è stato!

Ti ha messo le mani addosso?

Ma dai, avrà fatto un gesto, guarda magari un po’ volgare, lo conosco non si permetterebbe, è un fratello per me, non parlarmi di lui così, datti una regolata e non fare la pazza.

Fatti passare ste fisime 

Vivi la tua vita 

Perchè NON mi diranno 

Oh porca miseria!Quando? Dove?

Quello? C’era d’aspettarselo

Vuoi che ti accompagni a fare la denuncia?

Certo che la devi fare 

Ti pare che può passarla liscia? 

Perchè poi ci vorrà un secolo 

Un giorno e un giorno ancora del corpo trafitto dal dolore 

Perchè poi ci vorrà un secolo a dire a se stessa, è successo proprio a me

Non è che me lo sto inventando?

Perchè poi ci vorrà un secolo 

Un anno e un anno ancora sul corpo trafitto dal dolore 

Debbo ricostruire i fatti e farmene una ragione 

No, non debbo farmene una ragione 

Debbo sapermi dire , ho subito violenza 

Perchè ci vorrà un secolo 

Anni e e anni e decenni per smettere di cospargere di sale le ferite 

Ci vorrà un secolo per riconoscerle come ferite 

E capire che l’unica rimarginazione possibile è il dire.
Dire sarà difficile e le parole no, non sgorgheranno 

Dire sarà complesso, sarà smozzicato e zoppicante 

Dire sarà precipitare nel mondo in cui tutti sanno e non è detto che questo ti farà stare bene 

Adesso tutti sanno e giudicano con crudeltà

Pochi saranno dalla tua parte 

Pochi uomini, alcune donne. 

Poi, molte donne. Altri uomini.
Perciò,

Il tempo necessario a rompere il silenzio lo decido io.

Io solo so quanto mi ci vorrà .

Il tempo necessario è il tempo che le donne si danno.

I racconti di Levanzo

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Ci siamo divertiti molto l’estate appena finita a Levanzo nelle isole Egadi , grazie al bellissimo Festival Levanzo Communityfesrt pensato e diretto da Giuseppe Marsala. Lì ho condotto la prima parte di un laboratorio di narrazione.: la scrittura scrittura . Per la seconda parte i i racconti hanno subito il grande vaglio del Maestro Mimmo Cuticchio.

Una lunga lezione, un rimanere a bocca aperta. ..grazie a tutti voi che avete permesso questo bellissimo gioco e un grazie speciale a Mimmo Cuticchio alla sua alta professionalità e alla sua generosità.

Qui di seguito trovate i racconti, scritti e pensati attorno al tema, Io ti racconto tra vento e mare ,e poi narrati a Cuticchio e rielaborati a partire dalle sue considerazioni  .

                                           

                                             I racconti del laboratorio di scrittura

1- Antonella Bartoli

Amo la lettura tanto da sfidare la possibilità  di creare curiosità ed emozione con parole mie. Per quarant’anni ho lavorato sulle parole di altri, ma non è servito. Ora, a sessanta, è diverso.

Vento, mare, terra: c’è tutto per una storia e molto di più. Perché in un’isola quasi spopolata c’è un mondo fantastico da scoprire e raccontare. E noi abbiamo provato a farlo guidati dall’esperienza e dall’entusiasmo di Bea e dall’accoglienza dei Levanzari.

                                                                         Mare

E, dalla terraferma, ti stiamo a guardare.

Osserviamo le rughe della tua pelle, milioni di rughe.

Diciamo, dipende dalla vecchiaia.

Non è per gli anni che sono così tante. È di più. Anche perché dovremmo parlare di millenni – altro che! Le tue belle rughe, ognuna, una storia.

E ti stiamo a guardare.

Sonnecchi docile, silenziosa. La pelle raggrinzita si stende, poi s’increspa, è la vicinanza stretta di lui, il suo contatto come una carezza, una scossa. È la vita.

– Ohh! Ohh! Finalmente ho dormito – sussurri.

Ti rigiri sbadigliando con un fruscio secco. Ti rigiri ancora e particelle di te scivolano, affiorano come saliva schiumosa, salmastra. Si confondono nell’acqua, spariscono.

E ti stiamo a guardare.

Il sole galleggia all’orizzonte. T’infuochi. Sfavilli. Torni a cullarti nel letto grande e, infine, ti svegli. Ora danzi al ritmo lento delle tue onde.

Non sentiamo lui; dorme ancora? Ogni giorno fatica a soffiare nello spazio, sempre in giro tra nord, sud, est, ovest.

Ti sollevi sul fianco profondo, guardi intorno, stropicci gli occhi… Cos’hai? Qualcosa t’infastidisce?

E ti stiamo a guardare.

Allunghi lo sguardo e li scorgi. Anche oggi… Sono in tanti, sono centinaia, infreddoliti, assetati. Hanno occhi bui come buchi spenti. Scrutano lontano. Uno sull’altro, agitano le braccia.

E noi stiamo a guardare.

– Speriamo lui non si svegli – sussurri ancora – almeno sino a quando quelle anime non trovino la salvezza.

A chi lo dici? Temi finiscano intrappolate come altre migliaia di anime in fuga?

Tu non ne hai colpa, non c’entri niente, tu sei come sei…

Mentre noi stiamo a guardare e non facciamo niente.

Dai barconi gridano:

– Help! Help!

Ci avranno visto…

Ci fanno paura…

Li osservi costernata. Poi osservi anche noi.

Ti scuoti, sembra ci disapprovi.

Atterriti da un rischio oscuro, continuiamo a guardare.

Se solo non avessimo paura, se solo non lo pensassimo come un problema…

Com’è stupido l’animo umano, ci sembra di sentirtelo dire.

E ti stiamo a guardare.

Ci sembri stanca…

No, non è lui a stancarti… lui, sai come prenderlo.

Ti abbiamo stancato noi con giudizi e soluzioni che non hanno molto né di giudizioso e nemmeno di risolutivo.

Ti sollevi, stai contando quanti ce ne sono oggi?

– Non è possibile… – ti scappa di urlare dimentica del sonno di Vento. Perdi il controllo. In balia di rabbia e sconforto, monti la pelle in onde alte, la trasformi in schiuma gorgogliante.

Ora hai svegliato Vento. Lo sai, lui non te lo perdona.

E vi stiamo a guardare.

È il finimondo. Tra le urla di Vento e lo scroscio acquoso delle tue membra, non sentiamo quasi più i gemiti di quelli cui rimane uno straccio di energia.

Vento si accanisce sulle acque, le sconvolge.

Loro, ora, rischiano di rimanere sommersi.

E noi stiamo a guardare.

– Smetti, ti prego… – farfugli a lui.

Vorresti rimangiarti l’esplosione di collera. Ti preoccupi per quelle braccia e quegli occhi disperati.

Ora sono anche più disperati, annaspano, bevono.

Vento continua a soffiare furioso, li spinge, li sbatte.

E noi stiamo a guardare.

Vento urla inferocito e non ne puoi più.

Tu, Mare, nostra Dea, non ne puoi più, ma non sai, né puoi fare a meno di lui.

Vento bofonchia, si pavoneggia, si gonfia, insegue le nubi, ciocche grigie della sua lunga barba, le strizza su noi, su te e su loro.

Oh no, così annegano! – Lo pensiamo, ma stiamo solo a guardare.

Continua il finimondo.

Vento   schiaffeggia te e loro.

– Aiutiamoli invece di scannarci a vicenda! – glielo dici autoritaria, ma fiduciosa.

Lui ti raggela con una delle sue risate gracchianti:

– Perché ti stanno a cuore? – tuona burbero, incuriosito.

Noi stiamo ancora lì a guardare.

La verità è che abbiamo tanta paura e non sappiamo cosa fare.

Tu, invece, ti ribelli, lotti. Tu rispondi spazientita:

– Ma Santo Dio, non si può sentire una cosa così: perché mi stanno a cuore? E me lo chiedi?

La tua voce stridula prelude alla burrasca. Lui lo sa e non vuole litigare.

Noi vi stiamo a guardare.

Vento esita, rallenta la corsa, la potenza del soffio. Fa la risata scoppiettante.

E tu, Mare, non demordi:

– Se non pensi a loro, vuoi farlo per me? Ti piace che mi considerino un cimitero?

Sentiamo la tua voce straziata dal dolore e dall’amor proprio ferito.

L’ha sentita anche lui.

Vento raccoglie le nubi rinsecchite, si liscia la barba.

È il momento giusto… lo sai.

Gli spruzzi la tua schiuma con arte civettuola. Così si solletica, così l’hai in pugno. Lo sai che effetto gli fa sentirti a pelle…

Noi vi stiamo a guardare.

Vento si dimena un po’, sospende di soffiare, poi aspira il profumo di salsedine; lo inebria ancora.

Gli apri le braccia:

– Vento, oggi questi poveri cristi li salveremo noi.

Vento non resiste, ti avvolge e ti distende:

– Mare, sei la mia regina – ti fa l’occhiolino. Ora si abbassa, ora è dentro di te.

Sta ancora un po’ e viene su leggero, frizzante. Spinge con delicatezza quei corpi verso noi.

Tu, tornata serena, amabile, li culli con dolcezza nelle tue acque distese, uno spazio vuoto e pieno.

Oh Mare, se non ci fossi tu… corridoio che unisce, piattaforma che libera.

Noi, invece, continuiamo a guardare. E basta.

 

2- Adele Cammarata

Sono un’insegnante di scuola primaria, ho (quasi) 43 anni e sono nata e cresciuta a Palermo. Mi piace sperimentare diverse forme artistiche (anche con i miei alunni!) spesso mescolandole fra loro, e cercare la bellezza anche nei luoghi più impensati.

Il laboratorio di narrazione di Beatrice Monroy è stata una vera e propria officina sperimentale: un luogo di confronto e condivisione in cui i fili delle nostre narrazioni si sono intrecciati al soffio del vento e alla natura dell’isola di Levanzo. Un’esperienza da ripetere!

                                       Parlare al vento

Ascoltami, figlio, solo a te lo posso dire, ché tu non lo vai a contare a nessuno. Tu, il segreto, lo sai tenere.

Ascoltami, ora ti conto.

Il mare era così, com’è adesso, azzurro e verde, l’aria era ferma, umida e immobile nel sole che saliva.

A quel tempo io ero ragazzino ma già uscivo con mio nonno e mio padre. Dunque. Siamo sulla barca dopo una notte di pesca. Io un poco dormo e un poco aiuto. Il mare è una tavola. Nel cielo nuvole lontane.

“Non mi fido,” dice mio nonno, “state all’erta”.

Ma noi siamo stanchi e tranquilli, già sogniamo la riva da lontano. Peppi guarda l’orizzonte, i suoi occhi si riempiono di nuvole. Lo sa lui a che pensa.

E d’improvviso un esercito di nubi si raduna sull’acqua dietro di noi. Rimango di sasso. Il nonno, lo sguardo inquieto, tiene salde le mani sul timone. Mio padre, distrutto dal sonno e dalla fatica, sgrana gli occhi e santìa. Mi mettono al riparo, ma io voglio vedere.

Eccolo il vento, che tira da ogni parte. Non ci capiamo più niente. Dove siamo? Le onde infuriano e schiantano. Ora c’è una sola nuvola nera, densa, enorme, pronta a rovinare su di noi e sulla nostra barca.

Poi la vediamo alzarsi e Peppi si segna. Ci segniamo tutti. Ora la nube è una testa e scuote i lunghi capelli d’acqua e vento, rigirando il mare intero. Spalanca la bocca: cavalli di schiuma si riversano sul mare.

“Reggiti figlio!” è l’ultima cosa che sento da mio padre. Non vedo più mio nonno, né Peppi. Sono solo, fradicio, inchiodato al legno, e vedo tutto con questi occhi, morto di paura.

Il mostro si solleva. Lo vedo rovesciare la testa all’indietro e alzarsi a mezzo busto. Il sale brucia dappertutto ma tengo gli occhi aperti. Ora è un’altissima colonna d’acqua scura, un drago, e solleva la sua coda e a un tratto mi ritrovo in alto, a mezzo cielo, portato dal turbine che non mi molla più.

Mi aggrappo con tutte le forze e urlo: “ABBI PIETÀ! TI PREGO! ASCOLTAMI!”

A quel punto cedo e mi abbandono. Qualcosa mi acciuffa, una stretta potente e perdo i sensi.

Quando riapro gli occhi, penso:

“Sono morto”.

Intorno a me azzurro d’aria e giù in fondo il mare calmo, e io, sospeso nel cielo come un aquilone disperso. Sento qualcosa che mi tiene.

Prima un respiro di sale, profondi sospiri sonori, fiato sulla mia pelle. Poi la sua voce, come un canto lontano:

Vento io sono, e suono:

aria – prima creatura

ché senza di me

neanche la parola

arriva a compimento.

 

Il mio mestiere è sacro

io faccio il portatore:

porto e riporto

la vita e la morte

che della vita è parte,

la sabbia, la pioggia,

i semi, i suoni, le storie.

 Io alito sospiro brezza

soffio carezza

io penetro e gonfio e riempio

e semino tempesta

io sollevo trascino scompiglio

burrasca travolgo e schianto

m’indrago sul mare

finché non mi tagli –

un colpo netto

e le parole giuste –

ma io, vento, non muoio.

 

No, io mi nascondo

nel grembo dell’aria

per nascere ancora

vento, io sono e suono,

fresco filo che cuce il fiato

sussurro, bisbiglio, suggerisco

voce di flauto, io zufolo e fischio

 

finché non mi senti, cresco

urlo ruggisco

sciolgo i cavalli e non li so domare

stravolgo il cielo, capovolgo il mare

e poi spavento e supplica e preghiera

 

ma io, vento,

t’ascolto e sento,

minuscola creatura

e avrò pietà della tua sventura.”

 

E come risvegliandomi da un incantesimo, riapro gli occhi e mi trovo sulla barca, il mare di nuovo calmo. Mio padre e il nonno sfiniti, ma vivi. Siamo salvi. E Peppi, girato verso l’orizzonte.

“Ci parlasti, vero?” mi dice senza voltarsi.

Non rispondo, credendo di avere sentito male.

“Pure io, sai? Quann’era quantu a ttia.”

Si volta e mi guarda negli occhi, mettendomi una mano sul braccio.

“Ascoltami bene, non glielo dire a nessuno che parli con il vento. Altrimenti ti pigliano per pazzo, comu a mmia. Hai capito? Muto. Solo ai morti lo puoi dire, ché loro i segreti li sanno tenere. Mi capisti?”

Ecco, figlio mio. Ecco perché ora te lo posso dire. Io ci parlai, col vento, quella volta. E m’aiutò. Ma oggi no, figlio, io l’ho chiamato e non m’ha voluto ascoltare. M’ha voltato le spalle proprio quando c’eri tu, in mezzo al mare.

Tu, fiato mio. Tu.

 

3.Viviana Fiorentino

Sono nata a Palermo 38 anni fa, ma vivo a Belfast e ho lasciato una parte di me a Berlino, dove ho vissuto alcuni anni. Da un lato la ricerca scientifica, dall’altro l’esigenza di una ricerca esistenziale mi hanno portato in giro per l’Europa. Questo viaggiare è diventato anche un viaggio della mente –  “al contrario”, verso le mie radici e la mia città natale – e un percorso attraverso i sentieri della scrittura.

Il laboratorio di scrittura di Levanzo è stato un vero opificio dove idee e scrittura erano gli strumenti del nostro inventare e narrare, accompagnati da una guida eccezionale. È stata un’esperienza unica per riflettere sulle modalità di narrazione, in un posto suggestivo dove il paesaggio e la natura sembrano non aspettare altro che trovar voce attraverso la narrazione. Lavorare in gruppo sui testi è stata un’esperienza altrettanto fondamentale: poter sentire diversi punti di vista, reazioni immediate, suggerimenti sulla propria scrittura è qualcosa che consiglierei a qualsiasi persona che si voglia avvicinare alla scrittura.

Il mare di Mohamed

Ti lascio la mano. Tu scosti la sedia, ti alzi. Io mi avvicino. Ci abbracciamo, avvinghiati in quest’aria densa, quasi senza ossigeno.

Parla Mohamed. Sì, parlami ancora. Su queste sedie di ferro del centro di detenzione per immigrati, la mia vita è di fronte alla tua. Io sono per te la volontaria del gruppo di accoglienza. Quella che viene dalla Sicilia, quell’isola in mezzo al mare che hai conosciuto pure tu, durante il tuo lungo viaggio. Mi vedi Mohamed? Sono Alice, ormai ci conosciamo bene, sono qui per te. Li vedi questi miei soliti vestiti sciocchi? Oggi sfiorano la tua maglietta.

Abbiamo la stessa età. Trenta. Tu hai viaggiato per quattro lunghi anni, dall’Egitto alla Libia per arrivare alla fine nel nord Europa, qui in Irlanda, in questa stanzetta spoglia: le sedie dure, questo tavolino verde che ci ha diviso per un intero anno, alle tue spalle la finestra con le sbarre, il pulsante rosso alla mia sinistra per dare l’allarme “se il detenuto si comporta male”, come da un anno a questa parte mi ripete la guardia tutte le volte che sto per entrare.

Adesso raccontami tutto, tutto oggi, Mohamed, come mi hai detto appena sono entrata “ti racconto tutto, perché poi non ci sarà più tempo”. Già, perché tra qualche giorno te ne andrai.

“A trenta chilometri dalla costa, avevamo l’acqua fino al collo. Lei non sapeva nuotare.

C’era il chiasso delle urla. Ho sentito la sua voce appena, mi diceva: Mohamed, ti amo.

Un attimo e la barca si è capovolta, l’ho persa.

Quando l’ho ritrovata, avevo il suo corpo tra le mie braccia. Le sue labbra erano chiuse, gelate.

Spingevo con le gambe, per reggere il corpo di lei.

Non sentivo più nulla, solo formicolare.

I piedi, le gambe, le braccia, il petto.

Il mare, una tavola immobile.

Galleggiavo, non sapevo nuotare neanch’io.

Il mare nero. Hai visto mai il mare nero?

Poi è arrivato il gommone.

Veniva da lì, da dove il sole sorgeva. Si avvicinava e tagliava quella cosa liquida che ci stava ammazzando. Ah, il mare. Vento non ce n’era.

Saremo stati un centinaio. Alcuni avevano il giubbotto di salvataggio.

Io avevo, invece, tra le braccia il corpo della mia donna che non respirava più.”

Ti ascolto e guardo la tua maglietta blu scuro, con quella piccola scritta gialla sul petto, uguale a quella di tutti quegli altri tuoi compagni di detenzione. I tuoi capelli neri, ricci, si sfuocano nel contorno delle mie pupille, perché non voglio staccare più il fuoco dai tuoi occhi.

Qui ci siamo conosciuti: tra queste mura del centro di detenzione per immigrati di Larne, a nord di Belfast.

Io vengo invece da lì, proprio da quell’isola dove quel gommone ti ha portato. Lo sai. Anche io ti ho raccontato la mia stupida storia, la mia storia di siciliana emigrata in Irlanda a cercare lavoro.

Avevo il mio cappello da laureata in testa e un contratto di quelli rinnovabili, di sei mesi. Il lavoro di traduzione per quella società di export, i corsi di italiano per stranieri. Una vita normale, una storia banale che eppure hai voluto sempre ascoltare. Tiri le labbra in un sorriso, quando ti parlo.

La mia amica italiana mi aveva chiesto se volevo fare parte del gruppo di volontari. Sì, certo. Non immaginavo che sarei arrivata a questo: ritrovarmi quasi ogni giorno con te, in questa stanza, e non poterne più fare a meno.

Riprendi a parlare e io ti ascolto.

“Quando mi hanno lanciato la ciambella di salvataggio dal gommone, ho capito… dovevano separarci. Il gommone dei vivi e il gommone dei morti. Ho urlato come un dannato, no, non potevo lasciare la mia donna.

Mi hanno tirato come un pezzo di legno fuori da quella bestia di acqua. Il cuore mi scoppiava, ma le braccia non le potevo più muovere.

Siamo saliti in trenta, lei era nell’altro gommone. Mi hanno portato via, avvolto in quella cosa argentata. “

Mohammed, non posso più fare a meno delle tue parole. E non posso credere che non ci vedremo più: fra tre giorni tu partirai per Brook House, Londra. Poi chissà dove ti porteranno. E io, a cosa tornerò? Certo, il lavoro, i corsi di lingua, vedere gli amici. Le cose normali, di tutti i giorni, quelle cose che tu non hai più. No, Mohammed, un anno è bastato per cambiarmi il ciriveddu, come lo chiamiamo in Sicilia. Il filo delle cose quotidiane si è spezzato, perché io la mattina apro gli occhi e vedo la stanza dove tu ti stai alzando. Il letto con la coperta blu dello stesso colore della maglietta. I mobili in ferro laccati di grigio con i cassetti scorrevoli. Il freddo del bagno. Forse abbiamo parlato troppo e io mi sono persa in quel mare che tu mi racconti. Alla mia vita “normale”, come la chiamano i miei colleghi di lavoro, io non posso più tornare.

I dettagli della tua storia me li hai raccontati tante volte in questo anno. Ma di quest’alba non mi avevi mai parlato.

Altri erano stati i racconti: il viaggio attraverso il deserto, quell’anno nelle carceri di Tripoli. E poi quel fottuto mare, con tua moglie, incinta.

Il mare nero l’hai conservato per ultimo. Adesso, stretta nelle tue braccia, posso ascoltare anche questo. Di questo fottuto mare del quale adesso mi dici.

“Io sono ancora là. In quel mare sono rimasto. Lì, siamo morti tutti.”

Maledetto mare che ha portato via la tua donna.

Mohamed, le tempie mi esplodono, ma devo trattenermi, per il tuo bene. Ho la bocca impastata di parole, non riesco ad articolarne nemmeno una. Allungo la mano, stringo la tua. I tuoi brividi e il mio tremore sono un unico ponte di elettricità.

Una notte senza vento, su quella barca rotta dalla vita. Hai raggiunto in gommone l’isola dell’attesa, in un’aurora senza rosa e senza nuvole.

Io ascolto. Con queste orecchie che cercano le tue parole, per non lasciarle più andare. Il soffio della tua voce, Mohammed, vibra sui miei timpani. Un fischio continuo, acuto, di una sirena in un mare senza più onde. Il racconto della tua vita mi sta riscrivendo il cervello. Io la vedo, qui davanti a me, e ne sono risucchiata dentro.

Sulla barca dei soccorsi, forse una brezza leggera ti ha smosso i ricci. I raggi di quel sole ancora sopito nel suo bollore avranno illuminato i tuoi occhi, forse per un’ultima volta. Hanno rattrappito i tuoi lineamenti, in una smorfia che non ha più abbandonato il tuo volto.

Ho guardato tante volte quel mare che tu chiami maledetto.

Quel mare sospinto da brezze, venti leggeri tra vegetazioni mediterranee ora non lo conosco più. Acqua salina che contorna montagne azzurre e gialle, strade bianche. Il mare dove si grida, perché tira vento e le onde sbattono sugli scogli e non ci si riesce a sentire. Non ho più la retina per queste cose. Questa pupilla che ti guarda, Mohamed, si imprime d’altro: le tue parole di un anno sono la chimica corrosiva di uno sviluppo in bianco e nero. Ecco il nostro mare: adesso ci chiude attorno, a me e a te, e ci riflette. Ci spezza, ci frantuma. Siamo solo losanghe di luce di un unico corpo.

Guardo queste tue pupille, Mohamed, che si dilatano e si contraggono. Danno loro il ritmo al mio cuore: capisco solo oggi che questo mio muscolo di carne ha imparato a battere con te.

La tua pelle fatta di un abisso salino è diventata anche la mia pelle. Le tue parole hanno solcato il mio palato, gli hanno dato una forma diversa. Io e te parliamo la nostra lingua, l’abbiamo inventata insieme. Questo idioma buffo che cammina al contrario, scende nella gola e arriva fino alle interiora.

Guardo quel tuo sorriso leggero affiorare dalle labbra rosso scuro. Parlami ancora, Mohamed, ritrova la forza di parlare.

“Alice, questa storia è una follia” mi dici tu e poi continui “il resto lo sai. Sono stanco. Ci ho messo un anno ad arrivare qui in Irlanda, sono scappato come un dannato. E adesso non so dove mi porteranno. Ci rivedremo, Alice?”

Ci rivedremo, Mohammed? Aspetta, non andartene adesso. Il tuo sudore e il mio, in questa stanzetta spoglia, di pochi metri quadrati, forse è questo il nostro mare? Pelle e umidità. Io e te siamo il presente, un’isola dove ci siamo ritrovati, dove ci siamo ostinati a ritornare nei naufragi di questi nostri racconti.

Lo senti questo silenzio che adesso ci riempie, Mohammed? La luce del sole entra attraverso la finestra dietro la tua sedia. Strizziamo gli occhi, come sempre, ognuno con la propria smorfia, ognuno ferito dalla luce di un futuro che né io né tu riusciamo a pensare.

Sento l’odore salino della tua pelle. Contrasta con l’odore del cotone spesso della maglietta blu. Ci separiamo. Mi avvicino alla finestra dietro al tavolo. Stringo la maniglia e la giro con forza. Sento un’aria fresca attraversare le grate e riempire la stanza. Mi volto verso di te.

“Fa odore di mare” mi dici tu “chiudi, chiudi subito, qui è vietato aprire le finestre”.

         4.Marcella Leggio

Sono un’analista biologa in pensione: ho scelto tale facoltà perché amo la vita in tutte le sue forme. Amo la vita, le parole e le storie. Per questo, a sessant’anni, nel mio piccolo, cerco di scrivere le mie, di storie.

L’esperienza di Levanzo è stata magica.   Il respiro del mare, del vento e della terra si è tradotto per noi in parola scritta e narrata, quasi cantata.

 

                                                                   La sposa del vento            

Pinna nobilis, detta anche “nacchera”, o semplicemente “penna” è il più grande mollusco bivalve del mediterraneo. Ha una vita media di 25 anni e la sua conchiglia può raggiungere le dimensioni di oltre un metro di lunghezza.

Produce un filamento bruno che solidifica a contatto con l’acqua, ancorando il mollusco al fondale.

Esso è alla base del bisso, la cui tessitura rappresenta un vero e proprio rito arcaico, quasi esoterico.

 Era una tersa mattina di primavera.

Anselma e sua nipote Fedora, entrambe vestite di panno dorato, un diadema di conchiglie sulla testa, si incamminarono su per la Montagna Sacra per rendere omaggio al Dio del Vento. I passi cadenzati della nonna e quelli saltellanti della ragazza portavano verso il santuario scavato nella roccia, lassù in alto, dove nidifica l’aquila,dove i potenti soffi si riunivano in un gorgo dell’aria, dove i viandanti arrivavano smarriti e tornavano indietro spaventati dal boato del Dio che non permetteva intromissioni.

Loro no, loro erano le benvenute.

La nonna portava, legata al suo corsetto, un’ampolla contenente tutti i lamenti della gente di Giù; una volta arrivata in cima, avrebbe aperto il tappo di sughero con delicatezza e il Dio avrebbe aspirato, gli olezzi, o meglio i cattivi odori che ne derivavano. Il Dio avrebbe provveduto, presto o tardi.

Quella però era l’ultima volta che la nonna compiva l’ascesa: era vecchia, e stanca, e presto sarebbe morta. Doveva presentare al Dio la nipote. Anche lei aveva il Dono. Lo aveva saputo subito Anselma, quando ancora Fedora ciucciava il capezzolo caldo della madre. Succhiava e gli occhi verdi si riempivano di ondine bianche: anche lei un giorno sarebbe stata Sposa del Vento.

A un tratto Anselma si fermò dubbiosa.

“ E Il filo, l’hai preso il filo? L’hai girato tre volte intorno al collo? E l’acqua di mare della prima alba? L’hai gettata dietro la spalla sinistra? E il telaio? L’hai lasciato all’aria di tre finestre?”

“Sì, nonna, ho fatto tutto,sono due giorni che me ne parli”.

“E’ importante, figlia, importante ….”

Arrivate in cima il Dio si manifestò; volle conoscere la ragazza. Fedora sapeva come fare: stette ferma,le braccia aperte, gli occhi chiusi, in mezzo alla radura vicino alla caverna e si offrì al Soffio.

Simile a un sapiente amante che vuole gustare, centellinando, ogni piccolo anfratto del corpo della sua amata, così piano piano il Vento le sfiorò i capelli, poi le guance rosse di mela e le braccia tornite; le si avvolse attorno alla vita sottile, si soffermò sui fianchi sinuosi e sulle gambe robuste. Un alito leggero di fanciullo le solleticò i piedini nervosi, facendola ridere.

Il sole del mattino mandò un suo caldo raggio che colpì la bottiglia e si rifletté su di un masso di arenaria.

Proprio come allora, pensò Anselma, e si ricordò della propria ascesa e del proprio incontro con il Soffio. Anche allora il sole giocava a nascondino con la roccia.

“Tocca a te adesso”. Porse l’ampolla alla nipote, con dita tremanti d’emozione.

Fedora afferrò il tappo con le piccole dita e lo staccò di scatto, come le aveva spiegato la nonna. I cattivi odori vennero risucchiati dalla caverna; seguì, sulla scia, il filo d’oro che la ragazza si era staccata dal collo. Poco dopo, profumato più di prima, arrivò l’odor di bosco.

“Scendiamo, ora sei tu la guida “. Anselma non vedeva l’ora di tornare, si sentiva sempre più stanca e aveva paura di non farcela ad arrivare fino a giù.

 

Il filamento della Pinna Nobilis viene prelevato nel periodo che intercorre tra la prima luna di maggio e l’ultima di giugno, periodo in cui cessano di spirare i venti freddi e incominciano quelli caldi di scirocco e di levante. In questo modo il calore ammorbidisce il fondale rendendo più facile la raccolta delle fibre, che vengono prelevate tagliando solo la parte terminale, in modo che l’animale possa nuovamente ancorarsi agli scogli.

La lavorazione della fibra è laboriosa; richiede molte tappe, dall’estrazione alla pulitura e alla pettinatura, fino al filamento a mano e la tessitura.

 

Camminando lungo la ripida discesa, fermandosi ogni tanto ad attendere la nonna, Fedora si sentì invadere da una sensazione mai provata prima. Un serpente dentro di lei si era insinuato e scorreva lungo il suo corpo. Si fermò sulla lieve collinetta della pancia e lì si acciambellò. Stupita e confusa, la ragazza guardò la nonna che intanto era arrivata e si era seduta spossata su un masso liscio.

Le ondine bianche degli occhi adesso erano cavalloni di tempesta.

Davanti a lei non c’era più la nonna, da lei considerata quasi una dea. Vedeva solo una vecchia, curva e stanca. Non la riconosceva più.

“Che ci faccio qui?” pensava Fedora “ è assurdo tutto questo, la Montagna, il Vento, la Missione , le Creature ….”

Perché, si diceva, perché proprio io. Me ne vado, no, me ne vado, me ne vado me ne vado ….

“Via questa ridicola corona” e la scagliò lontano: le conchiglie si staccarono dalla struttura e rotolarono lungo il pendio rimbalzando sulle pietre.

Anselma si accorse dell’improvvisa trasformazione della nipote.

<Come mi era stato predetto, tanto tempo fa > pensò.

 

Dal bisso si ricavavano tessuti con i quali venivano confezionati costosi abiti ostentati come “status symbol” dai personaggi più in vista delle società babilonese, assira, fenicia, ebraica, greca e romana.

Da tempi immemorabili, inoltre, si riconoscevano alle fibre capacità terapeutiche: grazie al loro forte potere emostatico erano in grado di curare le ferite che i pescatori si procuravano con i loro arnesi da pesca..

Fino alla metà del secolo scorso il bisso veniva ancora raccolto e lavorato in Puglia, nel territorio di Taranto, con il nome di “lana-penna”, e in Sardegna nell’area di Cussorgia, tra Calasetta e Sant’Antioco.

Oggi l’attività è limitata a Sant’Antioco per opera di Chiara Vigo, l’ultima Maestra di Bisso.

 

Giù, in paese, la solita vita. I pescatori, le donne dentro le case, i nugoli di bambini. Le rondini andavano su e giù di continuo, come se non ci fosse altro al mondo se non il loro volo incessante.

Gatti magri si aggiravano guardinghi lungo i muri per non divenire preda dei crudeli gabbiani.

Le case bianche di calce attaccate alle rocce erano lucide conchiglie, denti candidi aperti in un sorriso un po’ sgangherato.

Giunsero a casa. La nonna si lasciò cadere, stremata, sul muretto di pietra che circondava l’ingresso.

“Nonna ….”

“Lo so, figlia mia. E’ il vento. Il vento che ti pizzica dentro . Ponente levante maestro e grecale ….”

“… prendete la mia anima e buttatela nel fondale … Basta nonna! Non me la sento …. Me ne voglio andare. Via. Via da questo mare. Via da quest’isola. “

“Figlia mia , sono stanca, stanchissima. Non ho la forza di convincerti. La Missione, il Filo d’Oro, le Creature, aspettano te, solo te: sei l’unica. La tradizione ….”

“Non mi importa della tradizione. Non voglio essere come te e nemmeno come mamma. Niente figli, niente marito. Voglio vedere come gira il mondo”.

 

Ancora oggi, il bisso impone le sue regole quasi mistiche. La seta” nata dal mare e tessuta dal vento”, come vuole una leggenda antichissima, prevede una lavorazione per la quale non è previsto un futuro, secondo i parametri dell’economia globalizzata. E’ un’attività di nicchia, basata sulla lentezza, sulla pazienza, accompagnata da gesti rituali, preghiere e canti.

Secondo il giuramento fatto dai Maestri, il bisso non può essere oggetto di compravendita, può essere soltanto regalato a chi sappia apprezzarlo.

 

Fedora si tolse il corpetto e uscì di casa come una furia. Cominciò a percorrere il sentiero intorno all’isola : le agavi punteggiavano la costa salmastra e con il loro alto fiore svettavano verso il cielo. La ragazza aveva il cuore in tumulto. Mai aveva pensato di fare una cosa del genere. Mai aveva messo in discussione i voleri della nonna.

E ora …. Ora aveva il vento dentro di sé.

Nessuno può fermare il vento.

Guardò intorno a sé : la Laguna. Le isole e i promontori della terraferma formavano un tutt’uno, un cerchio aperto a nord, verso le correnti, via di fuga per le barche e per i sogni.

Un tempo lontanissimo quella conca era una fertile pianura dove pascolavano il Cinghiale sacro e il Bue Primigenio; il dianto e l’elicriso coloravano il sottobosco e gli oleastri profumavano l’aria di note acute.

Nell’animo della ragazza il temporale era passato, ma gli interrogativi erano restati.

Che fare, si disse. Mare, aiutami tu, dammi un segnale.

Mare, tu, mare, amico-nemico del vento aiuta la sua sposa.

 

D’improvviso, tutto le fu chiaro . Doveva partire e doveva restare. Le due cose insieme. Le Creature, la Missione e anche l’Ampolla le avrebbe portate con sé, su ogni terra lambita dai flutti.

Tornò di corsa a casa della nonna. La trovò a letto, bianca bianca, serena in viso.

“Nonna nonna, ho capito tutto” entrò fluttuando “ ma tu ….”

“Sì, bimba mia, il momento è arrivato, ma muoio felice perché so che hai trovato la strada”

“E allora sai”

“So tutto. ”

Vai, vai, fece la sua mano ossuta. Non voglio che mi veda morire , dicevano i suoi occhi stanchi.

 

Capo Peloro, presso Messina, adesso una pacifica lingua sabbiosa.

E’ stata, secondo la leggenda, una terra abitata da divinità e da mostri come Scilla e Cariddi e dal ciclope Polifemo. . Personaggio connesso con il promontorio del Peloro è la ninfa Pelorias che abitava tra le paludi della zona. La ninfa compare su monete coniate dalla zecca di Messana alla fine del V sec. a.C.. La sua origine sembra più antica: secondo il mito sarebbe stata una dea madre, dall’aspetto gigantesco, posta a difesa del territorio e sostenuta nella sua impresa da Feramone, uno dei sette figli di Eolo.

Sul diritto della moneta troviamo la ninfa, con i capelli trattenuti da una ghirlanda di foglie di canna, simbolo della palude e con in mano una conchiglia, detta anch’essa Pelorias, la più grande del Mediterraneo, che altro non è che la nostra Pinna Nobilis, produttrice del bisso.

 

Era sera. Fedora si incamminò verso la Caletta dei Pensieri.

Si spogliò dei vestiti e delle angosce. Nuda, con la sua pelle di luna, s’immerse nell’acqua cristallina della piccola baia. Di colpo fu tutt’uno con il mare, con la roccia, con il cielo rossastro del tramonto.

Eccole, le Creature. La salutarono facendo muovere le loro valve in modo impercettibile. Ancora erano pulite. Non era il momento di produzione della Sacra Fibra.

Eccole: Regina del Sale, Scarpetta di Venere, Figlia Del sole, Gemma D’Oriente, Cristallo di Atlantide. L’acqua intorno era frizzantina e faceva loro solletico. Fedora le accarezzò lungamente, poi dormì lì vicino, sulla spiaggetta di sassi.

Il mattino dopo staccò con delicatezza il pezzo di roccia sul quale le conchiglie erano inserite. Dentro una pentola mise roccia e conchiglie in un bel lettino di alghe e tanta acqua di mare.

Fece un fagotto, salutò tutti e se ne andò, lei e la preziosa pentola, avvolta in un panno dorato. Non si dimenticò del piccolo telaio di cipresso che appese alla spalla.

Chiese a Tonio, il marinaio, occhi azzurri di ghiaccio e pipa in bocca, di portarla sulla terraferma.

Da lì avrebbe cominciato il Viaggio.

Avrebbe portato in tutti gli approdi, soprattutto nelle piccole baie, la fibra magica, prodotta dalle Creature, per effetto del Vento che si coniuga col Mare.

Stava a lei, Sposa del Vento, il compito di raccogliere la Fibra, togliendola con delicatezza alle conchiglie, senza far loro del male, e poi di filarla col Fuso d’oro, e infine di tessere stoffe meravigliose.

Questo aveva fatto la nonna in tutti quegli anni, questa era la Missione.

Stoffe meravigliose, stoffe magiche; guardandole per trasparenza ognuno poteva vedere cose diverse, chi cavalli imbizzarriti, chi scene di tempesta, chi visualizzava la propria nascita, chi momenti di dolore, chi periodi di gioia.

La stoffa diceva qualcosa di diverso a ognuno e ognuno si sentiva migliore.

Era di tutti e di nessuno, come il mare, come il vento.

 

Così, Fedora uscì dall’isola che l’aveva vista nascere. Non sapeva che dentro di sé portava il frutto del seme del Vento.

 

5.Rita Masseria

Vorrei poter dire “Confesso che ho vissuto” ma non sono Pablo Neruda e allora dico che ho vissuto cercando di essere più aderente possibile alla mia anima. Non sempre ci sono riuscita.

L’esperienza di Levanzo è singolare perché l’isola parla un linguaggio semplice e diretto alle emozioni, usa parole d’acqua e di aria che volano leggere sulle righe del quaderno.

 

Il canto della sirena

 Appuntamento al bar Romano alle cinque dell’estate.

Sono Amanda da amare, dirò così, tanto per sorprenderlo, per buttarla a ridere.

Sono femmina e sono donna. Strega per riconoscere le emozioni e signora per dominarle.

Ci siamo incontrati in chat, dire conosciuti sarebbe un’esagerazione. In chat è facile esibire le copie migliori di sé, le foto meno sgualcite dagli anni, dai fallimenti e dagli amori finiti.

Sono foto dove sorridi sempre, di profilo, di fronte e anche di spalle.

Porteremo lo stesso libro. Per riconoscerci. Non siamo certi che basti la poca fede nella nostra anima per trovare vere le parole e le passioni condivise nel mondo virtuale.

In realtà siamo due ciechi in attesa di vedersi.

Appuntamento alle cinque, ma il tempo di un’isola è solo indicativo.

Si dilata e si restringe secondo il capriccio del mare che scandisce i secondi al ritmo delle sue onde. Onde lente, onde lunghe che non passano mai o precipitose e incalzanti da togliere il respiro.

E’ il mare che decide se approdi e se salpi.

Sono le cinque di questa estate. Io sono qui, al bar Romano.

I miei sandali a tre tavolini di distanza da un paio di mocassini blu camoscio. Uno a terra, pronto, l’altro sospeso in fondo ad una caviglia nuda che dondola mollemente dentro il lino di calzoni bianchi. Più in alto, due occhi inespressivi vagano intorno, guardano ma non vedono la bellezza che li circonda e non mi guardano. In mezzo, due mani bianche, le dita affusolate, quasi femminee, stringono lo stesso libro che ho io.

E’ lui ne sono certa.

Dovrei avvicinarmi, agitare magari il libro che anch’io stringo nelle mani, piazzarmi di fronte a lui e dire, Eccomi, sono io Amanda da amare!

Ma è un estraneo.

I miei sandali sanno che la distanza dai suoi mocassini non sarà colmata dai pochi passi che separano i tre tavolini.

Caccio il libro nella borsa ed esco dal locale.

Respiro,   cammino e respiro, senza fretta, leggera, sollevata.

In riva al mare tolgo borsa, sandali e   vestiti. Mi tuffo.

Una bracciata e poi l’altra, lentamente senza affanno, voglio sentire l’abbraccio del mare.

Poi mi fermo, mi guardo attorno: la mia mano ha perso i contorni, il braccio “sbrilluccica”, come direbbe una mia amica che sa scrivere. Il mio corpo trasparente come acqua del mare si confonde con esso, non ha limiti, si espande e occupa tutto lo spazio, tocca gli abissi più profondi e le terre più lontane. E’ acqua, risale in superficie e si fa onda, si offre al sole per farsi nuvola   libera e corre nel vento, gioca con gli aquiloni si diverte a strappare cappelli.

Potrà farsi pioggia se necessario.

Non adesso però, adesso ride felice di essere acqua e aria della sua isola.

E inizia a cantare.

 

6.Lorenzo Praticò.

Reggino. Classe ’77. Attore e aspirante drammaturgo, ama il mare, i racconti, il vino e gli incontri.

Grazie al capitano Monroy e a tutto l’equipaggio, al pirata Cuticchio e allo spirito di Levanzo è stata un’esperienza necessaria e vivificante, di confronto e scoperta. Da ripetere.

Cadere

Era troppo pesante.

Troppo.

Ho provato ad afferrarlo. Almeno a rallentare la caduta. Pensavo di riuscirci ma…

Io ci stavo spesso su quella spiaggia, non ci veniva quasi mai nessuno. Non mi è mai piaciuta troppo la gente. Succede a chi ha una famiglia numerosa, dico non volere troppa gente attorno… succede…

Arrivo sulla spiaggia e vedo sto bambino che prova a far volare un aquilone.

Mi sono sempre piaciuti gli aquiloni. Ci giocavamo, con i miei fratelli…li abbiamo sempre persi. Tutti.

No, non tutti. Tanti li abbiamo solo rotti. Sono belli gli aquiloni, sono leggeri.

Leggeri. Gli aquiloni.

Basta poco per farli volare. Se vuoi dopo ti insegno. Dopo, però.

Il bambino. Il bambino mi guarda e mi chiede di giocare. E che ne so, lui sembrava solo e l’aquilone era bello e io non avevo niente da fare e visto che oramai ero lì. Giochiamo!

“Mio padre fa l’architetto. L’architetto più bravo del mondo. Il tuo?”

Io, ancora oggi, mica l’ho capito che lavoro fa mio padre. Diciamo che ha un’impresa di famiglia.

Ci vediamo tutti i giorni per giocare. Acchiapparello, nascondino, con la palla. E poi saliamo sul muraglione, al porto, e da sopra al parapetto si va a vedere se le cose sanno volare. Le mele no, cioè, le puoi lanciare ma non è la stessa cosa. Le pietre uguale. Un poco i cani e i gatti, ma poi li devi ripescare. Le stoffe meglio. Un poco piume, foglie e fili d’erba. Gli uccelli tutti. E gli aquiloni.

Bella questa cosa di volare.

Vedere tutto il mondo da lontano, avvicinarti solo se ne hai voglia. Puoi viaggiare o stare fermo. Se voli non ti toccano le guerre, sempre se tu non ti fai toccare. Puoi andare velocissimo oppure piano piano. E poi sentire l’aria che ti fischia nelle orecchie, lanciarsi sempre più in alto per raggiungere le stelle. Abbassarsi per guardare attraverso le finestre. E più in basso ancora a sfiorare l’acqua con la mano.

La mano.

Ho tentato. Più volte. E la gamba anche, ma non riuscivo.

Cadiamo insieme. Non lo tengo.

Non lo tengo. Non so come è successo.

È successo. È successo quello che succede. Le strade si dividono, si fanno scelte diverse, il tempo passa in fretta.

Io in giro per il mondo, lui in studio con suo padre.

Per carità, se torno, lo passo a salutare. Io gli racconto i posti e la gente che ho incontrato. Lui dei progetti nuovi e di quello che ha imparato. Andare al muraglione ad aspettare l’alba è il nostro arrivederci. Il giorno dopo parto.

Non tornavo da mesi, non ricordo come è stato. Incontro mio fratello

“Il tuo amico, l’architetto… l’hanno arrestato con il padre. Il processo una gran farsa, ma mi sa proprio che non li fanno uscire”

Sei mai stato dentro una prigione?

I muri tutti addosso. La luce artificiale.

Perdi l’orientamento. Ti senti soffocare. Soprattutto se sei innocente, puoi diventare pazzo.

L’odore di stantio, di sudore, di lacrime. Di rabbia.

Cazzo! Ti si attacca addosso quell’odore e non c’è sapone per lavarlo. Lo senti nello stomaco, pesante come fango. E non ti bastano due dita nella gola.

Le porte che sbattono e non c’è vento. Come lo fai volare un aquilone?

Vorresti dormire un sonno senza sogni, che sennò fa male il doppio il giorno dopo. E invece finisce che non dormi. Immagini che ti camminano in testa ed il cervello che sembra fatto a scale. Che salgono, che scendono.

E i pensieri che si attorcigliano a sinistra e dopo a destra e s’incrociano e si dividono di nuovo. E batti sempre contro un muro. E torni indietro e incontri un altro muro. E un altro muro ancora ed è sempre lo stesso. Vorresti sfondarlo a testate quel muro o almeno spaccartici la testa.

E poi un pensiero, uno, che cammina come una formica dentro un formicaio senza uscita. E sale e scende e gira. E scende e gira e scende e gira. E sale e gira e gira e gira e gira…

Gira. Si avvita su se stesso. Come una foglia impazzita o come una piuma quando non c’è vento.

Non c’è vento in prigione.

Io non ci sono mai entrato, ma così mi hanno detto. E il tempo passa lento. Tutto. Tutto va piano.

Un piano. Serve un piano che il tempo, quello c’è.

Piano. Fare piano, che nessuno se ne accorga. Con quello che c’è. Poco, ma basta. Quello che si trova.

Non si può scendere. Non si può! E allora si va in alto. Ci si lascia tutto dietro. La paura. Il buio. La mancanza d’aria. Tutto dietro.

Gli sono andato dietro quando si è lanciato in alto. Con quelle ali bianche aperte.

Suo padre sotto grida forte e lui non sente. Mi faccio più vicino e cerco di fermarlo. Lui sale prima altissimo e scende giù in picchiata. Poi vira sopra il mare, lascia una scia nell’acqua. Riparte velocissimo e scompare tra le nubi. Ora gli sono addosso, gli grido nelle orecchie. Mi guarda, mi sorride ma non mi riconosce. Intanto il padre sotto non sa che cosa fare. Lui da due colpi d’ala e si avvicina al sole. Poi sembra che la duri soltanto un attimo. Le piume che si staccano. Le ali ormai distrutte. Lui cade anzi precipita. Un grido senza fiato. Io cerco di afferrarlo ma la forza non mi basta. Lo prendo per la mano, non reggono le dita. Gli afferro la caviglia, ma senza risultato.

Poi lui comincia a girare. L’acqua si avvicina.

Soffio.

Soffio forte.

Ma senza risultato.

Icaro è scomparso.

 

Sono andato via. Non avevo più motivo per restare.

Ma passando sopra il muraglione, al porto, l’ho visto!

Sì l’ho visto…

Un aquilone…

Come dici?

Zefiro.

Mi chiamo Zefiro.

 

  1. Josefina Torino

Sono una attrice argentina, che vive in Italia da quattro anni. Uso il canto, la danza e la performance come modi di narrare il mondo.

Riuscire a raccontare qualcosa è in sé, un’impresa. E farlo insieme a Beatrice è stato intenso e ricco di stimoli per la creazione. Io non avevo mai cercato di raccontare con la parola scritta, e questo laboratorio mi ha aperto un mondo espressivo.

 

Estate inverno

 

ESTATE

Esce di casa in fretta, nervosa e sudata contando i minuti, ha guardato dalla finestra ogni tanto, attenta al rumore del motore che si avvicina.

¨Chiavi, soldi, telefono, giubbotto, perché se si alza il vento…Ma dove sono i sandali? Ancora cinque minuti, ce la posso fare.¨

Esce di casa. Ma non riesce a fare neanche un passo.

Si sente strana. In mezzo a una giungla di palazzi, neanche sai se c’è vento o no.

Se tutto è fermo o se tutto continua a respirare.

Non c’è l’Africa che ti bussa con piccoli granelli di sabbia, o la Grecia che ti porta la frescura tanto attesa.

¨Pero non è quello, mi sento strana, ma che cos’è? E come se mi mancasse qualcosa, come se fossi uscita dalla porta di casa in mutande.¨

Un attimo di panico. Guarda in giù, si guarda per controllare se ha messo i pantaloni.

¨Messi! Magari ho dimenticato qualcosa dentro casa. Mi sento come se la giornata non fosse iniziata¨

Il caldo è straziante. Alza la mano per coprirsi gli occhi. Riesce a intravedere un incendio di vetri, di riflessi impazziti del sole nell’acqua che sembra ferma. Stupidamente ferma. C’è una calma rotta nell’isola.

Non capisce perché.

Ci sono dei ragazzi che si buttano a mare a bomba. Ridono e urlano. La loro spensieratezza la tranquillizza. Ma come fanno a stare ogni giorno là, alla stessa ora, seduti sullo stesso sasso a mangiare i soliti panini. E sono sicura che sempre li fanno uguali. Per non rischiare.

“Mah”

Sorride e si arrende al caldo. Chiude gli occhi. Sente le urla dei gabbiani impazziti dai loro compiti da neo genitori.

All’improvviso il motore.

Ormai l´aliscafo è qui, ma proprio qui in banchina.

¨Tutte le volte la stessa storia! Ora devo correre.¨

Prima fa un passo leggero, poi comincia a correre.

“C’è sempre questa sensazione di vergogna che provo quando corro per prendere l´aliscafo, è come se li sentissi chiedermi:

Ma perché non eri pronta in tempo? …. avevi per caso dimenticato qualcosa a casa?”

Lo sguardo degli altri è uno sguardo in apparenza spensierato. Di te non gliene frega niente a nessuno, ma sempre proviamo piacere nel vedere gli altri cadere in piccoli drammi quotidiani mentre stiamo nella nostra comoda poltrona in prima fila. Come quando scivola una vecchia. Il fatto è che puoi ridere sotto i baffi mentre l’aiuti ad alzarsi, perché non si è fatta male. Il problema è quando si fa male per davvero. Là ti senti una merda.

In quest´isola sempre c’è qualcuno che guarda.

Mentre corre, i capelli le svolazzano in faccia, la collana lunga le fa da tamburo nel petto.

E a un tratto si ferma.

Si rende conto.

 

Non c’è una goccia di vento.

Non c’è una goccia di incertezza.

Tutto è fermo, può partire se vuole, è libera di andarsene.

Se n’è accorta correndo. Quando l´aria ha cominciato a soffiarli in faccia.

¨Tanti mesi odiando sto vento e ora mi manca. Ora mi sento strana senza vento¨

L´aliscafo se ne va.

Lo ha perso.

Torna a casa, si mette il costume e si butta a bomba a mare pure lei.

 

Le offrono un panino.

 

INVERNO

Esce di casa in fretta, nervosa e si ficca il capellino di lana in testa contando i minuti, ha guardato dalla finestra ogni tanto, attenta al rumore del motore che si avvicina.

¨Chiavi, soldi, telefono, giubbotto, perché se rinforza il vento…Ma dove sono gli stivali? Ancora cinque minuti, ce la posso fare.”

Esce da casa.

Il vento le fa volare via il capellino.

Prova a prenderlo, ma il vento è così forte che non la lascia pensare, la prende da tutte le parti, ormai il vento le ha sbattuto i capelli sciolti in faccia e non la lasciano vedere. Se li tira indietro con le mani faticosamente.

Finalmente vede il capellino. É finito a mare, trascinato all’impazzata dalle onde. Prima sbatte contro gli scalini del porticciolo, una medusa che lotta contro la corrente, se lo prova per poi decidere che non è cosa. Sparisce. Ricompare capovolto. Per finalmente diventare una macchia verde che comincia a sparire tra la schiuma. I capelli, lunghi, fanno piccoli vortici nel vento. Si sente un po’ come quel cappellino, non più padrona di se stessa ma succube della prepotenza del vento.

Si sente tradita, presa in giro. Furiosa. Torna dentro.

Chiude la porta, spingendo con tutte le sue forze. Scirocco. Rimane un attimo dietro la porta. Tenendo ancora la maniglia pensa: “Anna”

Prende un altro capellino dall’armadio, controlla altre due volte la borsa e la stringe a sé. Dalla finestra guarda il mare impazzito, il risucchio è così forte, che quando il mare va indietro si porta con sé pure i ciottoli del porticciolo. Dalla finestra vede lo spruzzo di schiuma contro il muretto davanti casa.

¨Ma unni a ghiri cu stu ventu?

Li avevano detto. E un altro.

¨Ma io unnu saccio si st’iorno vene l´alisicafo. Talía como sciuscia¨

Ma lei doveva scendere a terra ferma.

Terra ferma, insomma, scendere al Continente. Per capirci: scendere dall´isola all’isola.

Aveva preso questo appuntamento da settimane.

Doveva uscire.

Doveva prendere aria.

Chiude gli occhi. Non sente nient’altro che i colpi di mare che frustano la banchina sotto casa. I gabbiani che hanno deciso di rimanere, sono appollaiati qui e là, sopra le reti bucate d’una barca abbandonata, sotto una tettoia mezza distrutta dalla pioggia.

All’improvviso il motore.

Si mette il capellino e all’ultimo momento prende pure la sciarpa.

Corre, attraversa il paese deserto, scivola una volta. Si rialza di scatto, così violentemente che cade una seconda volta.

Ora non ci sono tutti gli occhi sorridenti che guardano la sua sfortuna.

E pure quest’ isola cieca l’infastidisce.

Mentre corre, non pensa. Sente soltanto i battiti del cuore impazziti dalle cadute e dalla…¨No! Ho lasciato la collana a casa!¨.

Dalla nebbia spunta l´aliscafo. Annusa la banchina, teme, dubita, e torna indietro.

¨Codardo¨ pensa lei. E subito dopo: ¨Codarda¨

Torna a casa trascinando i piedi, le arriva uno spruzzo di acqua in faccia. Sorride. Sa che è a casa. Eppure no.

“Anna,

Ti scrivo oggi. Finalmente. Scusa se non mi sono fatta sentire prima, ma oggi non ho scelta, devo stare a casa. E volevo risponderti. Mi fa piacere sapere che Ettore stia meglio, salutamelo tanto. Mi ricordo sempre dei suoi biscotti al vino, che ho cercato di imitare inutilmente. Senti, ma se ti fai un giro da queste parti vieni a trovarmi. Dicono che Lisboa sia una città stupenda. Fai bene a staccare. Ma la prossima passa da qui pure. Okuuur gurl?

Auguri per l’ultimo articolo. Ho seguito il dibattito su Facebook. Come dici tu “dalle tenebre”. Lo sai che non amo dire la mia sui social, alimentare il mostro. Quando ci vedremo ti dirò come la penso. So che mi manderai affanculo. Hahaha. Comunque brava. Fatti sentire. E lascia stare Carlo. Non capisce un cubo.

Io oggi ho deciso. Parto il 22. Già glielo ho detto a Simo. Non è contenta. Ma so che tu lo sarai. Però dovevo farlo ora. Ho fatto solo l’andata. Comunque sai che d’estate sono sempre qui. E ti aspetto.

Forza e coraggio amica mia (te lo dico a te, ma me lo dico a me). Mi manchi sempre sis.

V.

Ps: Ho perso al vento e al mare il capellino verde che mi hai regalato per Natale. Grazie. Perché quando l’ho visto affondare in mezzo alla schiuma, ho capito.”